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Il terrore corre su un «file»

Autore: Maria Paola Guarducci
Testata: Il Manifesto
Data: 7 agosto 2015

Noto in Ita­lia già dal 2000, quando lo pub­bli­cava Piemme, il suda­fri­cano Deon Meyer è oggi uno scrit­tore cin­quan­ta­set­tenne che usa l’afrikaans (ma a noi arriva attra­verso la media­zione dell’inglese), ha un pas­sato di gior­na­li­sta ed esperto infor­ma­tico, ama ugual­mente Mozart e le moto­ci­clette Bmw (una di que­ste è il deus ex machina di Codice: cac­cia­tore, accat­ti­vante romanzo uscito in Ita­lia nel 2006). Attual­mente, è l’autore suda­fri­cano di thril­ler più tra­dotto al mondo. L’ultimo suo titolo Cobra (trad. it. di Nello Giu­gliano, edi­zioni e/o, pp. 395, euro 16), aggiunge un nuovo capi­tolo alle inve­sti­ga­zioni di Benny Gries­sel, l’ispettore alco­li­sta della Omi­cidi di Cape Town al cen­tro di altri quat­tro romanzi, tre dei quali (Safari di san­gue, Tre­dici ore, Sette giorni) pub­bli­cati da e/o.

In Cobra, come in molte delle sto­rie tipi­che del genere let­te­ra­rio in cui si inscrive tutta la sua nar­ra­tiva, Meyer intrec­cia due vicende paral­lele che si alter­nano, anche sulla breve misura di poche frasi, con il ritmo ser­rato della lotta con­tro il tempo. Da un lato, ci sono le inve­sti­ga­zioni attorno a un delitto plu­rimo che vedono ancora una volta arra­bat­tarsi Gries­sel e i suoi col­la­bo­ra­tori vec­chi e nuovi, sem­pre mal­pa­gati, carat­te­riz­zati da pic­coli difetti o vere e pro­prie nevrosi, seb­bene ani­mati da un certo senso etico verso il loro mestiere e verso il paese. Dall’altro, c’è il ladrun­colo Tyrone, che viene dal sob­borgo metic­cio di Mit­chells Plain, dove è nato anche l’ispettore Vau­ghn Cupido – quasi dirim­pet­tai da ado­le­scenti, uno si è dato alla micro­cri­mi­na­lità, l’altro alla giu­sti­zia — e che ruba per neces­sità (vuole far lau­reare la sorella) fino a quando non incappa in una sto­ria più grande di lui.

Il filo con­dut­tore che corre tra le due sto­rie sta in una man­ciata di bos­soli auten­ti­cati dall’incisione di un cobra, uno spie­tato gruppo di kil­ler pro­fes­sio­ni­sti, e nel rapi­mento di un acca­de­mico inglese esperto di infor­ma­tica ed eco­no­mia, una memory card che tutti vogliono. L’intrigo inter­na­zio­nale di poli­tica e alta finanza, che non si distin­gue certo per ori­gi­na­lità, rea­li­smo e coe­renza, prende avvio tra Inghil­terra e Stati Uniti, con tanto di pas­sag­gio per l’immancabile Cia. Dalle ban­che occi­den­tali, col­luse nelle loro mano­vre spor­che con i ser­vizi segreti di mezzo globo, si affonda nei cor­rotti paesi afri­cani, senza che ci venga negato un pre­ve­di­bile appog­gio ai ter­ro­ri­smi di matrice isla­mica. Ma il romanzo si con­cen­tra sul momento in cui la vicenda trova fer­tile ter­reno nell’opulenza del Suda­frica post-apartheid, rim­pin­guando le tasche della sua attuale classe poli­tica sino ad arri­vare, sem­bra, allo stesso inno­mi­nato presidente.

Cosa può fare un poli­ziotto locale alle prese con l’ossessione dell’alcol e lo spet­tro dell’andropausa, coa­diu­vato da una squa­dra di fidati e volen­te­rosi «fal­chi», con­tro un ingra­nag­gio gigan­te­sco che con­tem­pla spie­tati assas­sini dispo­sti a tutto pur­ché il sistema non salti e la verità non venga a galla? Potrebbe infatti acca­dere, se solo un file zip­pato finisse nelle mani dei gior­na­li­sti, entità astratta ma indi­cata come unico temi­bile avver­sa­rio della cor­rotta poli­tica planetaria.

Thril­ler e noir, con virate in un futuro cyber­punk – come avviene nelle opere di Lau­ren Beu­kes – sono ormai un genere ampia­mente bat­tuto in Suda­frica. D’altronde, le sta­ti­sti­che sulla cri­mi­na­lità hanno sem­pre offerto molto mate­riale, man­te­nen­dosi più o meno costanti tra il tempo in cui la vio­lenza del regime era pane quo­ti­diano e quando, nel dopo apar­theid, que­sta ha comin­ciato a venire rigur­gi­tata come rispo­sta dif­fusa davanti alla for­bice sem­pre più ampia che divide la popo­la­zione, non più su base raz­ziale ma su «ecu­me­nici» cri­teri economici.

Per­sino una cele­bre opera prima come Young Blood (2010) del gio­va­nis­simo Sifizo Mzobe viene oggi rubri­cata come crime fic­tion, lad­dove in pas­sato avrebbe atti­rato mag­gior atten­zione per il suo pro­saico impianto di cri­tica sociale. Tut­ta­via, e nono­stante le molte lodi che Deon Meyer si è gua­da­gnato, non si può non notare una certa omo­lo­ga­zione nella sua scrit­tura, un tempo più pro­pensa a inte­grare trame avven­tu­rose nella com­ples­sità dello sce­na­rio cul­tu­rale nazio­nale; e anche la ric­chezza della tra­di­zione let­te­ra­ria suda­fri­cana, soprat­tutto quella di matrice afri­ka­ner, veniva messa in rela­zione con il rap­porto che intrat­te­neva con un pae­sag­gio straor­di­na­rio, reso attin­gendo a una vena strug­gente e malinconica.

Oggi, invece, Deon Meyer sem­bra voler fare rife­ri­mento pre­va­len­te­mente a un modello di thril­ler glo­bale, al quale si uni­for­mano le sue trame e i per­so­naggi (molti dei suoi romanzi sono già opzio­nati per sce­neg­gia­ture per pic­colo o grande schermo). La spe­ci­fi­cità suda­fri­cana soprav­vive nei cli­ché, nella mesco­lanza lin­gui­stica tra inglese e afri­kaans, la cui resa ita­liana – nono­stante la buona volontà del tra­dut­tore – pro­duce un effetto al tempo stesso stra­niante e troppo inau­ten­tico. E anche le scon­so­late non­ché estem­po­ra­nee con­si­de­ra­zioni poli­ti­che riman­dano alla disil­lu­sione dei figli della gene­ra­zione che lottò con pas­sione con­tro l’apartheid per con­qui­stare un paese ancora inca­pace di dirsi privo di discriminazioni.

http://ilmanifesto.info/il-terrore-corre-su-un-file/