Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

L’appeso, un racconto inedito di Sacha Naspini

Racconto apparso su The Catcher

Leggenda vuole che Frankenstein venisse concepito in una villa svizzera, due anni prima della pubblicazione effettiva, durante una notte in cui George Byron, John Polidori, Percy Bysshe Shelley e Mary Wollstonecraft si sfidarono a raccontarsi storie di fantasmi. E se avvenisse oggi? È avvenuto. Durante il Salone Internazionale del Libro, alla Casa del Pingone, quattro giovani scrittori (Danilo Soscia, Veronica Raimo, Sacha Naspini e Vincenzo Latronico) hanno ripetuto la stessa sfida.

GRAZIELLA SERRI
Quando capii che fare la maga di paese è un attrezzo che porta il doppio stipendio me lo dissi chiaro: “Graziella, non fare la cretina, qui si va a dama facendo poco o niente”.
Non che la reversibilità del povero Martino fosse fuffa, ma un’entrata dai gonzi delle contrade mica mi dispiaceva. Agli occhi dei più conservavo quel certo stampo di strega, solo per essere la nipote di nonna Velia, che in altri anni a Le Case aveva fatto furore. Quando venne a mancare cominciarono a prendermi di mira, e neanche avevo vent’anni: “Che, me lo faresti un giro di tarocchi?”. Oppure: “Certo sarebbe un lusso far asciugare le iatture nei piatti da quelle manine di famiglia…”. Un po’ me ne fregavo, un po’ no. Mi individuavano come una cresciuta al tempo del chinino. L’unica tecnologia con cui nonna Velia aveva preso confidenza era la radiolina gialla, che accendeva alle sei di mattina, prima ancora di alzarsi dal letto e farsi il segno della croce. Ogni volta diventava matta con la rotella, perché bastava spostare una briciola in cucina e perdeva la frequenza. Se non aveva ascoltato l’oroscopo di Lucia Alberti, nonna Velia andava in faccia alla giornata con il muso di una deportata.
A parte le incombenze di casa c’erano pochi altri argomenti se si voleva parlare con lei, specie negli ultimi anni, dove il pallino dell’astrologia spalancava quarti d’ora buttati nel secchio per via delle mappe stellari di tutto il parentame, vicino e lontano.

Non gliene fregava niente di sapere come se la stesse passando Gabriele, impantanato là, a Firenze, in una battaglia mortale con l’affitto che ti viene a bussare a cannonate: Lucia Alberti dava il Leone ben messo, specie per quelli nati nella seconda decade come lui. Si poteva dormire tranquilli.

Oppure capitava che l’Acquario fosse redarguito sui malanni di stagione: nonna Velia prendeva il telefono e si raccomandava con Palma, ormai radicata con il marito sull’altro versante d’Italia, nella zona di Pescara. “Prendi il maglione prima di uscire. Copriti i bronchi.”
Conservava tre pagine di Paese Sera piegate in quattro, che teneva nel borsello. Nemmeno per la foto del povero nonno Alborino aveva quest’accortezza, che restava al fresco, sul canterano, vestito da soldato. Ogni tanto si metteva al tavolo di cucina, tutta composta, identica a una scolaretta con i gomiti puntati sulla ribaltina. Con le ginocchia unite, tirava fuori gli inserti di quella rivista, schiudendoli con attenzione millimetrica, come se le piegature nascondessero polvere d’oro che sarebbe volata con un colpo di riscontro. E si perdeva là, nella storia di quella donna di cui l’articolo riportava una bella fotografia nel centropagina. A volte nonna Velia alzava la testa con uno struggimento da farti pensare “È morto qualcuno?”, e diceva: “Da ragazzina aveva dei mal di testa. Erano l’avvisaglia dei bombardamenti”.
Ormai non sopportavo più quella fissa, ma capitavano giornate che mi sorprendevano meno iena, e mi lasciavo andare a un’altra ottica: dopo le guerre che alla fine le avevano rubato il marito, nonna Velia aveva scoperto la Alberti all’inizio dei Sessanta, come i più, in quel momento dove la Maremma e l’Italia tutta si era risollevata da anni crudi. Con quel goccio di benessere si era schiusa la porta del divertimento, se non delle fascinazioni frivole, mentre nel sangue ancora urlavano i lupi di tante angosce e privazioni.

