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L'irresistibile leggerezza di Schmitt

Autore: Giovanni Dozzini
Testata: Europa
Data: 21 settembre 2010

Torna Eric-Emmanuel Schmitt, con le sue parabole. Perché è questo che sono i quattro racconti contenuti in Concerto in memoria di un angelo (traduzione di Alberto Bracci Testasecca, e/o, 192 pp., 17 euro), parabole. Piccole storie che in poche pagine svelano vite intere, sentimenti totalizzanti, capriole morali. Amori e odi, segreti e incomprensioni, lo scrittore francese non va troppo per il sottile. La vecchia assassina di provincia, l’ottuso marinaio canadese, il giovane e perfido pianista schiacciato dall’arrivismo, e infine la coppia presidenziale francese che vive i suoi rancori e rincorre le sue passioni perdute all’Eliseo. Tutti protagonisti necessari di allegorie essenziali, lampanti, di fronte alle quali il lettore non fatica affatto a capire dove si vuole andare a parare. Un difetto? Non necessariamente.
Tanto più che la parte più interessante del libro sta forse in coda, quando il punto e basta dell’ultimo racconto è stato già messo. «Ho scoperto che l’abitudine di aggiungere alle seconde edizioni dei miei libri il giornale di bordo che ne ha accompagnato la scrittura è un’iniziativa che i lettori gradiscono», scrive Schimtt. Così per questa volta decide di non aspettare la ristampa, regalando l’accesso a una quindicina di pagine del suo diario vergate ai tempi della stesura dei quattro racconti in questione. Ed ecco che viene il bello. Non tanto quando l’autore racconta la genesi delle idee intorno a cui prendono vita pian piano le storie, né quando confida di essere completamente in balìa della scrittura («si è impadronita di me e ha messo in sospeso tutto ciò che non la riguarda»), quello, a grandi linee, ce lo possiamo pure immaginare da noi. Ci piace piuttosto leggere i resoconti dei suoi cicli di presentazioni in America e in Italia, la sua perplessa sorpresa per l’ammirazione nei confronti dei suoi lavori dichiarata dagli americani, poco abituati ad avere a che fare con una narrativa che non sia ponderosa e magniloquente, e il suo feeling con gli italiani, che capiscono perfettamente la sua ricerca della leggerezza e della semplicità «perché tutti conoscono le Lezioni americane di Calvino, uno dei miei breviari».

Infine Schmitt discetta sulla differenza tra romanzo e racconto, spiegando cosa gli va bene dell’uno e dell’altro, e le sue riflessioni sulle diverse opportunità offerte dal respiro lungo e da quello breve della narrazione contengono più di uno spunto su cui ragionare.