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L'Italia del 2050? È a piazza Vittorio

Autore: Francesca De Sanctis
Testata: L'Unità
Data: 24 aprile 2006

Partiamo dal fattaccio: nell’ascensore di un condominio di piazza Vittorio, a Roma, viene trovato morto un personaggio detto «Il Gladiatore», odiato da tutti i condomini. Come ogni giallo che si rispetti il colpevole verrà svelato solo alla fine del libro. Ma non è questo il punto. Perché Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (edizioni e/o, pagine 190, euro 12,00) è soprattutto un affresco divertentissimo delle mille culture che vivono nel quartiere multietnico romano, italiani compresi, che in realtà agli occhi di un qualsiasi immigrato, non fanno una gran bella figura.

L’autore di questo delizioso libriccino è lo scrittore algerino Amara Lakhous, che lo ha riscritto in italiano, e non tradotto dall’algerino (lingua con cui è stato scritto e pubblicato tre anni fa con il titolo Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda). Lakhous vive a Roma da oltre dieci anni. E si vede. Forse conosce noi italiani meglio di noi stessi. «Non abbiate fretta - dice Parviz Mandsoor Samadi, uno dei personaggi del romanzo -. Permettetemi di dirvi che il vostro grande difetto è la fretta. La vostra parola d’ordine è impazienza. Bevete il caffè come il cowboy il suo whisky! Il caffè è come il tè, bisogna evitare di ingoiarlo tutto d’un fiato, va sorseggiato. Amedeo è come un tè caldo in un giorno freddo. Anzi, Amedeo è proprio come la frutta che si gusta alla fine dei pasti, dopo aver mangiato la bruschetta al pomodoro o alle olive». Ma chi è Amedeo?

Attorno a questa domanda ruota tutto il libro, a metà tra la satira di costume e il romanzo giallo. Ognuno dei condomini prende la parola per parlare di Amedeo (il principale imputato per l’omicidio del Gladiatore), il quale commenta con un «ululato» ogni verità raccontata dalla piccola folla multietnica. E così storie, dialetti, voci, piccoli e grandi drammi si danno il cambio per raccontarci vite ai margini e diffidenze che spesso tendiamo a rimuovere. «Il signor Amedeo è un italiano diverso dagli altri: non è fascista, voglio dire che non è un razzista che odia gli stranieri come quello stronzo di Gladiatore che ci disprezzava e umiliava tutti», spiega Iqbal Amir Allah (e non Amir Iqbal Allah, come hanno scritto sul suo permesso di soggiorno...). «Se adottassi questa nuova identità come farei a dimostrare che i miei figli sono miei veramente? Come farei a dimostrare che mia moglie è mia veramente? Cosa succederebbe se vedessero l’atto di matrimonio e scoprissero che il marito di mia moglie non sono io ma un’altra persona che si chiama Iqbal Amir Allah? Come farei a riavere i miei soldi dalla banca?». Per fortuna ci pensa Amedeo, che in uno dei suoi ululati scrive: «Questa mattina Iqbal mi ha chiesto se conoscevo la differenza tra il tollerante e il razzista. Gli ho riposto che il razzista è in contrasto con gli altri perché non li crede al suo livello, mentre il tollerante tratta gli altri con rispetto. A quel punto si è avvicinato a me, per non farsi sentire da nessuno come se stesse per svelare un segreto, e mi ha sussurrato: “Il razzista non sorride!”».

