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«Il mio Sudafrica è un vero melting pot»

Autore: Sebastiano Triulzi
Testata: RSera
Data: 29 settembre 2015

Nei suoi thriller i cambiamenti epocali che hanno rinnovato il tessuto e i rapporti sociali tra i sudafricani. Deon Meyer, sudafricano bianco nato a Pearl 57 anni fa, ma cresciuto in una città mineraria del Nord chiamata Klerksdorp, ci porta all’interno di un corpo di polizia un tempo braccio armato dell’apartheid. Pubblicati in Italia prima da Piemme ed ora dalle Edizioni e/o, i polizieschi di Meyer, sebbene un po’ basici nella struttura e nell’intreccio narrativo, sono sorretti da una finalità chiara, quella di smussare l’immagine di un paese ancora carico di tensioni razziali, e cercano invece di guardare ai grandi mutamenti già acquisiti.
La particolarità dei libri di Meyer è che sono scritti in afrikaans, nella lingua cioè dell’apartheid, che viene percepita, sostiene Meyer, dalla vecchia generazione come ancora carica di echi coloniali, cioè con una radice profonda di violenza e di razzismo, mentre per i più giovani è solo una opportunità creativa: «Quando ascolto come i giovani usano l'afrikaans, ne resto meravigliato per la grande libertà con cui l’adoperano. Sono cresciuto con il governo dell’apartheid che decideva ogni cosa, anche come dovevi parlare l’afrikaans, c’erano delle regole molto precise da cui non si poteva derogare. Ora i ragazzi vivono in un mondo molto più internazionalizzato e insieme più mescolato, per cui senti che mettono insieme parole xhosa, inglesi, coloured. Negli ultimi anni l’afrikaans è cambiato moltissimo e forse tra un po’ potrebbe anche diventare parte di una nuova lingua del Sudafrica, sparirà per entrare in un’unica lingua che sarà espressione del crogiolo, della mescolanza del paese».

L’ultimo libro uscito in Italia, Cobra, è una storia di spionaggio tecnologico in cui un detective afrikaner della omicidi di Cape Town indaga sul rapimento di un cittadino britannico, avvalendosi dell’aiuto di colleghi che discendono dalle altre etnie della città.

Che tipo di ricerche ha svolto per questo libro?

«In primo luogo sulla tecnologia che un corpo di polizia di Cape Town, i falchi, utilizzano nelle loro indagini. Di solito mi avvalgo dell’aiuto di due agenti che leggono i miei manoscritti per controllare che tutto sia corretto. In secondo luogo su di un particolare algoritmo di cui si servirebbero Cia, MI6 e anche l’intelligence sudafricana, e che sarebbe in grado di rintracciare e immagazzinare informazioni sulla finanza mondiale e sulle forme di finanziamento del terrorismo. Infine, dal momento che uno dei protagonisti è un borseggiatore, sono andato a trovarne uno che oggi ha settant’anni ed è ormai in pensione, che mi ha spiegato le sue tecniche e indicato le zone di Cape Town preferite dai borseggiatori».

Oltre all’intreccio poliziesco e da romanzo di spionaggio, il libro accende un faro sulle relazioni interraziali all’interno delle forze dell’ordine in Sudafrica.

«Ho cercato di essere onesto a proposito dell’incastro multiculturale che c’è nella polizia, cioè delle diverse etnicità e culture all’interno di un gruppo di persone costrette a lavorare insieme, che inevitabilmente si scontrano ma che allo stesso tempo collaborano ogni giorno. In tutti i miei libri ho cercato di tracciare lo sviluppo della multiculturalità sudafricana, perché alla fine dell’apartheid bianchi, neri, mulatti e indiani non erano soliti stare insieme all’interno delle forze di polizia».

Quali gruppi sociali rappresentano i suoi personaggi?

