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Ferrante, il nome perduto delle donne

Autore: Titti Marrone
Testata: Il Mattino
Data: 7 ottobre 2012

Il secondo volume della trilogia di Elena Ferrante (Storia del nuovo cognome e/o, pagg. 470, euro 19,50) si apre dov'era finito L'amica geniale, e narra la giovinezza di Elena - lenuccia - l'io narrante e Lila: un ordito fittissimo di storie, passioni, personaggi intorno alle due ragazze, che troviamo sedi cenni e lasciamo alle soglie dei vent'anni. Per chi sappia sintonizzarsi con il ritmo della scrittura, immergersi nelle tante pagine senza smarrire il filo principale del legame tra le amiche, tenere dietro al garbuglio dei rapporti di parentela e amore, si profilerà una sensazione: quella di entrare in un mondo speciale, creato dalla penna dietro cui si cela Elena Ferrante, e di rimanerne catturato come da una ragnatela fatata. Certo, L'amore molesto e I giorni dell'abbandono consentivano immersioni più dirette, grazie al guizzo del passo spedito, alla risolutezza asciutta del lampo di scrittura. Ed è molto opportuno, ne L'amica geniale come in questo volume, l'indice dei personaggi stilato nelle prime pagine, perché non ci si perda nell'intrico delle relazioni. Dopo, com'è dono dei romanzi dal respiro potente, si schiude un universo di pensieri e sentimenti in cui il lettore entra fino a sentirsene avvolto, come dalle onde di un mare. C'è qui la Napoli opaca e degradata tra la fine degli anni' 50 e l'inizio dei '60, c'è il quartiere plebeo degli insulti feroci, delle «mazziate» alle mogli dispensate come norma condivisa, dei bambini con perenne moccio al naso. Ci sono gli occhi di Lenù che racconta la fatica di diventare adulta e migliorarsi in una realtà di miserie senza vie di fuga. Straordinario è il racconto della cancellazione di sé scritta nella sorte delle donne maritate, e non solo per l'abolizione del cognome. n campo visivo di Lenù si fissa su un mondo di donne e lo restituisce in una narrazione che svela come non mai l'identità di genere di chiunque ci sia dietro il nome Ferrante. «Si trascinavano arriva a prepararsi come per un esame quando deve uscire con il ragazzo-intellettuale che ama: nel raccontarlo, Ferrante ·evoca un certo liceo, una certa professoressa comunista, e tempi e ambienti napoletani reali in cui tra i ragazzi e le ragazze correvano sentimenti di fierezza, desideri di non sfigurare oggi così lontani. Il vero faro di Elena, però, resta l'amica Lila, che la incalza, la sopravanza sempre di alcuni passi, sembra riuscire in tutto e splende di una luce capace di abbagliare chiunque. E fa niente se in questa parte della storia Lila si appanna, arretra, sembra non saper fare più funzionare la sua intelligenza, fa del male a tutti e a se stessa e finisce per infliggere un lavoro schifoso. Fa niente, per o mazzate? magrissime, con gli occhi e le guance infossate, o con sederi larghi, caviglie gonfie, petti pesanti, le borse della spesa, i bambini piccoli( ... )E, Dio santo, avevano dieci, al massimo vent'anni più di me(. ..) . Quando cominciava quella trasformazione? Con il lavoro domestico? Con le gravidanze? Con le mazzate?». Elena teme di finire così, come sua madre, di assorbirne il passo claudicante e la sorte.Allora studia furiosamente, e anche in amore è presa da chi sa di più, Elena, anche se le ruba l'amore. La loro amicizia prodigiosa riesce a incalzarla come un pungolo, a farle vincere le paure d'incompiutezza, di essere una «quasi»). Finché le cresce un coraggio che la porta a laurearsi alla Normale di Pisa, a scrivere un romanzo, com'era nei sogni di bambine suoi e di Lila ai tempi di Piccole donne. Ed è fin troppo chiaro, almeno qui, chi sia la vera arnica geniale, nel gioco di specchi di un rapporto tra due ragazze che sanno vivere la pratica del sostegno solidale così frequente tra gli uomini e mai vista tra le donne.