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Se questo è un Nobel #01 – Svetlana Aleksievič (prima parte)

Autore: Pino Sabatelli
Testata: I fiori del peggio
Data: 4 febbraio 2016
URL: http://www.ifioridelpeggio.com/se-questo-e-un-nobel-01-svetlana-aleksievic-prima-parte/

Preghiera per Černobyl’ nasce da tre anni di viaggi e interviste in cui l’Autrice ha raccolto “le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto. Il mistero”. L’esplosione del reattore numero 4 della centrale di Černobyl’ rappresenta sicuramente il più grave incidente nucleare di tutti i tempi, molto più di quello di Fukushima. Le sue conseguenze furono planetarie, anche se le più pesanti interessarono il continente europeo, dove ci furono addirittura effetti di contaminazione alimentare (in particolare su latte e verdure). Secondo alcuni quel 26 aprile del 1986 segna la data in cui iniziò l’agonia irreversibile del regime sovietico. I rapporti internazionali che analizzarono le cause dell’incidente evidenziarono importanti carenze progettuali e strutturali della centrale, a cui si aggiunse una scellerata catena di errori umani e di violazioni delle più elementari misure di sicurezza. Ma l’obiettivo dell’Autrice non è “la ricostruzione […] degli avvenimenti, ma dei sentimenti”, in una sorta di viaggio all’inferno in cui viene fuori l’uomo al suo peggio e al suo meglio: “questo libro non parla di Černobyl’ in quanto tale, ma del suo mondo”. Ed effettivamente i tanti monologhi raccolti in cui trovano espressione le voci di madri, bambini, politici, medici, ingegneri, fisici, liquidatori (così vennero chiamati i “volontari” addetti alla bonifiche delle aree contaminate nella prossimità della centrale), sono tasselli che vanno a comporre l’immagine di quel mondo (sociale e politico) che rese possibile l’incidente e ne magnificò le conseguenze devastanti.

Cattura_Chernobyl_01

Leggiamo le storie eroiche di chi sacrificò, spesso consapevolmente, la propria vita per spegnere l’incendio del reattore, costruire il sarcofago, scavare una galleria sotterranea che isolasse il nòcciolo in fiamme dalla falda acquifera. E che spesso lo fece in condizioni a dir poco incredibili, visto che le dotazioni di sicurezza si limitavano a “un camice e un berrettino bianco” e che molti lavoravano “in maniche di camicia e con delle mascherine di stoffa sul naso”, abbigliamento col quale, al termine del lavoro, rientravano a casa, in famiglia. Molti di questi eroi erano soldati giovanissimi che, posti di fronte alla prospettiva della fine della carriera militare o del giudizio sprezzante dei commilitoni (il “tribunale dell’onore!”), firmavano un documento che li “impegnava alla segretezza” e venivano gettati “laggiù come la sabbia sul reattore”, mandati a raccogliere la grafite radioattiva “con dei secchi […] con semplici badili e palette”, catapultati “in un universo fantastico, nel quale si univano gli estremi della fine del mondo e dell’età della pietra”. Uomini cresciuti nel culto “dell’atto eroico” che, posti di fronte alla drammatica necessità di dover intervenire, hanno scelto di vincere “l’istinto di conservazione. In condizioni normali non è possibile. Ma è in questo modo che la nostra gente compie degli atti di eroismo. O dei crimini”. Perché accanto a quegli eroi per caso e per necessità, c’erano sciacalli e razziatori che approfittavano delle case abbandonate per rubare e rivendere quel che potevano, incuranti della pesantissima contaminazione radioattiva. Tanto per tutti era disponibile in abbondanza un decontaminante naturale e a buon mercato: la vodka, “il miglior rimedio contro lo stronzio o il cesio”. Neanche gli ottocento tumuli attorno a Černobyl’, dove era stata sepolta la foresta abbattuta “su centocinquanta ettari attorno alla centrale” e dove giacevano “migliaia di veicoli su cingoli e su ruote, trattori e autocarri, elicotteri… autopompe e ambulanze”, si sono salvati dalle ruberie: “tutto era stato completamente saccheggiato, venduto nei mercati, smontato e utilizzato come pezzi di ricambio dai kolchoz e dai privati per le loro esigenze”. In questo modo fu pressoché vanificato ogni tentativo, per quanto velleitario, di limitare la contaminazione: “così la zona radioattiva se ne è andata a pezzi e bocconi nelle dacie fuori città”.

