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L’atroce smacco della madre

Autore: Stefania Lucamante
Testata: Leggendaria
Data: 1 gennaio 2007

La chiave di lettura per il nuovo romanzo di Elena Ferrante, La figlia oscura risiede nella frase che Leda, la protagonista, ci affida in inizio di lettura, “(l)e cose piú difficili da raccontare sono quelle che noi stessi non riusciamo a capire”. In un atto di scrittura finzionalmente terapeutica, Leda spiega, a se stessa principalmente, il motivo reale dell’ incidente automobilistico dovuto ad un suo atto sciocco, ma per noi non del tutto inspiegabile, il furto di una bambola. Una bambola woodoo, quella di un’estate calabrese cosí banale da far pensare quasi con nostalgia all’estate torinese di Olga.
Olga era una casalinga, Leda è una donna con interessi intellettuali. Come Olga, anche Leda cerca di calmarsi nei suoi attacchi, “mettere ordine, capire” è una frase che puntualmente ci ricollega alla frantumazione di Olga, alla perdita di tutte le sicurezze che cosí faticosamente aveva guadagnato lasciando Napoli, uno smembrarsi interiore scatenato dall’abbandono di Mario, suo marito. Olga cerca di ridare a se stessa “una misura”. Questa volta è la donna a tradire il marito. Questa volta, è la donna che lascia, non l’uomo. Leda ha lasciato Gianni, non s’è fatta lasciare. Eppure Gianni, da quanto ci racconta la stessa Leda, era un marito intelligente, volentoroso, ansioso quasi, di capire lei e le sue necessità professionali. Per trovare se stessa e realizzarsi, questa volta la donna di Ferrante abbandona lei la propria famiglia, persino le figlie, in una forma di insulto supremo alla figura della madre meridionale. Leda perde la misura ed invano cerca di capire perché ha commesso quel furto, quel gesto apparentemente cosí ridicolo. “Mettere ordine, capire” può sembrare una cosa relativamente semplice proprio ora che Leda è finalmente, e per sempre, libera dall’ingombra presenza delle due figlie, proprio ora che ha tutto il tempo del mondo per leggere e studiare, ora che sente che per una “magia” è come ringiovanita, imbellita, ha perso peso, l’equivalente per molte donne di una ripresa mentale, oltre che fisica. Insomma, le carte sono rovesciate nella costruzione della trama rispetto a I giorni dell’abbandono. Eppure, il risultato si conferma quello di un concerto di sentimenti offesi, di traumi, di vulnerabilità femminile, la cui musica atroce è la frantumaglia. Come si fanno a spiegare le cose piú assurde nell’arco di un romanzo? Come si fa a spiegare in 150 pagine che le donne non si riappacificano mai con altre immagini femminili, tanto meno con la propria e con quella della madre?
Durante tutto il tempo della lettura di La figlia oscura, non ho fatto altro che sdoppiarmi. Coesistevano in me due lettrici, una, quella piú ingenua, che si identificava in modo quasi urtante con i problemi, con i drammi presunti di Leda. L’altra, quella piú letterariamente svezzata, che provava una sensazione di enorme fastidio per questa donna che, pur avendo raggiunto il traguardo della propria indipendenza, professionale ed emotiva, continuava ad annaspare nel mare di cui aveva tanta paura da piccola, e della cui paura—in una sorta di fedeltà all’omonimia fonetica francese--continuava ad incolpare una madre la cui maggiore colpa era stata quella di non essere istruita, di cedere al dialetto non appena le veniva fatto il minimo sgarbo, di minacciare le figlie di una sua presunta scomparsa. Cerchiamo allora di capire le tecniche e le strategie narrative per come rigorosamente, ancora una volta, Elena Ferrante manipola il naturale fastidio di donne emancipate per tale inafferrabile dispiego di dolore, e a suscitare simultaneamente ammirazione per questo terzo romanzo breve.