«Generalizzando a Cape Town ce ne sono tre: bianchi, neri, specialmente xhosa, e meticci; ma ogni città in Sudafrica ha un differente mix culturale. Ho cercato di descrivere attraverso i dialoghi come i personaggi reagiscono al cambiamento all’interno della polizia, come lavorano ora insieme, e anche cosa succede nel paese, anche se non credo che sia una mia precisa responsabilità etica mostrare al mondo e ai lettori il nuovo Sudafrica. Il mio unico compito è far sì che la storia funzioni, interessi il lettore e sia carica di suspense: osservo la realtà e cerco di trovare le fonti dei tanti conflitti, e cosi accade che in Cobra metta i detective contro le agenzie nazionali di intelligence, perché è un dato di fatto che i servizi di sicurezza siano usati dal potere politico per interferire nelle indagini della polizia, è successo anche di recente in Sudafrica».

C’è una tradizione di letteratura poliziesca in Sudafrica?

«Il modello è quello anglosassone, principalmente americano, e deriva anche dai libri letti da ragazzi. Venti anni fa non esisteva una letteratura poliziesca o gialla in Sudafrica scritta da sudafricani: la mia teoria è che fosse molto difficile scrivere su un modello americano in una società fortemente non democratica, perché il poliziotto o l’investigatore privato è il rappresentante della legge e dell’ordine, che sono i capisaldi dello Stato, è una guida che porta giustizia e lenisce le sofferenze. Sotto l’apartheid la polizia incarnava invece la violenza del regime, e la stessa letteratura di genere poliziesco, che è sempre essenzialmente una critica al sistema, venne bandita; per questo la produzione è iniziata dopo, con la libertà».

Quante persone possono oggi leggere la lingua afrikaans?

«È la seconda lingua più parlata in Sudafrica, o meglio è compresa dal 25% della popolazione, un numero destinato ad abbassarsi nei prossimi anni perché la mia generazione invecchia e l’inglese diventerà la lingua franca del Sudafrica. Un paio di settimane fa ho tenuto una lezione in una scuola di Port Elisabeth sullo stato della lingua afrikaans, perché alcuni pensano che sia pericolosa, d’altronde è stata la lingua dell’apartheid e dell’oppressione. La questione per me non è che cosa c’è di male nell’afrikaans, ma come possiamo aggiustare ciò che è sbagliato, e solo parlando questa lingua possiamo risolvere i problemi, possiamo ricostruirla, destrutturarla, riconfigurarla. Non dobbiamo dimenticare che questa lingua ha un bagaglio e una storia negativa ma il suo suono per le persone che vivono fuori dall’Africa non è importante; possiamo smettere di usarla perché ci sentiamo in colpa o possiamo invece tornare a pronunciarla per guarire le ferite del passato, per trovare una riconciliazione anche linguistica».

Scrive i suoi libri in afrikaans per farla uscire da una condizione di minorità?

«No, è la mia lingua madre, dunque è per me più facile. L’afrikaans non ha bisogno del mio aiuto per sopravvivere. Per la versione in inglese mi avvalgo di un traduttore con cui lavoro gomito a gomito perché pur parlandolo non sono in grado di scrivere un inglese letterario. In Francia, Germania e Norvegia i miei libri sono tradotti direttamente dall’originale».

Sente un senso di colpa per il passato?

«Sì, certamente. Questa vergogna e questo senso di colpa appartengono di più alla mia generazione, anche se ci sono bianchi che non li sentono affatto. Dobbiamo ripagare i nostri compatrioti neri che hanno sofferto tanto perché eravamo parte di questo sistema oppressivo e anche se ormai sono passati venti anni dalla fine dell’apartheid, vediamo che è ancora presente l’eredità del passato, che i più poveri si trovano sempre tra la gente nera. La nuova generazione nata dopo l’apartheid ignora del tutto che cosa possa aver significato per noi vivere sotto la dittatura, e quando raccontiamo certi episodi ai nostri figli non possono credere che i propri genitori, persone che conoscono e in cui credono, facevano parte di quel tipo di sistema».