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Diario di un amore perduto di Eric-Emmanuel Schmitt

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: Sololibri
Data: 29 marzo 2021
URL: https://www.sololibri.net/Diario-di-un-amore-perduto-Schmitt.html

La storia dolorosa di un amore perduto, quello per la madre, e la ricerca del padre, figura controversa e poi alla fine pienamente recuperata, sono raccontate con la delicatezza e la compostezza del grande narratore.

Lo scrittore e commediografo, attore e amante della musica Eric-Emmanuel Schmitt è uno dei più prolifici autori francesi (naturalizzato belga), tradotto in molte lingue, fiore all’occhiello della casa editrice romana E/O che con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca ha pubblicato di lui tutta la produzione. Ho letto molto di questo autore poliedrico, che spazia in diverse direzioni con le sue storie ambientate in diversi paesi, mettendo in scena come su un ipotetico palcoscenico i personaggi più diversi. Ora nel 2021 esce il suo diario, Journal d’un amour perdu, come recita il titolo originale.

Diario di un amore perduto è un libro che parla dei due anni che l’autore ha vissuto, in piena depressione, dopo che è mancata in sua assenza la madre amatissima ultraottantenne. La scrittura di Schmitt ha una potenza straordinaria e la sua capacità di ricreare attraverso un linguaggio piano ma raffinatissimo atmosfere e climi affettivi è una sua caratteristica peculiare. La storia dolorosa di un amore perduto, quello per la madre, e la ricerca del padre, figura controversa e poi alla fine pienamente recuperata, sono raccontate con la delicatezza e la compostezza del grande narratore.

Eppure questo libro, rispetto agli altri di Schmitt, che ho amato moltissimo, mi è sembrato un po’ forzato e ridondante. L’ossessione per la madre, la sua bellezza, il suo fascino, le sue bellissime gambe d’atleta e la sua proverbiale eleganza sono ripetute nel libro fino all’esasperazione. L’autore sfiora lo scontato tema del rapporto edipico, non fa che piangere, singhiozzare sulla perdita di Jeannine, diviene oggetto di preoccupazione per la famiglia e gli amici, dato lo stato di prostrazione nel quale sprofonda dopo la morte improvvisa e solitaria della donna amatissima. Ne risentono il suo lavoro di scrittore, le sue performance teatrali, le sue partecipazioni a convegni, a presentazioni dei suoi libri e inevitabili firma copie.

Viaggi nella memoria dell’infanzia, della giovinezza, del rapporto simbiotico con la madre e più difficile e problematico con il padre sono la trama di molte pagine del libro. Si riprenderà, soprattutto perché altre due vicende si sovrappongono nel passare dei mesi al lutto insanabile: la morte dell’adorata cagnetta Fouki, con cui intratteneva un rapporto profondo ed esclusivo, e la gravissima vicenda sanitaria della figliastra, malata, bisognosa di un trapianto di polmoni, incapace di farlo diventare nonno, come gli aveva promesso.

Quello che mi colpisce comunque nelle opere di Schmitt è la potenza della scrittura, così francese, così chiara. L’uso insistito delle figure retoriche, le anafore, gli elenchi, gli asindeti, che rendono i suoi testi complessi per le implicazioni psicologiche e culturali ma estremamente leggibili:

“Mi piacciono i teatri, tutti i teatri, quelli brutti, quelli piccoli, quelli sontuosi, quelli colossali, quelli intimi, quelli barocchi, quelli austeri, quelli civettuoli, quelli polverosi, quelli rifatti, quelli da rifare, e quelli che non sono stati fatti né da fare…”

Insomma un diario intimo, molto autocentrato, pieno di divagazioni ma sostanzialmente un percorso sentimentale alla ricerca della propria identità, dei segreti di famiglia, delle difficoltà di crescita per un talentuoso intellettuale legato alla mamma in modo forse morboso, ma certamente letterariamente convincente.