Ricezione dell’antimodello. Entrambe le lettrici, l’ingenua e la disincantata, non potevano fare a meno di ricollegare costantemente frasi e modi espressivi diventati ormai un punto fermo nella scrittura di Ferrante, che dà prova con la sua prosa ferma, asciutta e pure martellante di sapere ritrarre ormai a perfezione uno stato di malessere femminile che supera la soglia del transitorio e si dirige verso una condizione permanente di mal di vivere. La narratrice, come già Delia, come Olga, è una donna che può essere se stessa soltanto dopo aver proceduto all’elisione della madre, quest’ingombrante essere che ci genera dandoci la lingua, e che detestiamo ed amiamo allo stesso tempo. La madre di Delia, di Olga, di Leda, non è una madre simbolica, queste donne non si vogliono minimamente affidare a lei. Tutt’altro. La rifuggono e con lei rifiutano anche qualunque canone materno, sia che siano figlie, o che recitino in prima persona il ruolo di madre. Come dire che da un fallimento, da una frantumaglia patita, possono nascere solo altri fallimenti, sempre personali. Leda ribadisce piú e piú volte che le figlie, Bianca e Marta, i dioscuri al femminile di questa Leda ferrantiana, sono ragazze che hanno seguito il padre negli studi come anche geograficamente. Anche queste figlie, come le altre figlie di Ferrante, si sono dovute allontanare dalla madre. Loro sono belle, assai belle, hanno successo con gli uomini, sono molto studiose e riescono bene in quel che fanno. E si separano dalla madre.
Ma quali sono queste cose di cui parlano e s-ragionano le varie Delia, Olga, e adesso Leda in La figlia oscura? Perché Elena Ferrante parla sempre di italiane cosí complicate, cosí irrisolte? Qual è il motivo che spinge questa scrittrice a raccontare soltanto di donne troppo passionali che, per resistere alle loro passioni, sfiorano sempre la soglia dell’abietto kristeviano? Se è vero che la letteratura è uno degli specchi della società è davvero lecito pensare che le italiane, ormai ridotte a cristalli d’isterismo dai registi della nuova generazione, debbano meritare questo ruolo anche nello spazio privilegiato di un romanzo di autore donna? In una società in cui si cerca la sorellanza, in cui si cerca di smussare gli spigoli del rapporto sempre difficile con la figura materna, abbiamo una narratrice, Leda, che non riesce a liberarsi, appunto, di un personaggio scomodo quale quello rappresentato da una figlia che non sa crescere, che non sa trasformarsi in nulla, se non in una donna sempre piú inviluppata nelle proprie angosce. Una figlia oscura, appunto.
Ed è un po’ la rabbia verso queste donne create da Ferrante che fa scattare un processo di anti-identificazione. Nonostante tutto, cara Leda, non voglio e non sarò mai come te. Non sono la Monique inebetita dal dolore della separazione dal marito di Simone de Beauvoir, non ho mai rifiutato il mio background, non mi faccio condizionare da nessuno circa la mia origine meridionale, e soprattutto non mi darò mai arie di grande intellettuale alle prese con un articoletto di dieci pagine perché, onestamente, non credo che il destino della mia disciplina universitaria dipenda da quello che scrivo. Leda è riuscita a diventare quel che voleva solo—metaforicamente parlando—spargendo vittime e sangue ovunque sul proprio cammino. Chi lavora all’università sa bene che le rinunce, le nottatacce cercando di recuperare tempo sacrificato ai doveri familiari è un problema reale, ed esiste senz’altro nel modo in cui viene descritto da Leda. Non è realistico e verosimile però--e forse anche da questo dipende il giudizio sospeso sul libro--nei nostri anni abbandonare i figli per trovarsi. Semmai il contrario. Nel 1906 la donna di Sibilla Aleramo raccontava di come fosse stata costretta ad abbandonare il proprio figlioletto per trovare se stessa. I toni con cui Aleramo racconta l’abbandono forzato erano esaltati, appassionati, e certo dettati dal dato autobiografico. Il modo in cui Leda rintraccia le tappe e le motivazioni del suo abbandono—un topos vero e proprio dei romanzi di Ferrante--registra toni freddi, quasi come se per lei non sarebbe stato possibile fare altrimenti. Leda doveva andare a vivere con il professor Hardy, oppure non avrebbe concluso nulla nella vita. Quindi un altro uomo, straniero certo, ma un altro uomo per la propria emancipazione?