Invece di pensare al pane razionato, d’un tratto la gente si chiedeva, incontrandosi per strada: “Di che segno sei?”.

Ho resistito fino ai quaranta. Poi Martino decise di farmi uno scherzetto tutto suo: una mattina uscì per il giornale e non tornò più. Lo trovarono nei fossi, sul lato del costone che dà sulla conca di Maremma, con la Gazzetta ancora sottobraccio. Perché a quell’ebete piaceva fare le passeggiate di prima mattina, nonostante la mole cominciasse a dargli il fiato corto. “Caro mio, non hai più il passo dei vent’anni” gli dicevo ogni volta. “Che ti costa prendere l’Ape per scendere al paese? Il panorama lo guardi lo stesso.” Ma tanto da quell’orecchio non ci sentiva. Per farglielo capire è dovuto scendere il Cristo, spaccandogli il cuore in due al terzo salitone.
All’inizio fu brutto, perché ero arrabbiata. Chiacchieravo con quel mio marito dalla mattina alla sera, a voce alta, come una pazza, continuando a dargli del demente. Mi lasciava sola, in un momento della vita dove inventarsi da capo è roba tosta, specie a Le Case, dove le occasioni sono colpi di sonno e ormai porti il timbro della vedova: ti butta fuori dai giochi, soprattutto se ti frulla il pallino di un fidanzamento in tarda età. I tizi sui cinquanta rimasti soli sono pazzoidi o perdigiorno. Va da sé che la strada resta una: giorni come incudini, a girarti i pollici all’infinito. Nella stessa casa che ti vide prima bimba e poi sposa e ora impantanata in una vecchiaia prematura. A camminare le stanze mischiata all’alone di chi non c’è più. Come un fantasma.
Mi annoiavo tanto. Nei momenti bui cambiavo di posto alla mobilia, come per darmi il senso di abitare in un posto nuovo. L’occhio si abituava presto, allora rimettevo la vetrina al posto del divano, e il divano di sghimbescio, spostando la madia e il frigorifero, in quel tutt’uno di stanza che lega la cucina al salottino.

Ancora un po’, e avrei portato il letto in bagno, tanto per darmi l’aria della novità. In quel turbinio, mi capitarono tra le mani gli scatoloni di nonna Velia, rimasti da sempre a prendere la polvere sull’armadio.

Fu come un viaggio nel tempo. C’erano i tarocchi e i diari con le preghiere antiche. Le ricette delle piante medicinali, i manuali. E le boccette per l’olio, quelle per il sangue degli uccellini. Le ultime candele, il pendolo d’ottone col testimone, il mortaio di marmo… Una pietra di tormalina, per assorbire le negatività. Il campanellino che da bimba a volte le rubavo, insieme alla statuetta fatta a testa di cavallo, che non aveva poteri di nessun tipo ma a nonna Velia piaceva tanto, perché cambiava colore nella criniera, a seconda del tempo. Poi i ritagli di Lucia Alberti, a fasci.
A pensarci, quegli anni erano stati il culmine di tante cose. Rividi certe domeniche d’estate, quando la gente del comprensorio si ammassava all’imbocco dello stradone. Alla fine dovemmo mettere un blocchetto, con il numerino. E tutti mi trattavano bene, perché ero la nipote della maga. Mi portavano anche qualche regalo. I clienti si presentavano alle sei di mattina, dopo una levataccia che li aveva mossi di casa neanche al primo chiaro.

Nonna Velia preparava la stanza, cominciando dal coprire gli specchi, perché durante le profezie potevano trasformarsi in finestroni con l’aldilà.

