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Mia povera Napoli tra topi e spazzatura: l'articolo di Elena Ferrante sul New York Times

Di notte i padroni sono i topi e i cani. La spazzatura, che non solo nelle periferie di Napoli, ma in quartieri residenziali come i Colli Aminei arriva fino al primo piano, col buio si anima. I sacchi, le buste di plastica oscillano, emettono i suoni delle cose trinciate, frugate. Di giorno invece i ratti spariscono, restano i cani ma quieti, riappaiono gli uomini, le donne, i ragazzi, i bambini. Il traffico, normalmente caotico, qua e là si blocca per i cassonetti rovesciati, l’immondizia che ostruisce la strada. Il cattivo odore di decomposizione e bruciaticcio muove dalle colline di spazzatura e scivola per le strade, entra nei negozi, nei portoni, nelle case.
La città però tira dritto. Ciò che fa rabbia non è la protesta degli abitanti di Pianura contro la riapertura della discarica sotto casa loro, ma la più generale acquiescenza di Napoli, l’abitudine a sopravvivere nell’inefficienza e nel disordine. Il delitto, in questa città, è diventato un destino, ha la potenza delle cose risapute contro cui, però, non c’è niente da fare. La spazzatura che si accumula per le strade non è una novità di oggi, ha qualche decennio di storia alle spalle. Che la criminalità organizzata gestisca un numero stupefacente di discariche abusive lo sanno tutti da tempo. Che in Campania siano stati sepolti i veleni più disparati e che questo centuplichi i normali rischi a cui è esposta la vita umana è cosa nota al cittadino comune e ai magistrati. Che l’illegalità prosperi sotto l’ombrello della legge con molto profitto grazie alla mediazione dei politici di ogni schieramento, non si discute nemmeno, è un fatto, succede da sempre. Prendiamo infine Antonio Bassolino, sindaco di Napoli per lungo tempo e governatore della regione Campania. Che anche un uomo onesto come lui, venuto dall’interno della tradizione politica meno corrotta d’Italia, non sia riuscito a cambiare niente che davvero conti e anzi sia stato piano piano ingoiato dalla più complice inefficienza, è per il napoletano (e non solo) la prova provata che a Napoli non c’è niente da fare, che resta solo l’impotenza quieta di chi tira a campare nel marciume.
Questo sentimento di fondo rende risibili i propositi di rigore e durezza del governo Prodi. Un napoletano di cultura media se la ride, mi dice: “Che fa, manda l’esercito? Decreta il coprifuoco? Nomina commissario straordinario un superpoliziotto? Per fare cosa, manganellare, mettere sotto chiave, torturare? Solo un fesso può credere che ciò che non si è fatto per decenni si riesca a fare nel giro di pochi giorni”.
Non ride nessuno, invece, quando sentite che per la città corrono voci come queste: nei quartieri della camorra la spazzatura non c’è, lì l’hanno portata via; è nei quartieri residenziali, dove c’è la gente perbene che non protesta e non spara, che l’immondizia arriva al primo piano.
Dicerie, naturalmente. Ma dicerie che testimoniano la perdita di fiducia definitiva nelle istituzioni. Una perdita rassegnata, di gente che non crede più nemmeno al lindore di altri posti del mondo. A Napoli le montagne di spazzatura sembrano il simbolo di un marciume cosmico. Qui non solo il marcio si vede, ma ha una sua potenza prefiguratrice. Se uno sa guardare, ci vuole poco a capire che questa sporcizia puzzolente e infetta, generatrice di profitti legali e illegali, non è un arcaismo, è modernissima, preme dietro la precarietà di ogni ordine, in ogni parte del pianeta.

Elena Ferrante, 16 gennaio 2008

Copyright New York Times - la Repubblica. Copyright immagine New York Times 2008.