In parte, ciò che duole è anche una questione di mancanza di ironia che nei suoi scritti non esiste perché il modo narrativo che Ferrante sceglie è quello tragico, come ho avuto già occasione di dire altrove. Olga è una splendida Medea, Leda è la madre dei Dioscuri Bianca e Marta, fecondata da Zeus ed immortalata da D’Annunzio, da W.B. Yeats, ma rappresentata sempre in funzione di un signifcato estraneo alla sua stessa entità. Eventi ordinari che assurgono a fatti surreali nel modo tragico con cui si sviluppa la narrazione caratterizzano le pagine dei romanzi. Leda diventa l’eroina di un tragico mito, l’impossibilità di essere altro oltre a se stesse.
L’opacità con cui Leda conduce la propria esistenza (ma sono proprio cosí noiose le docenti di letteratura straniera?), la parola “opaca” che ritma ossessivamente anche nel suo uso aggettivale l’immagine del paesaggio come del proprio agire risulta essere uno degli elementi linguistici che piú colpiscono. “Avevo usato d’istinto contro Rosaria un momento opaco della mia vita e l’avevo fatto per stupirla” (67-68). Effettivamente il trasgredire all’ordine interno che le proibiva di raccontare che aveva abbandonato le figlie per tre anni, e di confessare quel segreto tremendo proprio a Rosaria fa scattare invece tutti i meccanismi di rottura fra lei e Nina, questa giovane donna contro cui Leda sembra accanirsi perché (forse) le ricorda troppo la madre, o (forse, ma piú ovvio) perché le rammenta quello che lei non è mai riuscita ad essere con le figlie: una madre non buona, ma una madre sincera nel proprio sentire materno. Quel perpetuo analizzarsi di Leda, il suo inutile monito, già di Olga, “(m)ettere ordine, capire. Pensai a come un atto opaco ne generi altri di sempre piú marcata opacità, e allora il problema è interrompere la catena” (127) suona greve, e per questo procura angoscia.
In realtà, con Nina Leda stabilisce un rapporto mimetico, uno scambio di desiderio per tanti motivi. Se per Girard il desiderio mimetico è naturalmente da trovare nell’uomo, il soggetto desiderante B che prova gelosia per l’oggetto del soggetto desiderante A, sappiamo dalla critica femminista, Sarah Kofman un nome per tutti, che il triangolo mimetico non ha una matrice unica, ma che può divaricarsi in varie direzioni.