Accendeva i ceri, allestiva il tavolo. Poi mi spediva fuori. La gente, quando vedeva sbucare me, scattava sull’attenti: la strega della chiesaccia era pronta a ricevere i debosciati strapieni di malocchio e pene d’amore.
I morsi della solitudine mi fecero tuffare in quelle scatole, guidata da un mare di nostalgie. Mettevo un oggetto accanto all’altro, ricopiando la fotografia che conservavo in testa di quei tempi, quando anche la Maremma poteva vantare la sua Alberti. Arrivai perfino ad accendere le candele, tirai gli scuri. Non contenta, presi un lenzuolo e coprii la stessa specchiera che dopo tanti anni aveva fatto la ruggine, ma non si era mai mossa da lì. Era come allestire un palco. Alla fine mi guardai intorno, e per un attimo ebbi l’impressione di rivedere la nonna su quella sedia, con la camicia lilla e lo scialle blu scuro. Di solito chiudeva gli occhi per un attimo, tenendo le mani sul piano. Poi faceva un respiro profondo. Tornava su di me con un sorriso a fior di labbra. “Va’ ad aprire” diceva.
Bussarono. Due colpi secchi, che mi strapparono da quei trasporti. Ero immersa in scene che mi toccavano nell’anima, ma prima di aprire ebbi comunque l’accortezza di asciugarmi gli occhi con il grembiule. Era il Nanni, che come d’accordo passava per dare una guardata a quel problema della grondaia: l’ultima tramontana l’aveva scardinata in un punto, sul lato della casa. Uscii, per fargli vedere il guaio. Ma per un momento lui sbirciò dentro. Bastò quello.
A Le Case le voci corrono veloci. Già me lo immaginavo, il Nanni, magari piegato al banco del Maso, a dire qualcosa tipo: “La Graziellina ha finalmente ridato spirito agli alambicchi della nonna”. O forse ne aveva fatto parola con Donatella, la moglie, che in un quanto a chiacchiere non è seconda a nessuno lungo le contrade alte.
Fu buffo, due giorni dopo, veder comparire lo Staccioli, tabaccaio che con la sottoscritta non è mai andato oltre il buongiorno e la buonasera. Si vergognava, tormentandosi le mani con le mani, ma alla fine lo disse: “Graziella, mi chiedevo se hai un momento per guardarmi la fortuna. È da tre settimane che esco dal letto col piede sbagliato”.
Cominciai per gioco, e lo dicevo chiaro: di nonna Velia conservavo il sangue, ma il fluido ce l’hai o non ce l’hai, di certo non ero baciata dall’arte di leggere le stelle col piglio in odore di santità. E poi, veder comparire gente alla porta di casa mi toccava male.

Mi dicevo: “Crepo nella solitudine da cent’anni e neanche vi passa il pensiero di venirmi a dare un saluto, che non si nega neanche alle bestie. Ora che vi torno comodo, venite a bussare anche con la cena sul fuoco”.

Arrivò Marcellone. Poi il Divo, con il capo fitto di corni. Quindi fu la volta della Barberini, seguita da quel bolide della Luciani… Si mettevano al tavolo, e di colpo mi sparavano i loro fatti intimi, quando fino al giorno prima nemmeno si sprecavano nel farmi una telefonata. Invece di abbandonarmi alla distrazione, di faccia in faccia sentivo crescere la bile. Nel frattempo voltavo arcani e lasciavo cadere gocce d’olio nel piatto. Leggevo il pendolo, attingendo a certe memorie che si perdevano nei nebbioni dei decenni, di quando nonna Velia provava a insegnarmi i movimenti della sorte, a cui rispondevo con gli sbadigli. Davo risposte a mezza bocca. Con i tarocchi non mi attaccavo ai fatti concreti. Rendevo la palla indietro, mandando le pecore all’ovile con la testa che scoppiava di domande. Un modo come un altro per trattarli per quello che sono: bestiole credulone, attente solo a quel che succede nei due metri intorno alle loro scarpe. Nel frattempo passavo le nottate sui vecchi manuali della nonna. Segnavo i termini che fanno sensazione, recitavo i significati delle carte a voce alta… Al momento di andarsene, questi nuovi clienti della chiesaccia mettevano sul tavolo un incarto, o una busta. Insomma, un pensierino per me, con cui ripagavano la perdita di tempo. Così la madia si riempiva di pezzi di formaggio e bottiglioni d’olio e vino novello. La Parisi ne portava sempre un fiasco da leccarsi i baffi, perché era fatto con l’uva-fragola. Poi cominciarono a tirare fuori dei pezzi da cinque o da dieci. Che li prendessi, senza discussione. E io li prendevo. Mica ero la moglie di un riccone come Lucia Alberti.

