«La donna viene stuprata. Viene stuprata per suscitare in lui la rabbia. Viene stuprata per far accendere in lui la fiamma della vendetta. Viene stuprata affinché possa imprecare contro il cielo. Viene stuprata così che possa cominciare un inseguimento in auto». È uno dei passaggi più agghiaccianti, e insieme drammaticamente sarcastici, di La donna muore . È il racconto che dà il titolo all'omonima raccolta della pluripremiata scrittrice giapponese Matsuda Aoko, pubblicata in Italia da edizioni e/o: 53 storie brevi e brevissime, spesso al limite del frammento o della parabola, che ruotano attorno a un'idea semplice e devastante: mostrare quanto spesso, nella narrativa e nell'immaginario collettivo, l'esistenza delle donne venga trattata come materiale di consumo. Non come soggetto, ma come leva per spostare qualcos'altro, quasi sempre un uomo. È un'analisi critica del cliché narrativo del fridging, coniato nel 1999 dalla scrittrice Gail Simone dopo aver letto il numero 54 di Lanterna Verde , in cui l'eroe torna a casa e trova il cadavere smembrato della sua fidanzata nel frigorifero. Da qui, Matsuda costruisce un discorso molto più ampio, che non riguarda solo la finzione ma il modo in cui la società intera guarda e racconta certe forme di violenza. Il suo sguardo si muove tra vita reale, storie inventate e rappresentazioni mediatiche, mostrando quanto spesso questi livelli si rispecchino e si alimentino a vicenda. Il lettore si trova così messo di fronte a una constatazione scomoda: eventi che dovrebbero apparire eccezionali e intollerabili vengono invece riproposti con tale regolarità e prevedibilità da trasformarsi in routine narrativa, in qualcosa che si consuma quasi senza più pensarci. Matsuda persegue il suo obiettivo usando un cinico umorismo, sfidando con forma e contenuto sia il sistema patriarcale della sua società, sia le convenzioni più note della narrativa giapponese (e non solo). (...)
Matsuda non propone una contro-narrazione edificante. Non ci sono eroine che si vendicano, non c'è una consolazione facile. C'è invece un lavoro di scavo continuo, un mostrare e rimostrare lo stesso meccanismo portandolo oltre i suoi limiti, finché diventa impossibile non vederlo. E proprio l'umorismo rende tutto più feroce. Il riso diventa rivelatore, ma non è liberatorio. Lascia quasi un groppo in gola, perché ci si accorge che si ride di qualcosa che si è a lungo accettato come "normale".