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Elena Ferrante: «Siamo noi le padrone della storia»

La narrazione è una forma di potere immenso che sfugge alle logiche maschili. Attraverso il racconto le donne ritrovano libertà e autonomia È l’auspicio della scrittrice che ha imparato la lezione da Boccaccio

di Elena Ferrante

Sebbene difficile da maneggiare, il potere è molto desiderato. Non c’è persona o gruppo o setta o partito o folla che non lo voglia per sé, nella convinzione di saperlo usare come nessuno ha mai fatto. Io non sono diversa, eppure ho sempre avuto paura che mi fosse attribuita una qualche autorità. Qualsiasi organismo direttivo, a scuola, sul lavoro, o era a maggioranza maschile o anche la componente femminile adottava comportamenti maschili. Perciò non mi sono trovata mai a mio agio, me ne sono stata da parte, ero convinta di non avere la forza di reggere il conflitto coi maschi e di tradire me stessa adattandomi alle loro vedute. Da millenni l’esercizio del potere, in ogni sua espressione, è condizionato dal modo maschile di stare al mondo. Fin troppo spesso pare anche a noi donne che non si possa fare uso del potere, se non come tradizionalmente hanno fatto gli uomini.

C’è stato però sempre, fin da ragazzina, un potere che mi affascinava, anche se ampiamente colonizzato dagli uomini: il potere di raccontare. Raccontare, sì, è un potere, e non da poco. Il racconto dà forma all’esperienza e lo fa ora accogliendo, ora mettendo a soqquadro, ora riorganizzando le forme letterarie. Il racconto elabora strategie per attrarre dentro la propria rete i lettori e coinvolgerli mettendoli al lavoro, anima e corpo, perché trasformino il filo nero della scrittura in persone, idee, sentimenti, azioni, città, mondi, umanità, vita. Il racconto, insomma, è il potere di ordinare il reale secondo una nostra impronta e in questo non è molto distante dal potere politico.

In principio, devo dire, non sapevo che raccontare fosse un potere. Me ne sono accorta lentamente e ne ho sentito la responsabilità in modo spesso paralizzante. Accade ancora oggi. Ogni potere, compreso quello del racconto, non è né buono, né cattivo, dipende da ciò che intendiamo farcene. E io più invecchio, più ho paura di farne un cattivo uso. Le intenzioni in genere sono buone, ma a volte raccontare riesce al modo giusto, a volte in modo sbagliato. L’unica cosa che mi consola è che per quanto un racconto possa essere mal concepito, mal scritto, e perciò causare danno, ne causerà sempre meno della pessima gestione politico-economica delle città, del pianeta, col conseguente corredo di guerre, ghigliottine, stermini di massa, segregazioni razziali, lager, gulag.

Che dire, dunque? Probabilmente ho scelto di scrivere per timore di maneggiare forme di potere più concretamente pericoose. O forse anche per un forte sentimento di estraneità nei confronti delle tecniche del dominio, tanto che in certe fasi ho pensato che scrivere fosse il modo a me più congeniale per reagire agli usi sbagliati del potere. Ma soprattutto l’ho fatto per un equivoco di fondo: da ragazzina ho pensato che la letteratura fosse molto accogliente con le donne. Mi aveva colpito molto il Decameron di Giovanni Boccaccio (1313-1375). In quest’opera, che è all’origine della grande tradizione narrativa italiana ed europea, ci sono dieci giovani — sette donne e tre uomini — che per dieci giorni si raccontano a turno delle novelle. Trovai, intorno ai sedici anni, molto confortante che Boccaccio, nel concepire i suoi narratori, avesse assegnato alle donne una maggioranza così schiacciante. Ecco che un grande scrittore, il padre fondatore del racconto moderno, metteva in scena ben sette grandi narratrici: c’era di che sperare. Ma in seguito ho scoperto che se nella finzione del Decameron Boccaccio era stato così generoso con le donne, nella realtà le cose andavano diversamente. E diversamente vanno ancora oggi. Siamo state sospinte in margine, verso la subalternità, anche nell’esercizio letterario. È un dato di fatto: le biblioteche e ogni possibile archivio conservano la memoria del pensiero e delle azioni di un numero spropositato di uomini eccellenti; costruire invece una nostra genealogia potente, una genealogia femminile, è tanto arduo quanto fragile.