Con la scusa delle predizioni e il malocchio da sciogliere ho messo i serpenti in tasca a tre generazioni, col risultato che in paese tutti si danno il buongiorno e sembrano fucilate a sangue freddo.

Si fa presto a fare mercato: un paio d’anime vengono a raccontarti i loro obbrobri che non sanno di niente, e da lì parte il delirio. È facile buttare gocce di veleno nelle giornate di questo o quello. Basta andare a mezze parole, occhiatelle che sanno di sottintesi grossi come mastini arrabbiati. Così la macchia si espande e un bel giorno ti ritrovi alla porta l’ennesimo mulo col cuore in fiamme e la bazza sotto i piedi. Vengono a farsi togliere le fatture, e qui le prendono triplicate. “Caro te, il mazzo dice che davanti ti fanno la bella faccia, ma alle spalle prendi le coltellate a oltranza.” Una frase di questo tipo metterebbe in guardia chiunque. Specie i pecoroni cresciuti a madonne, che ragionano con il pelo del cinghiale stampato in fronte. Va a finire che un genitore ti chiede se fuori ha messo bel tempo e di rimando ti dài una toccatina, tanto per mettere le cose in chiaro. Lungo le vie alte ci sono donnette che viaggiano con i corni rossi appuntati al reggipetto e i santini nelle mutande. Se un povero cristo si spoglia, viene giù tutta una bigiotteria di bustine col sale grosso e rametti d’olivo benedetto che ormai fanno la muffa nelle pieghe del didietro. Intanto il telefono squilla quasi a ogni ora, e l’agendina si infittisce fino a Pasqua. Almeno non mi annoio più.

L’importante è tenere l’affare in movimento.

Le ruote dentate del marchingegno richiedono d’essere unte a ogni piè sospinto, e la qui presente di certo non si tira indietro davanti al lavoro sporco. Semino uccellini morti e spruzzi di varichina sulla soglia di questo o quella. Con il lapis, disegno figure strane accanto ai campanelli. I creduloni si precipitano: “Graziella, mi hanno preso di mira”. Metto su un cipiglio tetro, ma dentro ingrasso dalle risate. Poi dico di intuire un segno particolare nell’accoppiata dell’Eremita con un bell’otto di bastoni: “Amica mia, vedo una testa di vipera”, e quella salta sulla sedia. “Proprio così!” sbraita, con due occhi come fanali. Allora rincaro la dose: “Se non diamo contrasto a questa fattura, prevedo un tracollo poco simpatico”.
Per prosciugare le pensioni a volte esco con il buio, anche se forse a Le Case non serve un’accortezza di questo tipo, specie nei mesi scuri: alle cinque del pomeriggio è come mezzanotte. È successo proprio durante una di queste passeggiate, mentre i nebbioni delle ore piccole schiacciavano il borgo.
Mi aggiravo nei pressi del Salghini, a cui sognavo di lasciare un pensierino sul gradino di casa, quand’ecco un tonfo dal cantinone accanto, quello dei Senesi. Solo allora mi accorsi del bagliore che arrivava dalla finestrella a grate. “Quel rincoglionito di Anteo è sceso dabbasso per riempire le bottiglie dalla damigiana. Tanto per darsi la buonanotte come dio comanda. Ancora un po’ e mi faccio beccare con le mani nel sacco.”
Feci un passo verso l’apertura, e capii subito che non mi sbagliavo: Anteo era lì, al centro dello stanzone e nello sconcerto dell’insonnia. Ma per addormentarsi in un altro modo, con la corda al collo.

“Imbecille!” sbottai di colpo, e spalancai la porta decrepita. Lui ciondolava dalla trave. Sgambettava come un disperato, gli occhi sparati dalla testa come siluri.

