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Trinacria Park, di Massimo Maugeri

Autore: Maria Attanasio
Testata: RaiNews24
Data: 20 maggio 2013

Ho letto “Trinacria Park” di Massimo Maugeri (edizioni e/o) con grande interesse, profondamente coinvolta da una narrazione che, pagina dopo pagina, diventa sempre più accelerata e appassionante fino all’imprevedibile e spiazzante conclusione finale; una strutturazione narrativa, che non si chiude nel recinto di un genere, ma tanti ne attraversa e felicemente li sintetizza: dalla connotazione fortemente psicologica dei personaggi, tutti ben profilati e caratterizzati, alla tensione quasi da giallo della parte finale del libro, alla lucida e acuminata analisi dei santuari neri del potere in una società, in cui diventa sempre più difficile distinguere l’intreccio perverso tra apparire ed essere, reality e realtà, finzione e verità.
E plurale mi sembra anche il registro espressivo, che passa dall’ironico al visionario, dal riporto dialettale a una particolare articolazione linguistica: attraverso l’accumulo di dettagli e inserti di conversazioni, essa infatti vuole restituire, talvolta ironicamente mimandola, la dimensione di incomunicabilità di una contemporaneità tutta chiacchiera, ma sostanzialmente afasica e autoreferenziale.
Un libro, direi, quindi fortemente politico, se la parola politica, erroneamente identificata spesso con partitica, non fosse oggi oggetto di sprezzo e disprezzo. Ma politico nel senso più alto del termine; e libri fortemente politici, ad esempio, io ritengo quelli di una certa narrativa americana, come “Rumore bianco” o “Underworld” del grande Don DeLillo, sulla cui linea il romanzo di Maugeri, a mio parere si pone: quella, cioè, di una rappresentazione lucida e implacabile della polis, della comunità in cui viviamo. Per capirla, per capirci.
Da qui l’inedita restituzione letteraria della Sicilia di “Trinacria Park”, che non si ripiega sui suoi mali storici e sulle sue specificità di costume, ma si fa specchio e metafora degli allarmi e delle paure di una condizione umana dopata dai media, e di una contemporaneità omologata e sempre più condizionata dalla dittatura dell’economia.