Cattura_Chernobyl_02

Accanto agli eroi e ai ladruncoli, emerge poi lo sfaldamento di un sistema politico ormai inadeguato a gestire anche la normale amministrazione, figuriamoci una catastrofe le cui dimensioni, va detto, avrebbero messo in crisi qualunque nazione. La prima preoccupazione di Mosca fu quella, comprensibile, di “scongiurare il panico”. Meno comprensibile fu la strategia adottata allo scopo, che in un primo tempo si limitò a nascondere alla popolazione e al resto del mondo quanto era successo. Non per niente fra la gente del posto gira uno stornello che recita:

Sulle pendici ara il trattore Sulla collina brucia il reattore Senza l’allarme degli svedesi Arava ancora per quattro mesi dove si fa riferimento all’allarme internazionale che partì dalla Svezia, a seguito della rilevazione di una radioattività ambientale inspiegabile, e che costrinse l’URSS ad ammettere l’incidente. Non sapremo mai quanto questo maldestro tentativo di insabbiamento fosse dovuto a un cinico calcolo politico o invece al fatto che, almeno all’inizio, davvero “nessuno capiva le reali dimensioni di quello che stava accadendo”. Anche nella più benevola delle ipotesi, tuttavia, la situazione venne aggravata da uno sconvolgente “complotto tra ignoranza e corporativismo”, dove molti fra i tecnici e i quadri politici periferici tacquero e obbedirono “senza fiatare agli ordini perché c’era la disciplina di partito”, anche se in qualche caso essi stessi subirono le conseguenze della esposizione alle radiazioni. Quando nascondere non fu più Preghiera per Chernobylpossibile, venne alla luce l’assoluta e criminale impreparazione nella gestione dell’emergenza. A dimostrazione della schizofrenia di un regime ormai morente, se da un lato mancarono “completamente sia le indicazioni mediche che l’informazione in generale” anzi venne diffusa “una quantità di menzogne tanto massiccia da risultare incredibile”, dall’altro, però, nessuno pensò a dispensare i kolchoz dagli obblighi dei piani di produzione agricola, a modificare “la rotazione delle colture”, anche se sul terreno erano ricaduti “quattrocentocinquanta tipi differenti di nuclidi radioattivi” in quantità equivalente all’esplosione di “trecentocinquanta bombe come quella sganciata su Hiroshima”. Non è calcolabile quale sia stato l’effetto di questo ulteriore, esponenziale ed evitabile aumento della contaminazione secondaria in termini di mortalità e di incidenza di tumori e malformazioni. Stavolta “non c’erano decreti o disposizioni governative che potessero cambiare le leggi fisiche”, e comunque “le disposizioni presuppongono un certo grado di educazione e di cultura civica da parte di chi le riceve. Ma è questo che manca! Il popolo per il quale sono state formulate queste disposizioni da noi non esiste”. E infatti, per un popolo abituato a “vivere nell’orrore”, cresciuto “in una sorta di particolare paganesimo sovietico”, e con una coscienza sospesa “tra l’atomo e il badile”, la scelta fra soffrire la fame e acquistare le derrate contaminate dalle radiazioni fu scontata: “come fare altrimenti? I negozi dei villaggi hanno i banconi sguarniti e anche se arrivano delle merci hanno prezzi che, coi salari e le pensioni che ci ritroviamo, restano inabbordabili”. E poi la radiazione è invisibile, come la paura, “come Dio”.

Svetlana Aleksievic Svetlana Aleksievič Così assistiamo sgomenti a questa “versione tecnologica della fine del mondo”, qualcosa per cui “non è adeguata né la nostra vista, né il nostro orecchio ed è perfino inadatto il nostro vocabolario”, qualcosa che “non è commisurabile né alla nostra esperienza di uomini né al nostro tempo umano”. Un’apocalisse in cui mentre intere città e migliaia di vite venivano cancellate, i cartelloni inneggianti alla vittoria del “proletariato mondiale” e alle “idee di Lenin”, erano le quinte grottesche e desolate di un teatro dell’assurdo in cui solo “la propaganda funzionava. La fabbrica dei sogni… Perfino qui difendeva i nostri miti: sopravviveremo ovunque, perfino su una terra morta…”.

Stavolta ho molto altro da dire. La prossima settimana, però.