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Elena Ferrante: scrittrice senza volto

Autore: Rosaria Carpino
Testata: Il Lume
Data: 1 aprile 2016
URL: http://corriereillume.it/cultura/elena-ferrante-scrittrice-senza-volto-2876/

ELENA FERRANTE. Non c’è lettore che non conosca il suo nome e il caso legato ad esso: Elena Ferrante è la meravigliosa scrittrice che ha incantato, con le sue pagine, migliaia di persone ed ha, con la sua volontà di restare anonima, destato la curiosità non solo dei suoi numerosi lettori, ma in particolar modo della critica. Varie ipotesi sono state mosse sulla sua identità: sarà forse la moglie dello scrittore Domenico Starnone, la saggista Anita Raja? Sarà forse Starnone stesso? L’autorevole voce di Marco Santagata ha, recentemente, fatto il nome della docente di Storia Contemporanea dell’Università Federico II di Napoli, Marcella Marmo, la quale, in una recente intervista, ha nettamente smentito. La domanda che io voglio pormi e la questione su cui voglio riflettere è se sia davvero necessario conoscere il volto, dare occhi, labbra e un’espressione a quest’anima che, con una leggerezza profonda, riesce a scandagliare gli abissi dell’essere. Prima, però, voglio soffermarmi su alcuni suoi lavori.

Vincitrice di vari premi e candidata allo Strega per L’amore molesto, il successo della Ferrante continua con I giorni dell’abbandono. Da entrambi i libri sono stati tratti dei film. Un discorso a parte merita la quadrilogia che comprende L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e chi resta e Storia della bambina perduta. I quattro romanzi, che insieme possono intendersi come un vero e proprio romanzo di formazione, seguono la vita di due amiche, Lila e Lenù (i nomi con cui le due amiche si chiamano) dall’infanzia all’età adulta, guardandone la crescita attraverso belle e tremende esperienze, paure, amori, scontri ma, soprattutto, attraverso una “splendida e tenebrosa amicizia”. Sono tanto amiche quanto diverse, Lila e Lenù, accumunate entrambe da una viva intelligenza e dall’appartenenza allo stesso rione napoletano, cresciute nella comune violenza avvertita come normalità: per Lila, esser fatta volare dalla finestra dal padre arrabbiato non è diverso dal portare nella tasca un taglierino o fare le commissioni giornaliere; per Lenù, l’immagine del vicino di casa che si abbassa i pantaloni non è diversa dalle altre immagini del quotidiano. Ma l’intelligenza di Lila ha qualcosa di tormento, spietato, inafferrabile; la sua mente, i suoi occhi, riescono ad andare oltre i confini persone, delle cose, delle superfici, traboccando ovunque, “smarginando” e, mentre Lenuccia (Lenù) riesce a far confluire la sua intelligenza sui libri, studiando, diventando scrittrice, Lila esplode in mille pezzi, ognuno dei quali, tuttavia, riuscirà ad imprimere una svolta incredibile nella vita di ognuno dei protagonisti dei romanzi e, soprattutto, in Lenuccia. Lila, infatti, ha la capacità di provare uno sgomento e un dolore tali per l’esistenza (tremendi i momenti che lei chiama di smarginamento in cui i suoi occhi non riescono più a percepire i confini delle persone, le quali vengono viste, dalla ragazza, nella loro più cruda e spietata essenza, uno spettacolo così vero da non essere sopportabile all’occhio umano, abituato a filtri che rendono possibili l’esistenza). Le due amiche, ad ogni modo, sono legate da un filo tenace, che s’è stretto alla loro mano in un episodio emblematico della loro infanzia: la perdita delle bambole. Quando, infatti, le due piccole, in un momento di gioco s’erano scambiate le bambole, Lila, nella sua sagace dirompenza, aveva gettato nei bui scantinati la bambola di Lenuccia la quale, dopo un piccolo secondo di sconforto, aveva fatto lo stesso con la bambola di Lila, aggiungendo: “ciò che fai tu, faccio io”. Da quel momento, avendo deciso di andare insieme a recuperare le bambole, dagli scantinati fino alla casa dell’ “orco” (Don Achille, che in realtà era lo strozzino del quartiere), dall’istante in cui per un attimo, spaventate, si erano tenute strette le mani, era iniziato un legame che non si sarebbe mai spezzato e che avrebbe condotto loro due, e il lettore insieme a loro, in un viaggio speciale dove il dolore diventa il passaggio obbligatorio per la crescita delle due amiche legate da un amore inoppugnabile. Detto questo, quando mi sono approcciata ai libri della Ferrante, l’ho fatto non per il mistero legato al suo nome ma per voglia di scoprire il contenuto dei suoi libri e la sua scrittura, che ho trovato incantevole, così come meravigliosa la trama dei romanzi e le personalità dei personaggi creati dalla sua penna. Immaginare il suo volto, posso farlo con la mia mente, così come lei ha dato i volti a Lila, a Lenuccia, così come ha immaginato le loro espressioni. Posso anche immaginarla mentre scrive o mentre beve un caffè o mentre legge tutte le notizie riguardanti la ricerca spietata della sua identità. Non è forse anche questa una forzatura di volontà? Possiamo addentrarci sui perché dell’anonimato. Possiamo anche fare varie ipotesi, possiamo dire che sia una mirata scelta editoriale per suscitare un caso e spingere la critica, i giornali, i lettori a parlare dei libri della scrittrice, come in effetti accade. Ma io ho un’opinione diversa. La Ferrante, in un suo libro, La Frantumaglia, dove parla a lungo della sua volontà e del perché del voler restare anonima, scrive alla sua editrice: «Io credo che i libri non abbiano alcun bisogno degli autori, una volta che siano stati scritti. Se hanno qualcosa da raccontare, troveranno presto o tardi lettori; se no, no». Personalmente credo sia questo il motivo che l’abbia spinta all’anonimato; ma non è neanche quello il punto. Il punto è che non ho bisogno, come lettrice, di buttarmi nei cassetti della sua identità per amare il suo libro, per scendere nei meandri della sua scrittura, per assaporare le sua pagine e per divorare con passione, come ho fatto insieme ad altre migliaia di lettori, i suoi libri. Quando apro i libri di questa scrittrice con me ci sono tutte le immagini e i pensieri che la Ferrante ha costruito e, dunque, con me c’è la Ferrante stessa, la sua anima che si esprime attraverso ciò che ha creato, non c’è altro che lei possa donare di più. Se da un lato devo, dunque, ringraziare, chi parla con accanimento della sua misteriosa identità perché meritevole di far scoprire sempre più gli incredibili romanzi di questa scrittrice, dall’altro lato mi auguro si rispetti la sua scelta e si scelgano le pagine, immergendosi in esse, capendo che la vita della scrittrice senza volto è già in esse, non in una biografia scritta sul retro del libro.