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Sangue, smembramenti, morte: a Bogotà il bene ha i soliti metodi

Autore: Piersandro Pallavicini
Testata: La Stampa - TuttoLibri
Data: 27 marzo 2026

Basterebbero gli episodi di violenza estrema, le uccisioni e gli smembramenti grandguignoleschi a giustificare l'uso del titolo Colombian Psycho , che non può non essere una citazione consapevole di quello del romanzo di Bret Easton Ellis, pietra miliare della letteratura americana anni '90. Si può aggiungere che il romanzo di Santiago Gamboa ritrae la vita di una città, Bogotà, certamente diversa dalla New York yuppie di American Psycho, ma altrettanto frenetica, amorale, isterica. Ma poi basta: si dia a Gamboa quel che è di Gamboa, che qui ha scritto un romanzo tutto suo, importante, unico. Che parte da due giovani che si appartano in auto nei dintorni di una villa dove si sta svolgendo una lussuosa festa privata. Mentre si danno sfrenatamente al sesso, si accorgono di una mano che spunta dal terreno. È un pezzo di un corpo smembrato, la polizia ritroverà un altro braccio a pochi metri e le due gambe, separate, poco più un là. Manca il resto, e per forza: gli arti appartengono a un uomo ancora vivo, benché orribilmente mutilato, detenuto in carcere per femminicidio, tortura, traffico di droga e altre nefandezze. La trama schizza via veloce e fittissima di misteri, ad alta frequenza di colpi di scena, con protagonisti il procuratore Jutsiñamuy, la giornalista d'inchiesta Julieta Lezama e la sua assistente, Johana. Lui è di etnia Huitoto, popolo indigeno dell'Amazzonia, Julieta è della media borghesia bianca del paese e Johana è una ex guerrigliera delle FARC, le forze armate rivoluzionarie della Colombia. E questo è solo parte del campionamento della società colombiana contemporanea, giacché tracciarne un quadro vivido, con tutti i suoi aspetti drammatici e contraddittori, è uno degli scopi fondativi del romanzo. Chi vive in pace, oggi? Se lo chiede Jutsiñamuy e si risponde: pochissimi. «Quelli che tirano il fiato soddisfatti quando controllano il loro conto in banca. I grandi capitalisti, i funzionari a vita, i latifondisti». E ricorda con rimpianto gli anni universitari, il movimento studentesco che voleva cambiare la Colombia, inghiottito e screditato da settarismo e violenza. Violenza che è la cifra di Bogotà e dell'intera nazione: da una parte la violenza dei paramilitari, cioè dei gruppi di estrema destra dediti al narcotraffico e al terrorismo, il male assoluto nel romanzo di Gamboa, che li descrive legati a doppio filo ad ambienti politici e governativi. Dall'altra la violenza della disperazione, i crimini tanto facili quanto insensati perpetrati da chi è stato messo nell'angolo dalla vita, la violenza degli «insulti tra vicini di casa, finché non si incontrano in qualche festa di strada, dopo aver alzato il gomito, e scorre il sangue». Tra questi due poli di soprusi e criminalità si nasconde il cuore nero del romanzo, che non esita a sconfinare nell'occulto e a far comparire Santiago Gamboa (e i suoi libri) come personaggio: c'è qualcuno, più una formazione terroristica che una setta, che vorrebbe riportare la Colombia allo stato ancestrale, ricongiungendosi con la natura, ripristinando i riti tradizionali. Ma, e qui sta il rimarchevole paradosso di Colombian Psycho , questo "bene" sembra fronteggiare il "male" con i suoi stessi metodi: omicidi, smembramenti, sangue. Come se la violenza fosse una patologia cronica, inestirpabile dalla Colombia di oggi. Dove il raro bene vero (Julieta, Jutsiñamuy, Johana, i loro amori, i loro amici) sopporta il male di vivere con buon cibo, sesso quanto basta, alcol a fiumi, buone letture e rassegnata accettazione.