Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

PREMIO NOBEL A SVETLANA ALEKSIEVIČ

Testata: Minima & Moralia
Data: 8 ottobre 2015
URL: http://www.minimaetmoralia.it/wp/premio-nobel-a-svetlana-aleksievic/

Svetlana Aleksievič ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2015 “per le sue opere polifoniche, un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo”. Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione delle Edizioni E/O – che ringraziamo – l’introduzione al suo “Preghiera per Černobyl’” scritta dall’autrice nel marzo del 2011, in seguito al disastro di Fukushima, e che compare ora nell’edizione tascabile del libro. Buona lettura. (nella foto, Svetlana Aleksievič) Introduzione a Preghiera per Černobyl di Svetlana Aleksievič In un film del regista giapponese Akira Kurosawa, Sogni, tutti i reattori atomici del Giappone saltano in aria. Il monte Fuji è rosso di fuoco e fiamme e la Terra è spazzata da nubi di plutonio 239, stronzio 90 e cesio 137. Ma gli esseri umani continuano a bere il tè, chiacchierano, litigano, si baciano. Non sanno ancora di avere i giorni contati. Invisibile, la morte è già nel loro sangue, nel loro cervello, nelle loro carni. Pochi eletti – qualche scienziato atomico – conoscono la verità. Uno di loro prende i suoi fogli, la sua cartella, sale su una barca e punta verso l’oceano per suicidarsi ed espiare la colpa. Quando ho saputo del terremoto e dell’infinita sequela di esplosioni nelle centrali nucleari giapponesi ho subito pensato a questo film. I mezzi di comunicazione odierni ci permettono di assistere in presa diretta alla tragedia del Giappone. Che accade sotto i nostri occhi. Che tocca anche noi. La paura atomica ha reso il mondo ancora più piccolo. Il vecchio lessico della politica – “noi-loro”, “lontano-vicino” – non ha più alcun senso. Le nubi radioattive di Černobyl’ – non possiamo non averci pensato – erano sopra l’Africa e la Cina a quattro giorni dal disastro. In Europa si fa già razzia di dosimetri e di pillole di calcio iodato, che blocca il diffondersi delle radiazioni nell’organismo. Siamo tutti incollati ai televisori. E i telegiornali sembrano bollettini di guerra. La domanda è inevitabile: è una tragedia giapponese o dell’intera umanità? Il disastro atomico ha o non ha incrinato la nostra idea di civiltà? E i nostri valori? La paura è un’ottima insegnante. La prima lezione è stata Černobyl’. E di Černobyl’ parlava già la Bibbia… Colpa del totalitarismo, ci hanno spiegato. Di reattori nucleari sovietici tutt’altro che perfetti, dell’obsolescenza tecnologica d’oltrecortina, dei russi ladri e negligenti. Lo shock passò presto. E il mito atomico resse. Perché le radiazioni diminuiscano ci vuole tempo, ma un tumore a cinque anni di distanza è affar tuo e basta. C’è una statistica di cui nessuno parla. L’ha stilata un gruppo di ecologisti indipendenti russi. Černobyl’, dicono, è costata la vita a un milione e mezzo di persone. La lezione numero due è di questi giorni… Non uno, ma undici reattori giapponesi sono in panne. Così come a suo tempo con Černobyl’, il mondo intero oggi sa dov’è Fukushima. Che ha affiancato Hiroshima e Nagasaki. L’atomica in tempo di guerra ha dato il braccio all’atomica in tempo di pace: entrambe uccidono. Il terzo paese economicamente più avanzato del mondo non può nulla contro l’energia atomica pacifica. Contro la natura che alza la testa. In poche ore – ore? minuti! – lo tsunami ha risucchiato intere città nell’oceano. E al progresso sono seguite le macerie del progresso. Il cimitero dei miraggi del progresso. Di fronte a un terremoto di magnitudo 9 la cosiddetta “corazza perfetta” dei reattori nucleari giapponesi si è rivelata un ridicolo abituccio. Una tutina da neonati. Dunque il regime sociale – comunismo o democrazia – non conta, conta il rapporto fra l’uomo e le tecnologie di cui dispone. Quanto più perfetta è la tecnologia, tanto maggiori, mostruosi saranno i disastri: può sembrare strano, ma è così. Gli abitanti di Haiti, del Cile e della Nuova Zelanda sono stati fortunati: loro non hanno l’“atomo buono”. Qualche anno fa sono stata nella centrale nucleare di Tomari, sull’isola di Hokkaido. Il primo incontro fu di mattina, dalla finestra dell’albergo: uno strano oggetto volante dalle linee perfette pareva essere atterrato sulla riva dell’oceano. E poi era bianca, come le ali dei gabbiani. Gli addetti alla centrale si sentivano demiurghi. Padroni del mondo. Mi chiesero di Černobyl’. Ascoltarono la risposta e mi sorrisero, partecipi. Da noi non potrà mai accadere, dissero. Neanche se