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ABBIAMO QUARANTA FUCILI COMPAGNO COLONNELLO - SÁNDOR KOPÁCSI

Autore: Mario Bonanno
Testata: SoloLibri
Data: 20 settembre 2016
URL: http://www.sololibri.net/quaranta-fucili-compagno-Kopacsi.html

Ungheria 1956: gli squilli di rivolta anti-URSS durano poco più che una manciata di giorni. Bastano e avanzano per la carneficina. Le cifre raccontano di 2.652 morti (ungheresi di ambo le parti, favorevoli e contrari alla rivoluzione). Senza contare i 720 soldati sovietici e i feriti: 20.000-25.000 calcolano le indagini più recenti. La sedizione popolare divampa e si esaurisce con virulenza, nel modo in cui si esauriscono la maggior parte delle sedizioni popolari: repressa nel sangue. Nel caso specifico ci pensano con le cattive le truppe sovietiche sostenute dall’ÁVH (Államvédelmi Hatóság, autorità per la protezione dello stato ungherese). Una storia di fratelli coltelli, un episodio-emblema della “cortina di ferro”, ora svelato dal di dentro nelle oltre quattrocento pagine di “Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello” di Sándor Kopácsi: da questore della capitale ungherese a rivoltoso, scampato alla pena di morte, quindi perseguitato per ovvie ragioni di scelta di campo.

E in questo caso la possibile dietrologia non è affatto strumentale: il suo “romanzo della rivolta di Budapest” (come evoca il sottotitolo di questa fresca ristampa delle edizioni E/O) si evolve secondo le coordinate di una vera e propria partitura drammatica: dai prodromi del sogno socialista al suo illividirsi nell’illibertà, nel clima plumbeo della paranoia, del sospetto diffuso (è andata così anche nella DDR sotto controllo della STASI), fino al bagno di sangue dei dieci giorni di sommossa cittadina. Una faccenda di fucili e ideali in uno scenario politico dove niente è più falso del vero e viceversa. Il climax ricostruito in progress da Sándor Kopácsi è da topos della disuguaglianza in campo: oppressi e repressori, una storia abusata: in principio ci sono i delatori, ci sono i traditori, ci sono quelli bollati come “controrivoluzionari fascisti” solo perché credono nell’anti-totalitarismo e ci scommettono la vita, ci sono uomini con molte stelle sulla divisa (ungheresi e sovietici) che tramano per il potere.

Poi c’è la parola che diventa boato e passa alle molotov, al crepitare delle armi, persino ai carri armati, della specie di carri armati che anni dopo la Praga di Jan Palach, conoscerà a sua volta. Il tessuto documentato di “Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello” poteva prestarsi al saggio storico. Oppure a un memoriale, piovuto dritto dai tempi oscuri della guerra fredda, o giù di lì. Ne è invece scaturito un vero e proprio romanzo – un romanzo simil-poliziesco dalla narrazione fluida - di descrizioni e dialoghi incisivi, che lo rendono fruibile a diversi livelli. Sono compresi i brividi e lo sgomento, poiché in “Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello” tutto quello che si racconta è successo davvero. L’ottima traduzione è di Angela Trezza.