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Asini, oche e rabbini

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: SoloLibri.net
Data: 6 luglio 2011

In "Asini, oche e rabbini" (E/O, 2011) una scrittrice ebrea ci racconta del passato, il Novecento, ma anche del presente; delle tradizioni ebraiche, ma anche della storia del nostro paese; della sua famiglia, ma anche della collettività; dei suoi percorsi di vita, ma anche di quelli di tutta la sua generazione, nata nel dopoguerra, vissuta negli anni cinquanta e poi precipitata nel caotico e fantasioso ’68, con tutti gli errori, le speranze, le delusioni, la fatica che quel periodo ha portato nella vita di tanti. Un libro originalissimo, dove regnano le ricette e le pietanze della cucina ebraica, i sapori e gli odori di un mondo tra il Piemonte e l’Emilia-Romagna, tra Ferrara e Torino, tra Finzi Contini e Mirafiori. Roby, l’io narrante, racconta con linguaggio affabulatorio l’infanzia dorata di ragazza bene di famiglia ebraica ferrarese scampata alla deportazione: la mamma Fernanda, il padre Giorgio, i nonni torinesi Amalia e Orazio, la balia asciutta-tuttofare-tata di famiglia dal nome maschile, Cecco (Francesca), che accompagna quattro generazioni di Montel-Anau. Roberta racconta senza reticenze il suo rapporto con l’ortodossia ebraica, passata da una tiepida accoglienza delle norme di famiglia, con qualche trasgressione (il panino col salame), al laicismo sessantottino, quando tutte le regole erano saltate, fino alla età presente in un agriturismo detto la Miniera, in Piemonte, dove accoglie gli ospiti provenienti da ogni continente con i piatti della cucina ebraico-piemontese, frutto delle esperienze di famiglia, con qualche sapore in più, dovuto alla sua fantasia. La figlia Debora, nata nel ’68 e frutto di un matrimonio precipitoso e immaturo, è invece lontana dalla tradizione materna e rimuove l’ebraismo ortodosso che non ha respirato e dunque non riesce a vivere. I personaggi descritti, soprattutto le donne, prima di tutte la madre Fernanda, ci raccontano un pezzo di storia della borghesia ebraica italiana davvero interessante. Il tono leggero, l’uso di parole ebraiche mescolate al dialetto piemontese e a quello ferrarese, la presenza di termini gergali e di frasi idiomatiche rendono la narrazione piacevole e altalenante: a riflessioni serie e profonde si alternano episodi del lessico familiare, parolacce, sfoghi, critiche severe all’operato delle persone più vicine alla protagonista. Un libro diverso, originale, poco ortodosso, necessario.