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I libri del mese

Autore: Davide Coppo
Testata: Rivista Studio
Data: 31 gennaio 2024
URL: https://www.rivistastudio.com/i-libri-del-mese-72/

A un esordio letterario la prima cosa che chiedo è di non essere noioso. Di non essere banale. Di non essere come tutti gli altri, e di non essere moralistico. Di essere magari divertente, oppure va bene anche disturbante. Di non essere necessario, come scrivono sulle bandelle dei libri assolutamente non necessari. Questo Tangerinn di Emanuela Anechoum rispetta tutti i miei desideri. È fresco, è provocatorio, è cinico per certi tratti, e per altri molto tenero. È diverso. Emanuela è nata in Calabria ma ha un padre marocchino e, va detto subito, questo libro non è un memoir. Certo, c’entra la sua esperienza di vita, questo non sentirsi né una cosa né un’altra, troppo marocchina per essere italiana, troppo italiana per essere marocchina, come scriveva in un articolo su Vice che in un certo senso anticipava questo libro. Ma Mina, la sua protagonista, ha trovato la sua identità nell’essere come tutti, tutti quelli giusti si intende: vive a Londra e dice le cose giuste, combatte le battaglie giuste, condivide le Stories giuste, è una specie di Airbnb dell’attivismo in formato umano. Ecco, l’acutezza con cui Anechoum smaschera lo slacktivism o un certo femminismo performativo e capitalista è uno dei punti più forti di Tangerinn. La sua compagna di casa a Londra, modello di influencer impegnata, le dice subito: sono un’alleata. Lei non capisce che vuol dire. Poi, affascinata da quelle origini arabe, dice ancora: voglio sapere tutto di te. Ma la interrompe subito, e se ne disinteressa in fretta. Ancora: «Un Natale, con Liz e altri amici eravamo andati in India, a conclusione di un percorso spirituale iniziato con un’app di meditazione e coronato da una lettura di Eat Pray Love». La protagonista non è una vittima, e lo capisci quando la trovi a pisciare nel balsamo della sua amica, e scuoterlo forte. Ma non è solo questa, la forza di Tangerinn. Il lato più umano e sofferto è quello del rapporto con le origini (che sono varie: italiane e marocchine, cattoliche e musulmane) e con la famiglia. Il padre (marocchino) di Mina muore, e lei deve tornare nel piccolo paese mafioso del sud Italia, e fare i conti con quello scheletro di famiglia che le rimane, con la fumosità delle sue convinzioni, con l’eco delle proprie radici, con la vita di un genitore che non le ha mai detto tutto, e forse ha fatto bene così. Questa è la vera spina dorsale della trama, su cui Anechoum costruisce poi le scene caustiche o romantiche, sofferte o sceme, di un palcoscenico di personaggi tutti storti e tutti rotti. Come succede nelle storie più vere, non c’è nessun miracolo, alla fine.