Il libro di Lakhous è un coro polifonico che ricorda molto Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana di Gadda. In questo caso però il confronto tra i vari personaggi innesca uno scontro di civiltà che parte dal luogo più discusso di ogni palazzo: l’ascensore. La custode di questo luogo naturalmente è la portinaia, ovvero Benedetta Esposito: «Mi chiamo Benedetta, però a molti piace chiamarmi la Napoletana. Questo soprannome non mi dà fastidio. So che alcuni inquilini del palazzo non mi sopportano e mi odiano senza motivo anche se io sono brava nel mio lavoro. (...). In questo palazzo ci ho passato quarant’anni, sono la portinaia più anziana di tutta Roma. Mi meritavo veramente un premio, lo dovrei ricevere direttamente dalle mani del sindaco. Il problema è che siamo in Italia: premiamo gli incompetenti e disprezziamo i bravi! Guardate cosa è successo a Giulio Andreotti: dopo aver servito lo Stato per decenni, è stato accusato di essere uno della mafia! Marò, aiutace tu! Anzi, l’hanno accusato di aver baciato in bocca Riina! Che scuorno! Che scandalo!». E più avanti esprime la sua opinione sul possibile assassino: «Io dico che chillo albanese è il vero assassino. Questo disgraziato fa lo scostumato quando lo chiamo Guaglio’! (...) Non mi ricordo esattamente quella parola che dice sempre, forse mersa o mersis! Insomma l’importante è che quella parola vuole dire cazzo in albanese e si usa per insultare la gente». Poco importa se Parviz non è un albanese e merci una parola francese che significa grazie e che si usa anche in Iran...

Poi c’è Elisabetta Fabiani, con la sua grande passione per i cani e per i thriller («Io dico che questo paese non è civile. Un anno fa sono stata in Svizzera e ho visto con i miei occhi come vengono trattati i cani. Sono tanti i negozi di parrucchiere, le cliniche e i ristoranti esclusivi per cani»); Maria Cristina Gonzales, che rischia di entrare nei guinness dei primati per il numero di aborti; Antonio Marini, il milanese che odia Roma («La gente di Roma è pigra, questa è l’evidente verità»); Johan Van Marten, lo studente olandese appassionato di cinema e che per questo chiede a chiunque di interpretare un ruolo nel suo prossimo film; Sandro Dandini, il proprietario del bar Dandini; Stefania Massaro, che svela particolari interessanti sulla vita di Amedeo, e infine Abdallah Ben Kadour e Mauro Bettarini, che ci raccontano tutta la verità fino a chiudere il caso.

Sullo sfondo c’è piazza Vittorio. Il rione romano che si trova proprio tra due stazioni - Termini e Tiburtina - e, per questo, luogo in cui si incrociano flussi di gente provenienti da tutto il mondo. Una volta, in epoca augustea, era una zona molto signorile. Fu riqualificata nel Cinquecento e divenne un «quartiere piemontese» dopo il 1870, finché subì il boom commerciale del dopoguerra e, negli anni Settanta, l’arrivo dei primi stranieri. Oggi è una zona molto dinamica e interessante, nella quale, tra le altre, si intersecano le storie di Armando, Gamal, Luigi, Liming, Melania, Peter, Lidia, Benni, Ranil, immigrati per scelta o per necessità le cui storie sono raccontate in un altro libro, del tutto diverso da Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio. S’intitola Il mondo in casa. Storia di una piazza italiana (Laterza, pagine 125, euro 12,00) ed è firmato da un gruppo di otto giovani ricercatori che si occupano da vari punti di vista delle problematiche delle migrazioni e della convivenza interculturale. Come pseudonimo scelgono la parola indiana Samgati, che significa «percorso insieme». Sono nove le storie raccolte dagli otto ricercatori. Storie reali, raccontate con uno stile che è metà tra l’intervista giornalistica e il racconto vero e proprio. I nomi propri sono stati cambiati, ma quel che conta è che le storie sono vere. E a volte terribili, come quella di Melania, che ogni giorno suona la pianola nei corridoi che conducono ai binari della metro A. Fermata Vittorio Emanuele, naturalmente. Melania è rumena e mendica senza mai separarsi dalla sua Alija. Non importa se quando Melania aveva sei anni il suo medico non si è accorto che sarebbe diventata cieca... La sua storia si incrocia con quella di Armando, che avrebbe voluto fare il pompiere e invece ha un negozio di abiti in via principe Amedeo; di Gamal, che si definisce un egiziano con la mentalità italiana; di Peter, «tutto casa e bottega»; di Lidia, una cinese un po’ anomala e di tante altre vite che si fondono creando un groviglio di dialetti, culture, orizzonti. In fondo l’Esquilino è questo: una ressa multicolore che non è tanto diversa dal clima descritto da Gadda. Ai commercianti dei Castelli si sostituiscono i negozianti del Gange, del Niger e dello Yangtze che si insediano in uno spazio perennemente nomade.