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Recensione L'amica geniale

Testata: Diario di una dipendenza
Data: 3 agosto 2015

C'era qualcosa di insostenibile nelle cose, nelle persone, nelle palazzine, nelle strade, che solo reinventando tutto come in un gioco diventava accettabile. L'essenziale, però, era saper giocare e io e lei, io e lei soltanto, sapevamo farlo.

“Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.”
Quanto è difficile parlare del libro di cui tutti parlano. Tante parole già spese, tutto già scritto. Perciò cos'altro dire, quale trucco da prestigiatore inventarsi, per tagliare la strada a una fama dalle gambe lunghe che, con una falcata da watusso, arriva prima a fare tana libera tutti – e si rompono così i legami con la mediocrità delle letture che sono state, e finalmente si è liberi di curiosare in generi che pensavamo non ci calzassero a pennello; che ci stessero grandi – e a dire, tutto d'un fiato, questa Elena Ferrante leggetela, capito? La fama precedeva L'amica geniale come l'ombra di una custode; una damigella. Un po' come accade nelle grandi città, dunque non nella mia, in cui un attore famoso – ancora prima che tu possa vedere coi tuoi occhi se è più grasso, più brutto, più antipatico che in televisione - lo annunciano il crepitio della folla che accerchia l'auto coi vetri fumè, i capannelli di curiosi intorno ai ristoranti stellati del centro storico, i piantonamenti indiscreti sotto le facciate degli alberghi di lusso. Vedevo tutta questa calca al seguito di una dama in bianco, quando è arrivata L'amica geniale, e non capivo cosa avesse di straordinario questa sposa schiva, di spalle, con il profilo del Vesuvio negli occhi. Volavano su di lei riso e confetti, che portano fortuna alla coppia, e le attenzioni dei presenti – ufficialmente invitati, con la partecipazione su carta da zucchero nella borsetta nuova delle mogli e il resto, o gli imbucati villani che inevitabilmente raccolgono talune occasioni in grande – che non sono scemate, come invece hanno fatto gli applausi dei parenti in chiesa, dopo un'estenuante omelia e il famoso ora puoi baciare la sposa. Quattro anni – nozze di legno, quasi –, attenzioni che non passano, bouquet messi a seccare. I frammenti di una tetralogia di successo. E, come il primo giorno, ci si stupisce per l'eleganza di lei, signora che a breve cambierà cognome, e per un viso, dietro al velo, che non c'è stato verso di immortalare. Chi è, sotto il tulle ricamato, Elena Ferrante? Chi è la brillante compagna d'infanzia, chi la sposa adolescente con il corteo di piccole principesse, tra la volubile Lenù e l'imprevedibile Lila? Impossibile, immagino, parlare del fenomeno L'amica geniale senza parlare del fenomeno Ferrante – a impugnare la penna che al cinema ha ispirato Martone e Faenza, ci si domanda, un uomo, una donna o forse una coppia affiatata? Arduo dire quanto sia capolavoro davvero e quanto pensi sia capolavoro per tutti gli altri l'hanno definito tale prima di te e, a furia di parlarne, e a furia di aspettative alle stelle, e a furia di voci che ti hanno fatto una testa grossa così, hai finito col pensarlo pure tu.

Perciò inutile studiarselo, L'amica geniale; tempo perso scomporlo matematicamente, per capire cos'è che piace agli americani e alla critica ufficiale, e magari tentare l'innesto del fiore di pesco con l'ulivo, per dirla alla Verga; leggetelo senza noie e rumori, in quel perfetto intrigo di attese, congetture e suggestioni in prestito che è vietato sbrogliare. Secondo me, è bello come dicono, e il bello – insieme a una trama che racconta miracolosamente il niente e il tutto, con uno stile semplice e coinvolgente che, e spero capiate ciò che voglio dire, fa la differenza tra lo splendido cinema di un Tornatore e una risicata soap opera Rai: stessi temi, infatti, ma scorci e dettagli che rendono poi preziosa una gemma – è anche lasciare correre il gomitolo fittissimo – l'intrigo, ossia, di questioni irrisolte e impressioni preconcette che dicevo poco fa – e seguire, come i ciechi, toccandola, la ragnatela che arriva a creare, rotolando verso il mare, tra i vicoli e le piazze, le ringhiere dei balconi e le insegne delle botteghe a gestione familiare; il filo che in un mito antico ti liberava e che, ora, in un mezzo mito moderno, te lo costruisce, il labirinto infinito. Foto color seppia di un rione miserabile, nella Napoli degli ultimi anni cinquanta, quella che secondo un lungometraggio dell'epoca dovevi vedere e morire, racconta nel volume introduttivo l'infanzia e l'adolescenza di due amiche inseparabili: una figlia dello scarparo, l'altra dell'usciere comunale. La saga crescerà insieme a loro e a una capoluogo in continua espansione, mentre ci si supera per dispetto e poi, a un passo dalla meta, ci si trova ad aspettarsi.

Per raggiungersi, gli anni e tutto quell'umano orgoglio. Non possono vivere insieme, non possono vivere separate. Che nessuno – la scuola dell'obbligo, il sogno di mettersi in proprio con una fabbrica di scarpe artigianali, lo scombinato amore combinato – separi ciò che il rione, simbolo della vita che va, spasimato luogo di eterni ritorni, ha unito tra i banchi. Ho apprezzato la suggerita musicalità del dialetto, l'impressione di un racconto genuino e mai folcloristico – per turisti stranieri in cerca di clichè a fantasia - come confessato ai parenti più stretti. Il romanzo della Ferrante mi è stato familiare sin dall'incipit. Nel senso che è così comune da risultare universale; nel senso, soprattutto, che è cosa di famiglia. Almeno della mia, che tifa Napoli, pensa non ci sia cucina migliore di quella partenopea e che, nelle case dei vecchi, trova santini con la Madonna di Montevergine e musicassette di Villa. E io, per il classico esodo del figlio del militare, cresciuto come dico spesso in una valigia, sotto le feste mi trovo seduto al tavolo dei miei nonni materni, e parlo l'essenziale, ma giuro che ascolto e penso. L'amica geniale mi ha ricordato, per il suono che fa, i racconti che saltano fuori quando mamma e nonna siedono vicine e, tra anniversari, mandolinate e suore dalle mani pesanti, le miti consolazioni e i drammi della povera gente, mi fanno promettere che un giorno parlerò di loro. Il mondo è un paesone. E schiatteranno così d'invidia la grassa bulla delle medie, la spietata Madre Superiora che – di età indefinibile – sta seppellendo tutto il paese e le comari dalle lingue di fuoco, quando le donne di quelle famiglia che a volte si ritrova, da cinquant'anni residente nella solita casetta a due piani, arroccata in cima al solito vico, avranno diritto minimo minimo a un capitolo a testa. Non andate loro a dire, per favore, che i lettori non sono per forza scrittori: si spezzerebbe più di qualche cuore. Magari cambio, ma quest'anno, almeno quest'anno, dopo avere studiato la lingua in Eduardo, Ruccello, De Simone, Santanelli, mi sento più vicino a questa bella Campania qui – liberata dal guappo di cartone, ripulita dall'immondizia, ritornata vittoriosa dalla crisi – che agli altri luoghi verso cui un po' pulsano le mie frastagliate radici.
Elena Ferrante, all'altezza della sua notorietà, non delude, con un album di foto ricordo considerato, dai molti, già una specie di piccolo classico. Dai molti, più uno.
Canta Napoli.
http://diariodiunadipendenza.blogspot.it/2015/08/recensione-lamica-geniale-di-elena.html?spref=tw