Nella foga, lasciai andare la borsa con gli ammennicoli, catapultandomi sul quel corpo robusto che in qualche modo dovevo tenere su. Sempre se non si era spezzato il collo all’impronta.
Fu buffo, perché appena lo toccai sembrò prendermi in un abbraccio, come fanno i bimbi con i padri, la prima volta che si trovano a sfidare i cavalloni del mare. Cominciò una specie di balletto sbilenco, dove un po’ sentivo scoppiare i polpacci, un po’ venivo tirata su anch’io, con Anteo Senesi che si sbracciava, si prendeva alla corda, e intanto mi agguantava con le gambe, per darsi il colpo di reni necessario e tirarsi via dal cappio. Alla fine ci riuscì, e dal niente sentii come il peso di una montagna franarmi addosso. Feci un passo indietro, e andai a ingarbugliarmi nello sgabello che quel deficiente aveva rovesciato per togliersi l’anima. Finimmo per terra a piombo morto. E buonanotte al secchio.

ANTEO SENESI
Tanto a Le Case che si vive a fare. Uno alla fine si dice: “Mortorio per mortorio, diamo una manganellata messa bene a questa bestia in agonia”. E così ho fatto. Lo spreco dello spreco è una faccenda che ti riempie le giornate, e arriva per tutti il momento di fare una sosta. Perché hai voglia a passare le ore come un cavallo scosso, senza orizzonte. Fai la schiuma, a litri. E in quella cominci ad affogare.
Svegliarmi nel corpo della Graziella è stato un male strano. Sentivo formicolare tutto, compreso il pensare. Nel frattempo mi guardavo lì, per terra, con la lingua di fuori e una chiazza sul davanti, per via della strizza forte. Forse era un sogno. Dicono sempre che nel crepare si rivede tutta la vita in un secondo.

A me davano l’incombenza di assaggiare quella di una strega di paese, come se della mia non ci fosse stato poi tanto da dire. Avevano ragione.

Cominciava a fare giorno. E nel muovermi ero tutto uno schiocco. Trascinavo i passi in un acciacco continuo, dove le gambe sembravano fatte di pane e la schiena dava le scosse, specie verso i lombi. Sul davanti c’era il penzolare di cicce mosce, e anche nel muovere il collo ero trapassato dai fulmini. In quel pantano di tremori e rintontimenti vari, arrivai alla porta del cantinone. Aprii, e una ventatella mi fece rabbrividire fino al midollo. Non avevo proprio la bussola delle cose. Presi a camminare e basta.
Trovai il Divo allo sbocco del Ricci. Mattiniero come sempre, e già col muso duro. “Graziellina” fece, e questo doveva bastare come saluto. Neanche gli risposi. Ma pensai: “Allora non lo sogno: mi vedono. O sono nel delirio dei matti”. Eppure, minuto dopo minuto era come se mi accomodassi in quel corpicino stantio. Non potevo dire di prendere lena, ma per esempio capivo gli equilibri che comandavano le falcate, e i passi iniziavano a cadere con una certa intenzione, restando comunque incerti. Finché arrivai alle Due Porte, dove il Maso metteva sul banco i primi caffè della giornata.

Mi specchiai nella vetrina, e mi vidi tutto.

Ero mezza spettinata, con il golfino tirato sul davanti. Nel darmi un’aggiustatina, mi guardai le mani, e restai per un po’ così, forse con la faccia di una sonnambula. Fu quel bolide della Giovannona a scuotermi da quella visione: “Graziellina, allora siamo intesi per oggi”. E io la guardai. Mi dissi che forse lo scherzetto che mi stavano facendo avrebbe potuto avere pieghe di un altro tipo se per caso fossi rimasto chiuso nel quintale e mezzo che mi si parava davanti. Feci di sì, ma dovevo avere lo sguardo rincretinito di un gallina. Alla fine la Ginanneschi buttò là un cenno, e proseguì verso le contrade alte, spostandosi con la cadenza di un lumacone.

Attraversare Le Case nel corpo di una maga era un’agonia: ogni tre passi inciampavo in qualcuno che mi si faceva all’orecchio, parlottando alla volè di qualche pena o intrigo di paese. Non serviva che dicessi niente.

