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Matsuda "Racconto il mio Giappone che odia le donne"

Autore: Ilaria Zaffino
Testata: La Repubblica
Data: 15 febbraio 2026

La donna muore per creare un colpo di scena. Muore per far evolvere la storia. Per generare catarsi, perché "lui" soffra e, mentre lei gli giace accanto in silenzio, ne porti sulle spalle il peso. Nei racconti della scrittrice giapponese Aoko Matsuda, già autrice del premiato Nel paese delle donne selvagge, le donne "muoiono" centinaia di volte e altrettante risorgono dalle ceneri, spesso trasformandosi in qualcosa d'altro. Del resto, il concetto di metamorfosi come possibilità è al centro di molte sue storie. Perché «attraverso le trasformazioni le donne si liberano dai corpi oppressi che sono stati loro imposti e conquistano libertà altrimenti inimmaginabili: è il mio modo di rendere visibili le molteplici forme di oppressione nascoste nella società, in ogni luogo e contesto», ci confessa subito, quando la raggiungiamo in occasione dell'arrivo in Italia per e/o (nella traduzione di Anna Specchio) della sua ultima raccolta che si intitola proprio La donna muore. «Uno scrigno pieno di giocattoli narrativi» la definisce. Si tratta infatti di una cinquantina di racconti - alcuni brevissimi e per questo ancor più fulminanti, altri con personaggi che ricorrono - in cui convivono umorismo nero, un surreale senso di straniamento e un'acuta critica sociale. E che per la loro capacità di denunciare, attraverso la narrativa, cose altrimenti indicibili sul sessismo radicato nel suo Paese e su altre forme di pregiudizio sociale avvicinano Matsuda Aoko, classe 1979, ad altre autrici giapponesi molto amate in Italia come Mieko Kawakami e Murata Sayaka. Lei è stata definita in patria una delle scrittrici più femministe della sua generazione: nelle sue storie si parla molto di patriarcato e di sessismo. Considera la sua una scrittura politica? «Scrivo di tutti gli aspetti inspiegabili della società che mi appaiono davanti agli occhi e per me patriarcato e sessismo resteranno per sempre incomprensibili. Per questo continuerò a parlarne. Sin da quando l'ho ascoltato per la prima volta, considero lo slogan femminista "il personale è politico" molto vicino al mio modo di pensare. Per dare forma alle mie storie attingo dal disagio che avverto dentro di me, ed è per questo che considero le mie opere politiche. In Giappone si tende ancora a rifiutare che arte e letteratura siano politiche, ma in tutta onestà credo sia complicato cercare una forma espressiva che non lo sia. Chi rifiuta questa dimensione di un'opera distoglie lo sguardo oppure fraintende il significato del termine». (...)