Leda viene immediatamente attratta dalla bellezza di Nina, giovane madre e poi dal rapporto cosí sereno fra lei e la sua bimba. Oltre al superficiale desiderio di aver avuto lei stessa questo rapporto con le figlie, esiste anche un desiderio inespresso per Nina di cui Leda è inconscia (?) voyeuse mentre l’osserva spalmarsi la crema abbronzante sul corpo bellissimo, mentre ne osserva la ceretta fatta male all’inguine, gli occhi bellissimi, ed il viso da india. “Sentii di colpo, nitidamente, il filo teso tra quella ragazza e me: quasi nessuna frequentazione e tuttavia un vincolo crescente.[...Nina]comunque desiderava che l’esperienza, la saggezza, la forza ribelle che nella sua immaginazione mi attribuiva io le mettessi al suo servizio. Esigeva che mi prendessi cura di lei, la seguissi passo passo sostenendola nelle scelte che, sia che le dessi le chiavi, sia che gliele rifiutassi, l’avrei comunque spinta a fare” (132). Altro topos caro alla stereotipizzazione della donna sola nell’immaginario maschile, la figura dello studente Gino, il bagnino impiegato nel cast romanzesco, rafforza invece l’idea del desiderio mimetico. D’estate, in spiaggia, se una donna è sola deve assolutamente avere una storia con un uomo piú giovane. Ricordate Agostino di Moravia? La madre cosí edipicamente bella e procace ha una storia con un giovane nuotatore che rema benissimo sull’acqua argentea mentre il melanconico Agostino resta in spiaggia nutrendosi di pensieri incestuosi e tremendi. Niente di tutto questo nel presente romanzo. Leda patisce per Nina, ha paura che la famiglia del marito le faccia del male, ma vi è un desiderio per la sua bellezza, evidente persino nella scena del bacio che Leda ruba alla giovane coppia. La famiglia di Nina, composta da Rosaria e suo marito, dal marito di Nina, oltre a non meglio identificati parenti presenti comunque per costruire la contrapposizione Nina-resto del (suo) mondo, viene definita “gente cattiva” da Gino. A pensarci, l’immagine sembra ricalcata grossolanamente sui servizi televisivi sui napoletani camorristi e una Napoli ormai all’ultimo stadio di corruzione, una Gomorra, come scrive Roberto Saviano. Un’immagine ulteriormente confortata dall’arrivo del marito di Nina sul motoscafo, riconosciuto quale mezzo per antonomasia del contrabbando di sigarette e quant’altra criminalità che avvelena il Golfo di Napoli. La paura di quel mondo si reifica in questo gruppo che, come in tutte le tragedie, assume la fisionomia di un coro posto sullo sfondo della tragedia che sta avendo luogo fra Leda e Nina. Ancora una volta, come già aveva fatto con le figlie, Leda tradirà la fiducia di un’altra donna che si offre a lei per aiuto. Ancora una volta Leda sarà una cattiva figlia e madre al tempo stesso. Nina ha infatti l’età delle sue figlie. Ancora una volta si farà gioco di un’altra donna che guardava a lei per quello che lei, Leda, le aveva fatto credere. Di essere una donna forte, indipendente, di avere un lavoro interessante.
A conti fatti, è piú credibile la madre esaltata di Una donna. Il problema di questo romanzo risiede nel rapporto che intrattiene con la verosimiglianza—d’obbligo in un romanzo realista—e che è invece, per usare un termine ferrantiano, è molto “opaco”. Quel che apprezzo molto in Elena Ferrante è la sua disposizione innata a trasformare a proprio vantaggio situazioni romanzesche ostili, presentando ormai con regolarità donne problematiche dal comportamento eccentrico ma che vivono all’interno del sistema, e che pure, l’immaginario maschile non riesce a comprendere, e di conseguenza, a costruire. Le sue lettrici sono invece astiosamente consce di aver pensato o detto--ad un certo punto della loro esistenza--esattamente quelle cose di cui le donne di Ferrante osano parlare solo con se stesse, nel silenzio della loro casa, dopo essersi macchiate di comportamenti ridicoli. L’ostilità che non ci consente né di compatire né di identificarci con le anti-eroine di Ferrante risulta quindi un coacervo di costruzioni societarie che queste scardinano (o credono di farlo) e dalla nostra recezione riluttante ad ammettere che sì, sembra impossibile, eppure anche il banale quotidiano può trasformarsi in tragedia. Le figlie, il marito, gli amici di Firenze, tutti accorrono al capezzale di Lesda, abituati ad essere trattati come pedine da questa signora quarantottenne che soffre perennemente di una sindrome da figlia cattiva. Direi la figlia più cattiva della nostra letteratura, ma bisogna attendere che crescano Bianca e Marta prima di accordare a Leda lo scettro della cattiva figlia.