L'autore bilingue (arabo-italiano) nel suo giallo appena uscito racconta un mistero dai toni politici che spiega alcuni degli intrighi del potere e della corruzione che hanno segnato gli ultimi decenni e lo fa ispirandosi allo scrittore siciliano
Un macabro delitto, che avviene in un giorno-simbolo per l'Algeria: quello della festa dell'indipendenza. Un cadavere "eccellente", a cui è stato mutilato il naso, proprio come avveniva con i traditori al tempo della lotta per la liberazione dal giogo coloniale francese. Il mistero acquista toni politici, si scava nel torbido, tra gli intrighi del potere e il fango della corruzione, che hanno segnato gli ultimi decenni della storia di questo Paese. È il nuovo romanzo-giallo La fertilità del male (Edizioni e/o, pagine 240, euro19,00) di Amara Lakhous, autore algerino bilingue (arabo-italiano), che ha vissuto e scritto a lungo nel nostro Paese, prima di trasferirsi negli Usa, dove insegna nel Dipartimento di Italiano dell'Università di Yale. «Come per i gialli di Leonardo Sciascia - spiega Lakhous, che dello scrittore siciliano è grande conoscitore e ammiratore -, anche nel mio romanzo sappiamo chi è il colpevole, ma non necessariamente chi sono i mandanti. Niente è bianco o nero, non ci sono regole né limiti». Ci sono però molti conti in sospeso. Il romanzo esplora tutte le pieghe più oscure dell'Algeria contemporanea e tutte le sfumature dell'umano, attraverso personaggi ambigui e contraddittori, tra segreti e nefandezze. Il tutto sotteso da un doloroso senso di perdita e tradimento, anche degli ideali alti della rivoluzione e della memoria. Dalla lotta per l'indipendenza al "decennio buio" del terrorismo negli anni Novanta, sino ai giorni nostri: nel suo libro, le storie personali si intrecciano con la storia del Paese. Si respira una certa disillusione. Perché? «Non abbiamo fatto i conti con il passato e siamo condannati in qualche modo a tornare a riviverlo, a rifare gli stessi errori, a lamentarci delle stesse cose. È il peso della storia sul presente. È il passato che non passa mai, per l'appunto. Siamo dentro al presente come in un déjà vu . Abbiamo già visto e sappiamo come andrà a finire». Lei scrive che «a volte la memoria è una ferita aperta: la tocchi con un dito e il dolore si fa più forte, la cura più lunga». Perché l'Algeria non riesce a rielaborare i lutti e i traumi del passato e a voltare pagina? «Le nazioni sono come gli individui che a volte hanno bisogno dello psicologo per risolvere i nodi irrisolti. Anche le nazioni hanno dei blocchi. Quando non si affrontano le ferite della memoria è difficile andare avanti. Per questo credo che gli scrittori possano avere un ruolo fondamentale: sono gli psicologi delle nazioni. Con intelligenza e profondità si possono creare ponti, cucire tagli, curare fratture. Senza passato non si può capire il tempo in cui viviamo. Lo scrittore ha questo ruolo di riconciliare le memorie». Lo Stato algerino, però, ha imposto una sorta di colpo di spugna sul "decennio nero" per impedire la ricerca delle responsabilità individuali. Questo è un po' anche il tema trasversale del suo romanzo. «In realtà, tanti di noi hanno scritto e parlato molto di quegli anni. Anzi, bisogna assolutamente continuare a farlo. È vero, però, che oggi c'è una sorta di rimozione collettiva, e questo avviene anche perché si continua a intimidire la gente, gli artisti, gli scrittori... Oggi ci troviamo di fronte a un sistema fallito dove non c'è mai stato un vero cambiamento. E la situazione geopolitica attuale non aiuta certo a produrlo». (...)