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La banalità dell'amore

Autore: Raffaella Miliacca
Testata: Televideo Libri
Data: 24 agosto 2010

New York, 1975. La studiosa tedesca Hannah Arendt, da poco reduce da un infarto, accetta di farsi intervistare da uno studente dell’Università di Gerusalemme. Argomento della conversazione dovrebbe essere il suo libro “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”, che tante critiche è costato a lei, ebrea, da parte del mondo ebraico. Hannah riceve in casa il giovane, che si rivelerà altro da quello che si era presentato, e l’incontro diventa l’occasione per rivivere i momenti della sua relazione “proibita” con Martin Heidegger, il filosofo che abbracciò il nazismo.

Savyon Liebrecht prende in prestito il titolo della Arendt e scrive “La banalità dell’amore”, una pièce teatrale ora in libreria per Edizioni e/o.

La narrazione intreccia passato e presente, ricordi ed emozioni, Storia e sentimenti, in un alternarsi di spazio e tempo: dall’appartamento dell’ormai anziana professoressa alla baita di montagna dell’amico Raphael, in Germania, nel 1924. Qui si svela il sentimento tra la studentessa diciottenne Hannah e “l’anziano” (35 anni ) professore di filosofia Heidegger. Alla fascinazione intellettuale si sovrappongono l’amore e la passione, sentimenti che gli eventi rendono via via impossibile coltivare: lei, ebrea, è costretta a lasciare la Germania hitleriana; lui, rettore a Friburgo, sposa il nazionalsocialismo tedesco.

Attraverso i ricordi di Hannah, il racconto ripercorre le fasi di questo amore irrazionale, spezzato, eppure mai rinnegato. E, al tempo stesso, è l’occasione per rivivere la drammatica escalation di eventi di quegli anni e per dare alla Arendt una nuova opportunità di difendersi dalle critiche suscitate, nel dopoguerra, nelle istituzioni ebraiche dal suo libro, “La banalità del male”. Il volume raccoglie gli articoli che lei scrisse come inviata della rivista New Yorker , a Gerusalemme, al processo ad Adolf Eichmann, responsabile delle deportazioni ad Auschwitz. Incalzata dalle domande del giovane intervistatore, che si svelerà molto coinvolto nelle vicende personali dell’intervistata, Hannah spiega l’espressione “la banalità del male”, tacciata d’indulgenza nei confronti dei crimini nazisti: “Quei crimini furono di un’atrocità inaudita. Ciò che era banale era l’ubbidienza totale di chi li commise. E la triste verità è che la maggior parte delle azioni malvagie viene compiuta da uomini che non hanno mai scelto consapevolmente di essere buoni o cattivi. Molti gerarchi nazisti amavano la cultura, avevano una famiglia ed erano padri devoti. E’ la loro normalità a fare paura. E’ questa la banalità del male”.

E il “suo” Heidegger? Nessuna comprensione, neanche per lui, ma l’impossibilità di dimenticare quell’amore per “l’ultimo romantico tedesco”.