un aeroplano ci si schiantasse contro, neanche con un terremoto di magnitudo 8. Questa volta, però, e per la prima volta nella storia del Giappone, il terremoto è stato di magnitudo 9. L’uomo di oggi non vuole ammettere di non essere onnipotente. «Le nostre centrali sono affidabilissime»: me l’hanno detto in Francia e me l’hanno ripetuto in America. E anche in Svizzera. E l’accademico russo Aleksandrov, il padre dell’atomica sovietica, ha scritto che i reattori sovietici sono sicuri quanto un samovar. Che li si può costruire anche sulla piazza Rossa. Accanto al Cremlino. Ripenso ai miei primi viaggi a Černobyl’ e dintorni: decine di elicotteri in cielo e mezzi militari – carri armati compresi – lungo le strade. Soldati col mitra imbracciato. Perché? A chi dovevano sparare? Alla scienza? Alla fisica? E accanto al reattore in ebollizione gli scienziati che armeggiavano in abiti civili. Senza maschere. A Černobyl’ non si pensava ancora come Černobyl’’ avrebbe voluto. A Černobyl’ ci si comportava come in guerra. E la trasformazione dell’uomo da precernobyliano a cernobyliano avvenne sotto i miei occhi. Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole, per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Perché niente di simile era mai accaduto, prima. Le cose erano le stesse – i fiori avevano la solita forma, il solito odore – eppure potevano uccidere. Il mondo era il solito e non era più lo stesso. Lo strato superiore di chilometri di terra infetta venne divelto e sotterrato in sarcofagi di cemento. La terra venne sepolta nella terra. Vennero sepolte le case, le macchine… Si lavarono le strade, la legna… Intanto, alle riunioni del mattino fra chi doveva rimediare alla catastrofe si facevano – prosaicamente – i conti: «Questo ci costerà dieci vite umane…», «Quest’altro venti…». Ma i volontari non mancarono. Dopo quanto accaduto, qualcuno osa ancora sostenere che l’energia atomica è la meno costosa? In questo preciso istante il mondo ha 440 reattori atomici in funzione in una trentina di paesi. 103 in America, 59 in Francia, 55 in Giappone, 31 in Russia. Un numero sufficiente a sentenziarne la fine. Il venti percento del totale delle centrali sorge in zone a forte rischio sismico. In Bielorussia, paese che più di ogni altro ha patito le conseguenze del disastro di Černobyl’, si sta costruendo una nuova centrale in una zona che, cent’anni fa, fu devastata da un terremoto di magnitudo 7. Un terremoto di cui parlano le enormi crepe che ancora si aprono nel terreno. La nuova centrale atomica logora i nervi di un paese che non è stato interpellato in merito. La costruiranno i russi. Sottoscrivendo l’accordo, Putin ha dichiarato che sarà più sicura delle centrali giapponesi. La Russia galleggia nei petrodollari e sta progettando decine di “piccole Černobyl’” galleggianti, decine di piattaforme atomiche da liberare nell’Oceano-Mondo, da vendere all’Indonesia, al Vietnam. E allora come si fa a non citare Chlebnikov, poeta russo col sogno di un governo universale? C’è qualcosa di mistico nel fatto che, il giorno del disastro giapponese, in America sia stata messa in vendita la nuova versione dell’iPad che ha mandato in visibilio i fan della Apple. Oggi all’alta tecnologia si chiedono solamente comodità e agio. E il mercato concentra gli investimenti soltanto su ciò che è sinonimo di ritorno sicuro. Il nostro “fabbisogno” cresce all’infinito: è questo che chiamiamo progresso. E progresso è anche il perfezionamento delle armi di distruzione di massa. Chiedete alla gente di Černobyl’ che muore per le conseguenze delle radiazioni, chiedete ai giapponesi che si sono salvati per miracolo da quest’ultimo disastro e ai parenti di chi, invece, non ce l’ha fatta che “fabbisogno” hanno, o che cos’è per loro il progresso. Se preferiscono un nuovo modello di cellulare o di auto, oppure la vita. Dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo Černobyl’, pareva ovvio che la società civile scegliesse un’altra via di sviluppo. Lontana dall’atomica. L’era atomica doveva essere chiusa. Andavano cercate altre vie. E invece continuiamo a vivere con la paura di Černobyl’: terre e case deserte, campi che tornano a essere foreste, animali che vivono là dove viveva l’uomo. Centinaia di chilometri di cavi elettrici morti e di strade che non portano da nessuna parte. Pensavo di avere scritto del passato. Invece era il futuro. Marzo 2011 da Preghiera per Černobyl’ – Traduzione di Sergio Rapetti – Edizioni E/O, 2002. – Per l’introduzione alla nuova edizione, traduzione di Claudia Zonghetti, Edizioni E/O, 2011.