Mi prendevano per cacatoio, dove rovesciavano i loro fatti a valanga. E tiravano avanti, spesso ribadendo l’ora e il giorno del nostro prossimo incontro alla chiesaccia. Era come se mi muovessi su un binario, un vento che mi spostava verso un punto preciso, e il rincoglionimento non mi dava la forza di oppormi a quell’aire. I passi erano quelli della Graziella e sembravano già disegnati sul sampietrino, in attesa che li coprissi. Mezzo metro alla volta, mi ritrovai fuori dalla cittadella, e da lì guadagnai il curvone. Quando mi ritrovai davanti alla casa della maga, rimasi per un momento così, come a dirmi: “E ora?”. Poi infilai la mano nella tasca della gonnella, e tirai fuori le chiavi. Entrai.
Lì c’ero stato solo una volta, qualche anno prima, più per curiosità che bisogno vero: già accarezzavo l’idea di appendermi alla trave. “Tanto m’ammazzo” mi rincuoravo. “Oppure faccio una strage.” La chiacchierata con la maga era stata tutto un parlottio a mezza voce su punti fermi e negatività da curare con dei gingilli da tenere nel borsello.

Ma a un certo punto era venuta la carta dell’Appeso. Quasi le ero scoppiato a ridere in faccia.

Sul tavolo c’erano le stesse cianfrusaglie. Vidi anche una foto del Paride De Lorenzi, da giovane, con sopra una monetina annerita con la fiamma. La Graziella lasciava apparecchiato per i clienti, e mi resi conto che era vero quel che dicevano lungo le vie: Le Case faceva la coda per andare a farsi leggere i tarocchi, con gli scemi delle contrade che le davano il doppio stipendio da trent’anni. Poi c’è chi continua a chiedersi com’è che una sarta senza la quinta elementare riesce a imbastire un appartamentino sul costone del belvedere, tra quelli che fanno gola agli svizzeri con la frenesia d’impiantarsi in Maremma nelle settimane d’estate, per poi dirlo in patria: “Ho trovato un angolo di posto che sa di Chianti, pieno di vecchiume e vino in gamba. Trabocca di gente colata in uno stampo da buttarsi per terra dalle risate. Specie perché si prende sul serio”.
Nel frattempo riposavo le membra cadenti sulla sedia.

Avevo anche uno stimolo di corpo, ma dovevano prendermi a fucilate prima di farmi mettere le mani in quelle fogne di carni vizze.

Il fiatone della scarpinata cominciò a diradare, e il sollievo dell’immobilità mi catturò presto. Forse mi addormentai per qualche minuto.
Mi svegliarono i colpi alla porta. Per un frangente dimenticai di abitare il corpo di una vecchia: mi mossi d’impulso, e quasi sentii il culo svitarsi dal busto.
Era la Cocchi. “Graziellina, giuro: ho contato i minuti. Non ce la facevo più.” Detto questo entrò spedita. “Bisogna mettere un punto a questa sceneggiata: Mimmo mi sposa o no?”
La guardai mettersi al tavolo, come muovendosi a casa sua. Prese i tarocchi e cominciò a scozzarli. Poi spezzò il mazzo, scelse sette carte, che posizionò a cerchio. L’ultima la mise nel mezzo. Susanna Cocchi era sudata fradicia. Il petto le si muoveva come dopo una corsa. Le sedetti di fronte.

“Non ho il coraggio di guardare” fece. Quindi allungò una mano, cominciò a rovesciare le carte: La Torre, il quattro di spade, La Papessa…

Fino a quella centrale: il Paggio di bastoni. “Che bastardo” mormorò, e aveva davvero le lacrime agli occhi. Si avventò su La Papessa. “Questo è quel puttanone della Ginanneschi, dico bene? Scoppiasse ora.” Andò avanti, in pratica facendo la lettura da sola, con me lì, muta, ad ascoltare le tresche in atto all’alberghetto di famiglia che la Cocchi aveva ereditato ormai da un decennio. Alla fine mi fece così cuore che dissi, quasi senza accorgermene: “Mi dispiace”. Fu strano sentirmi la voce della Graziellina. E la Susanna scoppiò in lacrime, intuendo nelle mie parole una sentenza senza ritorno. Perdeva mocci, ma nel convulso della tragedia riuscì comunque a tirarsi in piedi. Tirò fuori un pezzo da dieci e lo lasciò cadere sul tavolino. “Graziella, sei una santa” sbrodolò a fatica. E andò via.

