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Un racconto inedito di Piergiorgio Pulixi su Left

30 agosto

Il cimitero delle bambole

di Piergiorgio Pulixi

Il racconto si ispira al tragico femminicidio della donna aggredita a Lucca, e di tutte le violenze in Italia contro le donne. La ribellione è quella delle madri. La ribellione di chi resta, e di chi cerca di mettere in guardia le bambine che presto saranno donne

L'amore riesce a farti sembrare qualcuno che non sei. Non solo. Riesce a convincerti di essere qualcuno che non sei. Che non sei stato mai. Ti inganna. Distorce la percezione che hai di te stesso. Del mondo. Ma soprattutto dell’altro. Ti abbaglia. Può essere infame, l’amore. Ti illude di essere al sicuro, quando in realtà ti sta sospingendo verso un baratro oscuro. Io lo so. Mi volto e osservo l’enorme massa umana alle mie spalle. Sono tutte donne. Anche loro lo sanno. Alcune ne portano i segni sulla pelle. Altre ancora più in profondità. Nel cuore. Nell’anima. Siamo tutte sopravvissute, chi al male, chi alla perdita. Le nostre anime hanno trovato ricovero l’una nell’altra.
Riporto lo sguardo alla finestra. Le fiamme sfarfalleggianti delle nostre fiaccole fendono la notte. Siamo inginocchiate innanzi all’ospedale come se fosse una chiesa. Il silenzio è la nostra preghiera. La nostra presenza è l’unica comunione possibile. Non servirà, forse, ma il nostro posto è qui. A lottare con lei. Le sue cicatrici sono le nostre. La carne viva sbranata dal fuoco, quella delle nostre figlie. La paura che le attanaglia la gola, quella delle nostre sorelle. I bisturi che le stanno incidendo le carni, gli stessi che hanno scavato in quelle delle nostre nipoti. Siamo qui per lei. Una fiaccola in una mano, e una bambola di pezza nell’altra. Se le lacrime potessero lenire come un balsamo le sue ferite, piangeremmo fino a inaridirci gli occhi. Ma non possiamo fare altro che star qui ad aspettare, sperando che il buio non se la porti via. Sperando che non si aggiunga un’altra bambola alla nostra sciagurata collezione.
Un urlo lacera la notte. D’istinto la bambola mi cade dalle mani. La osservo scomposta a terra. Pensavo di non avere più lacrime, ma le sento scivolare nei solchi delle rughe. Conosco bene quel grido. Animalesco. Brutale. Solo le madri gridano così, fino a svellere le corde vocali. Anch’io, gridai così. Questo vuol dire soltanto una cosa: non ce l’ha fatta. I medici non sono riusciti a salvarla. Lancio uno sguardo alle mie compagne. Sussultano, singhiozzano, vomitano rabbia. Le nostre preghiere non sono servite a niente. Non l’ha uccisa il fuoco. L’ha uccisa l’amore. O quello che lei riteneva fosse amore. Il grande bugiardo. Il crudele ammaliatore. Lui, sempre lui: lo stesso che ci ha portato via le nostre figlie. L’assassino dalle labbra di miele. Raccolgo la bambola da terra e mi alzo in piedi. Le altre madri fanno lo stesso. I curiosi e i giornalisti ci osservano. I flash e le luci dei loro cellulari ci investono famelici. Spettacolarizzano il nostro dolore. Non possono capire. Ma noi non li calcoliamo. Ce ne andiamo mentre quelle urla di madre scarniscono la notte come quel fuoco bastardo le ha scarnificato la figlia. Forse anche lei si aggiungerà a noi. Dopo, quando non avrà più voce per gridare. O forse no. Anche perché le grida non finiranno mai. Solo che non sarà più la gola a vomitarle fuori. Ma l’anima. E soltanto le madri saranno in grado di sentirle. Solo le madri.
