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Massimo Cuomo - Piccola osteria senza parole

Autore: Elena Spadiliero
Testata: La Bottega di Hamlin
Data: 3 febbraio 2014

L'esordio di Piccola osteria senza parole lascia un attimo spiazzati. C'è un tizio che attraversa una stradina di campagna con la sua Ritmo. A un certo punto di ferma, afferra il suo Paroliere, un rotolo di carta igienica, si piazza dietro un platano e comincia a defecare. Come dicevo, ci si ritrova un po' spiazzati. Questo finché, proseguendo insieme a Salvatore Maria Tempesta, non si giunge al Punto Gilda di Scovazze e con lui facciamo la conoscenza di una serie di pittoreschi personaggi.
 
È il luglio '94 quando il «meridionale» arriva al Nord. Non è lì per caso, ha con sé la fotografia di una donna. In quel mese si stanno giocando i Mondiali negli Stati Uniti e tutti nel baretto sono impegnati a seguire le partite: Tempesta è un elemento di disturbo, che turba la placida quotidianità dei paesani, che con occhio sospetto cercano di indovinare le sue vere intenzioni e il perché della sua ricerca. Man mano che la narrazione procede, infatti, il racconto si tinge di giallo, il mistero intorno a questo personaggio s'infittisce, fino al momento in cui un colpo di scena inaspettato stravolgerà completamente il senso della trama.
 
Ambientare una storia in certe zone del Nordest non è sempre facile, soprattutto laddove si snodano le sconfinate campagne padane, un po' deprimenti e cupe: regioni – in particolare il Veneto – che hanno conosciuto nell'immediato dopoguerra una condizione di forte povertà (da lì, i massicci flussi migratori all'estero), a cui è seguito il boom economico ed industriale, che ne ha modificato completamente l'aspetto e la qualità della vita. Quando si pensa al Nordest si è soliti ricordare i desolati spazi di Come Dio comanda o la grigia città di La sconosciuta; o si pensa ai grossi centri di Venezia, Verona, Padova, Trieste. Invece, Massimo Cuomo, veneziano, classe 1974, ha fatto una bella cosa con il suo Piccola osteria senza parole: ha mostrato i lati nascosti dei luoghi e degli abitanti delle periferie, individuando i pregi celati sotto i difetti e offrendo uno spaccato divertente e leggero di una società chiusa, conservatrice, eppure intimamente vitale, energica e tutta da scoprire.
 
Un romanzo che racconta quel Nordest terra di bevitori, bestemmiatori, spesso taciturni e un po' rozzi, ma, in fondo, anche terra di altruisti, di gente di buon cuore, che lavora sodo. Sarà impossibile non provare simpatia per la Gilda e le sue enormi tette, per Malattia e tutti gli altri avventori, per le loro imprecazioni in dialetto contro il meridionale che «Come che l'entra ciapemo gol. El teròn porta sfiga», ma che poi, sfiga o non sfiga, finiranno per prendere in simpatia. E pure Tempesta, nonostante il difficile compito che gli è stato assegnato e che lo ha spinto ad attraversare la penisola, arriverà ad entrare in sintonia con quella mentalità così lontana dalla sua ma che, come tutte le diversità, riuscirà ad arricchirlo.