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Verità del romanzo-inchiesta

Autore: Goffredo Fofi
Testata: il Sole 24 Ore
Data: 12 ottobre 2015
URL: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-10-12/verita-romanzo-inchiesta-091943.shtml?uuid=ACXJEZEB

UnNobel per la letteratura su due coglie in genere nel segno. È evidente che i giurati svedesi del premio più prestigioso da più di un secolo, ma che ha laureato anche molti mediocri e dimenticato alcuni grandi e grandissimi, da Tolstoj a Kafka, da Proust alla Woolf, da Joyce ad Achebe, hanno dovuto accorgersi, sia pure con qualche ritardo, del fenomeno centrale nelle lettere contemporanee: quello degli scrittori che – di fronte alla difficoltà di dire il nostro tempo nella forma romanzo, anche se alcuni ancora vi riescono, o alla pletora di sciocchi che tentano di farlo con imperdonabile facilità – hanno scelto di battere strade di per sé non nuove, ma le sole forse capaci di affrontare il moloch della Storia, le radicali trasformazioni del nostro tempo, l'epoca detta giustamente post-moderno che succede all'evo moderno e nella quale noi tutti annaspiamo senza capire come usarne positivamente o come, in parole povere, far fronte agli orrori che ci regala o ci prepara. Non hanno premiato a suo tempo Kapuscinski (anche se lo hanno chiamato a spiegar loro le sue convinzioni e le sue tecniche) ma hanno rimediato premiando Alexievich, la poco appariscente ma ostinata e coerente esploratrice di un modo di intendere la letteratura massimamente coinvolto nella storia.

Sono tanti gli scrittori che, dagli anni di Steinbeck e di Orwell, di Carlo Levi e di Capote, hanno cercato la nuova strada, la mescolanza di inchiesta e romanzo per dire quello che la letteratura da sola, ma neanche la sociologia o il giornalismo da soli, non possono riuscire a dire, per mettere i lettori di fronte alla complessità della storia e all'infinito dolore delle sue vittime (ovviamente non la complessità come alibi, quella di chi dimentica come il problema sia essenzialmente sempre lo stesso: chi e come deve amministrare il potere in un mondo diviso tra chi ha infinitamente troppo e masse e masse che hanno niente o quasi, e con l'obbligo morale di scegliere da che parte stare...).

Svetlana si è imposta con il libro su Chernobyl, ha raccontato la guerra vista dalla parte delle donne, ha raccontato la fine dell'utopia sovietica e i suoi esiti in chi ci aveva creduto e a quell'utopia ha dedicato la sua esistenza. Ha raccontato i modi di reagire alla Storia e ai suoi disastri del “piccolo uomo” e della “piccola donna”, secondo la lezione della grande letteratura russa, quella di Tolstoj e di Cechov, ma anche di Dostoevskij e di Leskov, di Shalamov e di Grossman, e certamente non secondo una tradizione occidentale più qualunquista che populista. Lo ha fatto lavorando su migliaia di interviste, e, come peraltro faceva Kapuscinski, intervenendo col massimo rispetto ma secondo il dovere di comunicare, di dare esemplarità e forza alla testimonianza, a ciò che si è visto e capito, affinché gli altri capiscano e, se possibile, reagiscano. Un'idea attiva della letteratura, una concezione etico-politica dell'inchiesta.

Per qualche anno, negli anni Ottanta dello scorso secolo, Svetlana Alexievich è vissuta tra Germania e Italia in una specie di esilio, e in Italia a Pontedera negli anni in cui vi aveva trovato rifugio un altro grande artista dell'Europa centro-orientale, Jerzy Grotowski. Ho avuto l'onore di sfiorare il secondo e di incrociarvi Svetlana e accompagnarla, con altri amici (Maria Nadotti, Sandro e Sandra Ferri della casa editrice e/o, il suo grande traduttore Sergio Rapetti...) a Milano, a Napoli, a Roma, di pubblicarla su «Linea d'ombra» e su «Lo straniero». Raramente ho conosciuto persone così semplici e allo stesso tempo così persuase del proprio lavoro, della sua utilità per tutti. Una grande scrittrice, una grande donna.