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Nathan Devers, l’inferno è il metaverso

Autore: Francesco Gerardi
Testata: Rivista Studio
Data: 14 aprile 2023
URL: https://www.rivistastudio.com/nathan-devers-antimondo/

Intervista all'autore di Antimondo, appena uscito in Italia per Edizioni E/O, un romanzo che mescola filosofia e fantascienza per raccontare un mondo conquistato da Big Tech.

Nathan Devers ha venticinque anni, insegna filosofia all’università e si ricorda, anche se «vagamente», mi dice, il mondo prima della rivoluzione tecnologica e dell’onnipresenza dei social media. Mentre questo ricordo pian piano sbiadisce, durante la pandemia, in mezzo ai lockdown, esso viene sostituito dall’immagine via via sempre più definita di un mondo nuovo basato sulle liens artificiels (il titolo originale del libro), i collegamenti artificiali che formano l’utopia-incubo del metaverso in cui è ambientato il suo romanzo, l’Antimondo (parola scelta da E/O come titolo per l’edizione italiana del romanzo). Sottolineandomi spesso l’ironia di due persone che si ritrovano a parlare male della rivoluzione tecnologica via Zoom, ho intervistato Devers: abbiamo parlato di lockdown, della megalomania del tech mogul, del metaverso come paradiso artificiale e di quanto sia difficile oggi comprare casa, a Milano come a Parigi.

ⓢ Ho letto un’intervista in cui dicevi che questo romanzo è figlio della pandemia. Dov’eri durante i primi lockdown?

Durante la pandemia ero a Parigi. La mia ragazza aveva deciso di passare un fine settimana con i suoi genitori, un fine settimana diventato poi due mesi. E quindi sono rimasto solo nel mio appartamento di Parigi. Per me non è stata un’esperienza così difficile: alla fine, il tempo che si passa a scrivere un libro non è così diverso dal tempo che abbiamo passato in quarantena. Ma, allo stesso tempo, ovviamente, ero molto spaventato dalla situazione mondiale. Soprattutto perché, quando parlavo con amici e conoscenti, avevo la sensazione che fossero contenti della loro condizione. Era come se si sentissero coccolati: la possibilità di stare a casa, di prendersi cura di se stessi, di non preoccuparsi del mondo fuori. Questa parte di quell’esperienza per me era un incubo. Ho cominciato a immaginare quindi un mondo dominato dal progetto tecnologico, economico, persino civile di raggiungere un altro mondo senza muoversi da casa: il metaverso, appunto.

ⓢ Sentirsi coccolati non sarebbe stato possibile senza i social media. Hanno contribuito a rendere comodo quel momento, a trasformare quelle circostanze quasi in una fantasia escapista.

Io non credo che la pandemia, i lockdown siano stati un’esperienza di solitudine. All’inizio pensavo che stare chiuso in casa mi avrebbe fatto sentire solo. Ma in realtà è successo il contrario: c’è stata un’esplosione, persino una saturazione di connessioni. La cosa che trovavo paradossale di quei giorni era che pensavo a come il lockdown fosse l’esperienza che riuniva tutti i progressi che abbiamo fatto dall’inizio dell’ultima rivoluzione tecnologica e, in sostanza, della globalizzazione. Ma il paradosso era che al punto di arrivo della globalizzazione abbiamo scoperto di poter fare a meno del mondo fisico. Il mondo diventa lo scarto della globalizzazione. Quello che hai detto sulla comodità: sono assolutamente d’accordo. Il mio libro è, in sostanza, un libro contro il concetto di comodità. Il reale e il mondo esistono contro di me. Lo scopo delle cose reali, delle cose del mondo non è di servirmi. Le persone non esistono per darmi ragione. Il romanzo, d’altronde, nasce così, qui, nella distanza che separa l’individuo dal mondo. È la teoria di Georg Lukács. E nel mio, di romanzo, ho cercato di descrivere proprio questo momento paradossale della storia dell’umanità.

ⓢ Adrian Sterner, uno dei protagonisti del tuo romanzo, è evidentemente ispirato ai tech mogul della Silicon Valley. Cosa pensi di queste figure-simbolo del capitalismo tecnologico?

Quando ho immaginato il personaggio di Adrian ovviamente le mie fonti d’ispirazione sono state Mark Zuckerberg, Elon Musk, Steve Jobs, Bill Gates. Ho letto le loro biografie. Piano piano, mi sono convinto che se vogliamo capire queste persone la chiave interpretative migliore non è quella economica né del potere. Quindi, immaginando il romanzo, ho pensato che una buona chiave di lettura potesse essere quella religiosa, spirituale. I progetti di queste persone sono progetti religiosi. Facebook: liberare le connessioni umane dal limite della distanza geografica. È il sogno di sant’Agostino, la creazione della città di Dio. Twitter: creare l’agorà perfetta, dove ogni cittadino-user può tenere il suo discorso-dibattito pubblico. Instagram: costruire il più grande museo della storia, dove ognuno ha la sua galleria personale. E il metaverso: creare un mondo nuovo, quindi mettersi al posto di Dio. Queste persone credono nella religione della tecnologia. Liel Leibovitz, un filosofo americano, ci ha scritto un libro che si intitola God in the Machine. Credo sia proprio questo. Non credono nel Dio delle religioni semitiche, le loro divinità sono la riconfigurazione tecnologica del mondo. E loro stessi. (...)