Io per fare quei soldi mi dovevo sparare un’ora e rotti a schianto di sole, o sotto i colpi della tramontana che ti apre la faccia. In quella casa era bastato un carosello di venti minuti, dove non avevo fatto niente, se non assistere alle scemenze d’amore di una femmina.

Poco più tardi venne don Lauro, e scorgere un prete a implorare divinazioni mi fece un certo che. Poi toccò a Sonia Antichi, vedova senza requie condannata a vedere il gemello del marito morto, che invece viveva sano nelle vie del borgo alto, uguale spiccicato. “Lo trovo per strada e perdo dieci anni.” Quindi ecco Mario Silvestri, nella pausa dalla bottega, con tutta una storia di innamoramenti riguardo la ragazza presa di fresco al posto dell’Adelaide, ferma a letto a causa di un male che le faceva il sangue in acqua.
Mi divertivo. Di compaesano in compaesano mi scioglievo un po’, e tentavo gesti, stendevo le carte nel modo che a fatica ricordavo dalla mia unica volta alla chiesaccia. “Graziella, ti vedo stranita” mi dicevano a volte, e subito drizzavano le orecchie. “Senti qualcosa?” Intanto davanti ai miei occhi si dipanavano storie su storie, retroscena e ribaltamenti che non avrei mai pensato.

Le Case non sembrava affatto il funerale perenne in cui credevo di essere rimasto in brodo per tutta la vita.

La maga che abitava dopo il curvone aveva di che passare il tempo, peraltro accumulando bigliettoni.
Mi fu dato ragione quasi per caso, dopo aver spalancato sportelli e cassetti: nel doppiofondo della madia era pieno di soldi. Cominciai a tirarli fuori, per contarli. Li dividevo a mazzetti. Venne su un cifrone da farmi girare la testa. “Con questi ci vai ad abitare in America” mi dissi. Mentre la megera li teneva lì e basta, come fanno i ritardati mentali che pensano di spendere i risparmi nell’aldilà. Rimisi tutto a posto, e fuori già si era fatto scuro. Ragionavo tra me: “Guarda come gira la vita: un giorno t’ammazzi e diventi milionario”. L’unico scotto da pagare, era di resistere in quel corpo da ribrezzo. Visto un po’ di mondo, nessuno mi vietava di riappendermi a un traversone. Ma nel frattempo mi sarei tolto quelle due o tre fregole dalle scarpe.
Bussarono ancora. Quando andai ad aprire mi fece effetto vedere il corpo mio lì, sulla soglia. Eppure mi venne fuori questa domanda cretina: “Chi sei?”.

GRAZIELLA SERRI
Non sono mai stata una beltà, ma nel guardarmi alla porta sentii comunque un mare di tenerezza. Era la carne che mi aveva accompagnato per tutta la vita, mentre quella che mi ricopriva adesso era estranea e andava in putrefazione ogni minuto di più. Anteo mi guardava e basta, e per farlo usava i miei occhi. Anche lui doveva sentire una certa agonia. Mi vedeva sulla soglia con la pelle cadaverica, la pupilla spenta. A una prima scorsa potevo sembrare il lui di sempre, ma la pelle del viso era più distesa, specie intorno al naso. Il pallore sparava in fuori delle macchie bluastre che erano fiorite un po’ dappertutto, specie nelle buche degli occhi. Le labbra viola. E a tratti scattavo in modo strano, come se fossi percorsa da scariche di elettricità che facevano rattrappire una mano o impuntare una spalla. Feci un passo avanti, con una pesantezza da fare un buco per terra. Mi sentivo comandata da fili invisibili, che mi tenevano su a stento. “Fermo lì” disse lei-me.

“Lo rivoglio” mormorai.

E lo feci appunto con il tono suo, ma come se stessi parlando nel sonno. Portavo un collare di sangue in pelle sulla gola. Alla luce delle ultime stranezze, Anteo dovette capire chi c’era dentro al cadavere che aveva lasciato in cantina.
“Non se ne parla” rispose, fermo. “Ora vai via.” E fu sul punto di toccare la porta, per chiudermela contro.
Misi giù un altro piede morto. “Ti volevi levare dal mondo. Torna in questo corpo e facciamola finita.”
Quella Graziella fece di no, e mi sembrò una bomba tirata in faccia. “Ormai abito qui. Se è successo questo patatrac è per farmi godere le ricchezze che non hai il coraggio di spendere. Ci penso io.”
Mi venne di getto: “Ora t’ammazzo”.

