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La storia di un contrabbandiere

Autore: Mauro Zola
Testata: NOIR MAGAZINE
Data: 15 settembre 2006

Beniamino Rossini, criminale con dignità, si racconta nel nuovo libro di Massimo Carlotto, rievocando cinquant’anni di malavita italiana

Contrabbandiere, rapinatore, delinquente, uomo d’onore, amico sincero. Tutto questo è stato Beniamino Rossini, personaggio che, sia pure nella trasposizione romanzata, gli appassionati della saga dell’Alligatore conoscono bene. In molti però sono certo che non sanno che il vecchio Rossini non è un personaggio di fantasia, o almeno non del tutto. Perché un Beniamino Rossini che è stato contrabbandiere e tutto quant’altro sopra riportato è esistito davvero. Ed è morto, da poco, ucciso da un tumore, dopo aver ritrovato un po’ di serenità in una vita che se gli ha portaro tante avventure l’ha alla fine lasciato un po’ triste. Per fortuna che ha trovato, qualche volta in galera, degli amici sinceri, di quelli di cui ci ha parlato spesso l’Alligatore, di quelli che ti fanno tirare avanti anche quando non ti resta molto altro, dopo che la prigione ti ha spezzato qualcosa dentro e ti ha rubato un pezzo di anima. Rossini è il protagonista assoluto di “La terra della mia anima”, il nuovo attesissimo romanzo di Massimo Carlotto, in uscita a fine mese, che ancora una volta pesca a piene mani nella realtà per raccontare una storia che ti prende il cuore.

La prima precisazione da fare riguarda il fatto che l’intera storia è reale, che si tratta del racconto in prima persona della vita di Rossini.
Sì, è tutto vero, quando ha saputo di essere gravemente malato è venuto da me, chiedendomi di registrare tutte le sue vicende.

Comprese le parti che ti vedono coprotagonista in carcere.
Un periodo della mia vita che non avevo molta voglia di raccontare.

Infatti è la pima volta che ne parli nei tuoi libri.
Beniamino ha molto insistito e allora ho accettato di inserirlo.

Anche la forma del racconto è diversa da quella dei tuoi romanzi, questo è già una sorta di monologo come quello che hai intenzione di portare a teatro.
Volevo che fosse lui a raccontare il tutto, trattandosi di una storia così personale. Adesso sto terminando il monologo teatrale che sarà chiaramente vicino al libro.

Sul palco ti proporrai anche come attore, come ti trovi in quel ruolo?
Non sono certo diventato un attore, un po’ racconterò, un po’ leggerò, il tutto in una dimensione piuttosto intima, quasi una cosa tra amici o almeno vorrei che fosse così.

Insieme a te è protagonista anche Ricky Gianco, le cui canzoni accompagnano l’intera vicenda, da cosa è nato questo binomio?
Lo conosco da tanto tempo, sono stato il suo road manager, poi abbiamo collaborato in diversi modi, scrivendo anche alcune canzoni insieme. L’amicizia è sempre rimasta.

In questo libro la vita del vecchio Rossini ti permette di raccontare anche l’evoluzione, o meglio, l’involuzione della criminalità in Italia.
E’ questo il vero motivo per cui ho scritto il romanzo, otre che per soddisfare il desiderio di Beniamino. Attraverso quella storia rivediamo quella dell’Italia.

Che non ne esce bene.
No, non molto.

La malavita stessa sembra peggiorata.
La globalizzazione ha colpito anche il crimine, che oggi è più spietato che mai, infiltrato dalle bande della mafia albanese o di quella russa, che hanno spazzato via da tempo quelli che erano i vecchi banditi.

Che in un certo modo tu vedi come meno pericolosi, legati a un senso dell’onore oggi scomparso. Quasi sembri rimpiangere i contrabbandieri.
Che sono stati sopraffatti dall’assalto della storia. Credo si debba distinguere tra crimini socialmente pericolosi e quelli che non lo sono, spesso derivati da precise condizioni sociali. Il passaggio da quel genere di banditi a quelli che operano oggi è stato traumatico. Quelli che erano i più crudeli malviventi dell’epoca, cioè i rapitori, disprezzati dagli stessi rapinatori, sono stati ampiamente superati. La mafia oggi guadagna con il lavoro nero, con l’inquinamento. In questi giorni mi trovo in Russia, dove l’ecomafia è quasi un’organizzazione parallela allo Stato.

Una cosa che mi ha colpito del racconto di Rossini è che non cerca giustificazioni, non tralascia nessuna parte, anche quelle più imbarazzanti.
Quando raccontava spesso l’ho interrotto per chiedergli: sei sicuro di voler dire anche questo? La risposta è sempre stata sì. Non gli interessava cercare nessun tipo di giustificazione, piuttosto scavare nella verità, senza reticenze.

Sei riuscito a capire perché una persona tutto sommato buona come Rossini, o meglio, dotata di un senso spiccato dell’onore e di una sua giustizia interiore decide di diventare un criminale?
E’ una domanda che anch’io gli ho fatto durante il racconto. Si è trattata di una scelta personale, come lui stesso mi ha detto, della voglia di vivere un mondo di avventure, come una vita più tranquilla non gli avrebbe permesso di fare.

Un moderno pirata insomma.
Precisamente, lui questa voglia di avventura ce l’aveva dentro.

Le basi dei criminali attuali sono molto diverse.
E difatti è difficile trovare dei caratteri interessanti da descrivere. Figure come quella di Beniamino ci sono state fino agli anni Settanta e poi sono state rimpiazzate da una generazione di delinquenti collusa con il potere economico, a cui della voglia di avventura non importava più nulla.

Il tuo romanzo è l’ennesima dimostrazione di come gli autori noir italiani siano in grado di descrivere i cambiamenti della società.
E’ una delle caratteristiche del noir italiano, che lo rende unico in Europa per la sua capacità di raccontare storie straordinarie.

Da cosa è dovuta questa capacità?
In parte dalla formazione degli autori, dall’influenza della politica, e poi dalla voglia di raccontare storie importanti, questo è un approccio che sta dando molto. E con una maggior attenzione del pubblico, che del resto si sta già dimostrando molto ricettivo, credo che il fenomeno possa crescere ancora nel prossimo futuro.