Prendiamo Cinque benedizioni per un matrimonio di Seo Maiko (traduzione di Letizia Guarini, edizioni e/o, pp. 345, euro 20) in cui una protagonista con fin troppi cognomi (tutti quelli acquisiti da una lunga sequela di genitori affidatari), giunta al secondo anno di liceo comincia a farsi delle domande su come venga percepita dagli altri. La sua seconda madre, Rika-san, non faceva che ripeterle: «Anziani o bambini, donne o uomini, la cosa importante è piacere agli altri. Il valore di una donna si decide solo in base a questo». Morimiya Yuko, questo l'ultimo nome della protagonista, quello con cui la conosciamo, si attiene rigorosamente alle norme prescritte: non fa pettegolezzi, si rifiuta di piangersi addosso. Mukai-sensei, la sua insegnante, non riesce a cavarle una lamentela dalla bocca nemmeno sotto tortura, anche se Yuko intrattiene per sé il pensiero di inventarsi di sana pianta qualche problema anche per avere qualcosa da raccontare e sfuggire all'autocommiserazione. I nodi verranno al pettine quando Yuko vorrà sposarsi con quel che difficilmente passa per un buon partito: un aspirante musicista che forse vuole fare il cuoco. A quel punto sarà il padre adottivo della protagonista a ostacolare quest'unione, restio com'è a lasciar andare via la figlia da casa. In occasioni del genere, una donna del passato, mettiamo del XIII secolo, si sarebbe dovuta affidare ai monasteri sparpagliati attorno alla capitale per ottenere una benedizione dagli antenati o quantomeno da Buddha. Yuko si imbarcherà in un pellegrinaggio laico del tutto simile ma verso le case dei suoi genitori precedenti, alla ricerca di un consenso corale. DICEVAMO del XIII secolo, perché l'autrice Seo Maiko sembra aver fatto tesoro non solo delle prescrizioni del manuale per signorine ma anche delle considerazioni che la monaca Abutsu dettaglia in una lettera alla propria figlia tredicenne, già impiegata come dama presso l'imperatrice. Per guidarla nel fitto cerimoniale di corte, Abutsu raccomanda alla figlia Ki no Naishi di sforzarsi di «mantenere i segreti», di rimanere umile e riservata, di non ostentare la propria bellezza e i talenti che possiede, reprimendo di fatto le reazioni spontanee suggerite dalla giovane età. «Non parlare delle tue disgrazie» è un altro degli ammonimenti e la nostra povera Yuko sembra vittima proprio di questo mantra.