E lei scoppiò in una risata a gola aperta. “Buffo detto da un morto fresco. Va’ a farti un giro nel fosso.” Poi aggiunse, col piglio a sfida: “Se ammazzi me, ammazzi te”.

Era vero. Lanciai un’occhiata alla specchiera: era coperta. Non ci fosse stato il lenzuolo, da quella prospettiva ci saremmo guardati entrambi. “L’avessi saputo, non ti avrei tirato giù dal traliccio. Ora mi sciupi la nomea. È una cosa che esiste da prima di me. Se tu la coltivassi nel modo giusto, potrei anche farci un pensierino. Invece così mi rovini il lavoro di mezza vita.”
Anteo fece raggrinzire la mia pelle, in un ghigno che mi mostrò davvero vecchia. “Hai paura che le cianfrusaglie di una megera vadano a ramengo? Mi è bastato un pomeriggio per capire che hai la vita piccina, tutta esposta nel mettere il becco nei fatti altrui. E farci la grana.”
“Mi preme che le memorie di me e della famiglia non scadano nel lerciume.”
“Io prendo i soldi e scappo. Le Case è niente. Intorno c’è tutto un mondo, che arriva fino all’America e anche di più.”
Mi ferì, perché negli ultimi anni lo avevo pensato spesso: tanti risparmi, poi per cosa? Mi tenni comunque sul binario.

“Le Case ci ha dato un timbro nel sangue. Puoi andare nelle Parigi di mezzo pianeta e resti quello. Ma ormai non ci posso fare niente: faccio i bachi per colpa tua. Almeno, prima di sparire rendimi giustizia.”

Anteo sembrò toccato, come se capisse di cosa parlavo. “E cosa ti serve?” fece.
Guardai il tavolo. Vidi delle carte stese a casaccio. “Per esempio quelle. Nel cassettone di camera ci sono dei manuali, vecchi di un secolo e più. Lì trovi le letture. Dovresti scorrerle, come feci io un tempo. Serve.”
“Sarà fatto.”
“E le accortezze. Il pendolo: tienilo ben steso, se non è in uso. Inoltre, le candele: fanno coppia con gli scuri tirati, per fare ambiente.”
“Sarà fatto.”
“O lo specchio: così tappato non sa di niente. È bene che i clienti lo vedano coprire al momento dell’accoglienza.”
“Ho capito.”
“E allora fallo, già da ora. Prendilo come vizio: se nei paraggi non c’è piagnisteo, tira via il lenzuolo.”
“Al momento c’è e come, mi sembra” fece Anteo, vestito in tutto di me.
“Scopri lo specchio.”
Lui-me ci pensò un momento. Poi scrollò le spalle e fece due passi sulla destra. Prese un lembo e la specchiera tornò a luccicare. Disse, guardandomi dal riflesso: “Così?”.
Nel momento esatto in cui i nostri sguardi si incontrarono, sentii il corpo di Anteo franare per terra. Dopo vidi tutto bianco.

* * *

Mi faccio ancora pagare, perché di Lucia Alberti non ho un’unghia e imbarcare quattrini non è un peccato: a Le Case me lo chiedono in ginocchio, e io non sono nessuno per rimarcare che ormai ne farei a meno. Si presentano con i nervi a fior di pelle. Mi chiedono di dirgli che se sono poveri di coraggio è colpa di tutti e mai di loro.

Gli rispondo che hanno ragione: è il posto. È la posizione delle stelle. È l’aria che gira su Marte.

Il Capricorno va in fuga sulla scia di un sette di bastoni e rovina tutto. Come il pietrisco rosso, i santini benedetti e i piccioni che cacano all’insù. Tutto, pur di non prendere in mano il vezzo di un esistere.
Ce ne sono alcuni che dopo aver tentato la fuga con il cappio al collo, vengono addirittura a crepare sulla soglia di casa mia.