Com'era Gaza, quando i giornalisti avevano la possibilità di descriverne la vita? Com'era Gaza quando un certo tipo di vita, nella microscopica striscia, pulsava? E cosa ne sapevamo, noi, di Gaza (o meglio: cosa ci era permesso saperne)? In questi tempi di orrore e distruzione, difficilmente viene voglia di porsi domande di questo genere. Quasi fossero ormai inutili e superflue. Ma a leggere Avvoltoi potrete cambiare idea. Come è capitato a me, che inizialmente guardavo all'opera prima di Phoebe Greenwood (londinese, corrispondente freelance da Gerusalemme per Guardia n, Daily Telegraph e Sunday Times fra il 2010 e il 2013, poi inviata del Guardian fino al 2021) con una curiosità del tutto personale. Avevo conosciuto l'autrice a Atene ben prima dell'ottobre 2023, e mentre mi raccontava del suo passato a Gerusalemme, aveva sentenziato che la fine di Gaza era scritta. Non davo eccessivo credito, allora, a quel che diceva con cinismo minimalista tipicamente inglese. E mi è tornato in mente solo quando mi sono trovato di fronte alla copertina del suo libro. Romanzo ambientato alla fine del 2012, Avvoltoi mette in scena proprio l'alter ego dell'autrice, Sara Byrne, giovane freelance improvvisamente calata nella realtà di un lembo di terra corto e sottile come la riviera romagnola dove vivevano, rinchiuse, oltre due milioni e mezzo di persone, e i giornalisti di mezzo mondo, nei momenti decisivi, si ritrovavano tutti lì a cercare notizie per conquistarsi la gloria di una prima pagina. Chi, di loro, avrebbe immaginato che un giorno l'accesso sarebbe stato interdetto alla stampa internazionale e che le vie conosciute a memoria sarebbero semplicemente scomparse, proprio come l'hotel che li accoglieva? (...)