Se non fosse andata così, avremmo fatto meglio degli uomini? Siamo migliori di loro? Da giovane ho creduto di sì, oggi non lo so, ormai tendo a evitare ogni idealizzazione. Certo non fa bene alla nostra causa, secondo me, immaginarci tutte bravissime, integerrime, sempre di buoni sentimenti, senza macchia e senza paura, soprattutto non più complici degli uomini. Un problema grave, in realtà, è proprio la nostra diffusa complicità. Nella società degli uomini siamo esposte a tutto. Il potere, tutti i poteri di qualche consistenza sono ancora saldamente in mani maschili, e se nelle società con una solida tradizione democratica l’accesso ai posti di comando ci è concesso sempre più di frequente, ciò accade solo a patto di dimostrare con subalterna evidenza che abbiamo bene introiettato il modo maschile di affrontare e risolvere problemi. Ma mettiamo anche che una donna si inserisca nelle strutture di potere forzando le procedure scritte e non scritte con spregiudicata intelligenza politica. Le è possibile, di fatto, dare scacco matto solo se la sua spregiudicatezza resta coerente con la tradizionale spregiudicatezza della cultura maschile del comando. Ma se è così, perché vincere la partita? Solo per il gusto di vincere? Non mi ha mai convinta la formula entusiastica: finalmente una donna ministra o presidente o premio Nobel o altra meta in alto nelle attuali gerarchie socioeconomiche e culturali. Vale la pena farlo soltanto per la soddisfazione tutta personale di essere cooptate dal potere vigente? Io penso di no. Bisogna chiedersi piuttosto: dentro quale cultura, dentro quale sentimento del potere, con quali strumenti e competenze, io scalo la vetta? Ed è urgente farlo. I mutamenti in atto sono incalzanti. Tutto sta diventando altro in modo imprevedibile. Adesso, e per lungo tempo ancora, il problema è uscire da una ingegneria maschile che tiene da fin troppo tempo il pianeta sull’orlo di svariate catastrofi. Come? Forse è il momento di scommettere su un mutamento complessivo di sguardo, su una visione femminile del potere. Essa va costruita, va imposta in ogni campo con la forza delle nostre opere. Per ora la nostra eccezionalità è ancora l’eccezionalità delle minoranze. I maschi possono tuttora permettersi di concederci qualche riconoscimento con bonaria supponenza solo perché sono ancora troppo poche le donne veramente autonome, non subordinabili, non riducibili alla formula: “sei così brava, che sembri un uomo, ti voglio premiare”. Ma le cose stanno cambiando in fretta. Ovunque si va rafforzando la nostra capacità di ripensarci e ripensare il mondo. È sempre meno necessario mostrarsi acquiescenti o complici per godere di qualche briciola della supremazia maschile. Dobbiamo avere una tale massiccia, fattiva potenza, da poter fare a meno delle ratifiche degli uomini in ogni forma di gestione. Per tenermi all’esempio letterario che ho scelto, le sette narratrici del Decameron non dovranno avere mai più bisogno, per esprimersi, del grandissimo Giovanni Boccaccio. Loro, insieme alle loro innumerevoli lettrici — già Boccaccio registrava che gli uomini avevano altro da fare e leggevano poco — sanno autonomamente leggere e raccontare il mondo in modo impensato. È questa Storia femminile, sempre più competente, sempre più diffusa, che ha bisogno di potere. È tempo di prenderselo e mettersi alla prova.

da La Repubblica - Robinson del 25.5.29

© Elena Ferrante. Originale del pezzo apparso sul New York Times