Ci fermiamo alla stazione dei Carabinieri. Lui è asserragliato lì dentro, sotto interrogatorio. Quando gli investigatori avranno finito di esperire le dovute indagini, andrà in carcere, ad avvizzire di rimpianti, ad avvelenarsi di sensi di colpa. Al sicuro dai nostri sguardi. Al riparo dalla nostra indignazione. Nessuna pena a questo mondo servirà a riportare in vita quella ragazza. Nessuna punizione riplasmerà la cenere in carne, la fuliggine in capelli, il gelo in calore. Nessun giudice potrà cancellare quelle istantanee di morte che tormenteranno i sogni di quella madre. Niente e nessuno. Tantomeno noi. Non vogliamo giustizia. La giustizia non è abbastanza.
I militari si spaventano ed escono fuori, pistole alla mano. Quelle cento e passa donne armate di fiaccole devono fare parecchio paura nel cuore della notte. Sono streghe, pensano. E forse hanno ragione. Quando a una madre viene strappata la cosa più cara che al mondo, nel modo più atroce, sì, può darsi che una madre si trasformi in una strega. I carabinieri sono nervosi. Gridano ordini: disperdetevi, andatevene. Streghe, rimuginano, ma non lo dicono. Non li ascoltiamo.
Svegliate le bambine, iniziamo a gridare. Portate qui le bambine... Portate qui le vostre bambine! Che portino le proprie bambole... Portate le vostre bambole! Cento madri che gridano nella notte. Cento donne la cui sacralità forgiata dalla perdita non viene messa in discussione, perché le altre donne, quelle che ci osservano dalle finestre, obbediscono. Qualcosa nel loro sangue le convince ad assecondarci. Le bambine vengono svegliate e portate giù. Dalle loro mani penzolano bambolotti di ogni genere. Dieci minuti, e siamo circondate da donne di tutte le età. Fate avvicinare le bambine, ora non siamo solo noi a gridarlo. Perché la gente conosce questo rito collettivo; troppe volte l’abbiamo messo in atto. Tutti sanno cosa significa. Non gridiamo al sangue, non invochiamo vendetta. Non siamo vendicatrici, siamo soltanto donne. Siamo madri. E ognuna di noi, una dopo l’altra, si avvicina al centro di quel cerchio umano e lascia cadere per terra la bambola che ha portato. Qualcuna piange, qualcuna prega. Cento donne, una dopo l’altra, lasciano stramazzare le proprie bambole come fossero cadaveri. In poco tempo, il parcheggio antistante alla caserma diventa un cimitero di bambole. Ognuna è una ragazza che è stata ammazzata, un amore tradito. Le bambine iniziano a capire. Le madri spiegano loro cosa sta accadendo. E sarà per l’atmosfera spettrale data dalle fiaccole, o forse per quell’aria satura di fantasmi e permeata della violenza che è tornata a riecheggiare rievocata dal nostro dolore, le bambine incominciano a piangere. Fissano quella montagna di bambole e piangono, perché hanno compreso. Le madri scagliano le fiaccole e le bambole prendono fuoco. Ora i carabinieri non dicono una parola. Hanno madri anche loro. Sanno che poche cose al mondo sono profonde come il dolore di una madre. Forse niente. Bruciano, le bambole di pezza, e con loro brucia la purezza delle bambine che assistono in religioso silenzio. Noi non siamo bambole, dicono le loro madri: tu non sei una bambola, e nessuno ti deve trattare come una bambola. Osservo le piccole avvicinarsi al fuoco e scagliare ognuna la propria bambola. Lentamente muore tra le fiamme la loro innocenza. Non siamo qui per vendetta. Siamo qui per dare una lezione, per ribellarci. È meglio che imparino in fretta che l’amore non è sempre quello che sembra. Di colpo cala il silenzio. Il cerchio si rompe. Una donna si avvicina claudicante. È anziana. Sta piangendo. Anche lei ha in mano una vecchia bambola. La scaglia nel fuoco. Lancia un’occhiata alle bambine che la osservano e crolla sulle ginocchia, in preda ai tremiti. Chiede scusa. Implora perdono.
D’improvviso capisco e provo una grande pena. Anche lei è una madre.
È la madre di lui.