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Budapest 1956, il coraggio della rivolta

Autore: Diego Gabutti
Testata: Sette
Data: 7 ottobre 2016

Sessant’anni fa migliaia di ungheresi si immolarono per la libertà e demolirono il mito dell’Urss in Occidente

Nell’anno del XX congresso, il 1956, mentre Stalin usciva definitivamente di scena, smascherato come babau dei popoli dai suoi stessi fedelissimi, l’Armata rossa destalinizzata saltava alla gola della rivoluzione ungherese. Era una rivoluzione contro il comunismo, contro i kolchoz, contro il regime delle fucilazioni e delle torture, contro l’occupazione militare sovietica. Qualunque cosa se ne sia detto in seguito, per esempio da parte di giornalisti italiani presenti a Budapest durante la rivolta, come per esempio Indro Montanelli, la rivolta ungherese non si proponeva la riforma del comunismo. Anche se gl’insorti, per lo più, erano operai e contadini di formazione socialista, compresi molti comunisti sempre meno convinti, non per questo si sarebbero accontentati di mandare in pensione gli stalinisti e di ricacciare i «russki» oltre frontiera. A Budapest l’ultimo dei problemi era riformare il comunismo. Vero, le fabbriche erano in prima fila, e così le scuole nelle quali studiavano i figli dei lavoratori, ma erano socialisti anche George Orwell e Filippo Turati, che del comunismo furono nemici mortali. Quel che voleva il popolo di Budapest, insorgendo in armi contro i teppisti sadici dei servizi di sicurezza e contro gli squadroni della morte marxleninisti all’obbedienza dei «consiglieri» sovietici, erano libere elezioni, diritti politici per tutti, partiti organizzati, nessuna alleanza militare con l’Orso russo e capitali stranieri che rivitalizzassero l’economia strozzata dal piano e dai burocrati. Socialisti, ex comunisti, operai e studenti presero le armi per fare la rivoluzione, ma una rivoluzione borghese, non contro il capitalismo ma (come scrisse una volta Gramsci alludendo purtroppo a tutt’altro) contro Il Capitale di Marx. All’inizio, orse, un comunismo nazionale, leggermente liberalizzato, avrebbe placato l’appetito dei rivoluzionari, come racconta Sándor Kopácsi in Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello, di gran lunga il miglior libro mai scritto sulla rivoluzione ungherese (che la stampa di sinistra, in Occidente, degradò immediatamente a «fatti d’Ungheria», poi a controrivoluzione, presto anche a tentato colpo di mano fascista). Questore di Budapest nei cinque giorni della rivolta, poi processato insieme a Imre Nagy e agli altri capi riformisti dai tribunali krusceviani dopo l’annientamento dei combattenti (ai quali s’erano uniti l’esercito e la polizia) da parte dei carri armati dell’Armata rossa, Kopácsi rimase un comunista convinto finché il comunismo non scatenò le sue furie contro il popolo, quando «capii che la mia pretesa fedeltà al partito, all’ideale, mi aveva tolto ogni dignità. Non ero più un essere umano: ero diventato il piccolo fallito a cui il capo della banda rimproverava di avere infranto le leggi della mala e che quindi doveva essere accoppato». Non lo accopparono, a differenza degli altri capi volontari e involontari della rivolta; gli diedero l’ergastolo. Ma la lezione della storia era chiara lo stesso. Un attimo prima l’ambasciatore sovietico a Budapest Jurij Vladimirovi Andropov (più tardi presidente del Kgb e segretario generale del Pcus) baciava la mano alle signore e ballava fino alle ore piccole nei saloni dell’ambasciata e un attimo dopo «le unità blindate russe, in risposta alle bottiglie molotov, distruggevano sistematicamente i palazzi da cui erano partiti i colpi. File di case, dietro alle quali i russi pensavano di scovare gruppi d’insorti, furono rase al suolo. Centinaia di palazzi furono così distrutti, soprattutto nei quartieri operai, centro degli insorti».