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Un’intervista con Matteo Strukul

Testata: Liberi di scrivere
Data: 26 giugno 2015

Bentornato Matteo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Iniziamo con una curiosità che forse molti hanno ma non hanno mai avuto il coraggio di chiederti. Che origini ha il tuo cognome?

Ah ah ah intanto grazie per accogliermi come sempre in questo porto sicuro e meraviglioso che è Liberi di scrivere. Dunque, il mio cognome è di origine Ungherese, per l’esattezza Transilvana, una terra che amo e che sto esplorando proprio in questi mesi per ritrovare le profonde radici dei miei avi. Non è un caso che il mio prossimo lavoro sia proprio ambientato lì, almeno per una parte. Comunque io sono Italiano, anzi Veneto e per un Veneto avere un cognome di origine Austroungarica è assolutamente normale, basta guardare la storia della mia terra.

E’ appena uscito il tuo nuovo capitolo della saga di Mila Cucciolo d’uomo La promessa di Mila. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’ispirazione di far incotrare Mila e un bambino risvegliando in lei un vero e proprio istinto materno. Una forma di redenzione e rinascita dopo tanta violenza?

La storia girava nella mia mente da un pezzo, in nuce, ma non riuscivo a metterla su carta. Dopo le tinte cupe e ossessive di “Regina nera” volevo che Mila avesse un momento di quiete magari addirittura di affetto. Ho sempre desiderato scrivere un romanzo che ricordasse “Leon” di Luc Besson a parti invertite, anche perché il grande regista e autore francese è una delle mie massime figure di riferimento per quanto riguarda Mila, e non solo. Inoltre avevo questo pezzo di Alanis Morrisette ”Guardian” che continuava a girare nello stereo… e se guardi come comincia il libro, tutto si fa chiaro, senza contare che il video della canzone è girato a Berlino. Insomma ho riconosciuto i segni e la storia si è manifestata. Cioè, a un certo punto, era tutto evidente, cristallino, d’un colpo ho scritto le prime quaranta pagine, roba da due giorni in fila, senza staccare gli occhi dallo schermo, otto ore al giorno in cui senti che non sbagli una parola, che quello che c’è è perfetto e non c’è una sbavatura. Con Mila è così: non puoi fare calcoli. Scrivi come e quando vuole lei ed è l’unico modo che conosco per comporre le sue storie. Forse è per questo che poi lei suona vera. L’istinto materno era latente, qualcosa che Mila voleva provare, era pronta. Dopo tanto dolore e tormento se lo meritava e poi l’amore di una madre per un figlio o di una donna per un bimbo è uno di quei sentimenti che DEVE essere raccontato in un romanzo. Il sentimento che Mila nutre per Akim è totalizzante, infinito, lei è pronta a farsi ammazzare per lui perché Mila è così: romantica e invincibile e meravigliosa… sennò non sarebbe Mila. Certo, proteggere Akim è una forma di redenzione, una catarsi, la salvezza dopo tanto orrore. Mila voleva tutto questo, e quando Mila vuole qualcosa, non ce n’è per nessuno. Per scoprirlo, basta leggere le pagine del libro. Per quanto mi riguarda questo romanzo è la cosa migliore che ho scritto in tutta la saga, è il libro che amo di più, il più sentimentale anche… sto invecchiando, lo so.

La collana Sabotage ha la perculiarità di trattare temi legati all’Italia con forti connotazioni etiche e sociali. In questo romanzo si parla di MacMafia, di traffici di bambini, del ruolo di crocevia che l’Italia ricopre. Tutto ciò non è solo frutto della tua fantasia, come ti sei documentato?

Mi sono documentato a lungo e con pazienza: monografie, articoli di giornali e riviste, molti dei quali anche in lingua inglese e tedesca, la rete, colloqui con amici nelle forze di Polizia, documentari, film, insomma alla fine ho immagazzinato una gran mole d’informazioni e ero pronto. In un certo senso quando scrivo un romanzo di Mila c’è la trama del romanzo e la sotto-trama Sabot/Age e sono due fili di diversi colori che tuttavia procedono di pari passo e s’intrecciano inscindibilmente. Tutto quello che ho scritto a proposito del fenomeno del trafficking è verificabile anche se poi alla fine della Storia scoprirete che… vi dico solo una cosa: dopo aver letto la storia e solo DOPO inserite le parole “PFIZER” e “NIGERIA” in un qualsiasi motore di ricerca e guardate cosa viene fuori.

Akim, il piccolo che Mila deve proteggere e portare a Berlino per testimoniare a un processo, nasconde un segreto e per tutto il romanzo ci chiediamo quale sia. Non può parlare, ma disegna e Mila cerca con molta sensibilità di interpretare i suoi disegni. Come hai creato il rapporto tra Mila e il bambino?

Ci tenevo molto, doveva essere dolce e appassionato, volevo che i lettori sentissero tutto l’amore che Mila prova per Akim, sarebbe stato un sentimento vero e infinito come lo è l’amore di una madre per un figlio. In questo senso “Cucciolo d’uomo” è il titolo perfetto, l’ho scelto insieme a Silvia, mia moglie, e Colomba Rossi, direttore della collana, alla fine citando Rudyard Kipling, uno dei miei grandi amori di sempre in letteratura. Non è stato semplice, naturalmente, ma osservare le mie due nipotine è stato d’immenso aiuto. Quindi sono particolarmente grato a mio fratello, eh eh. Al di là di questo, il rapporto fra Mila e Akim è stato nutrito pagina dopo pagina attraverso un dialogo costante, anche se Akim non parla perché qualcuno gli ha tolto la voce. Ma ci sono i gesti, i disegni, le parole scritte, gli sguardi. Insomma, una sfida narrativa che spero di aver vinto e che, alla fine, rappresenta il cuore del romanzo. Naturalmente una dinamica di questo tipo mi ha permesso di mostrare in tutta la sua bellezza un lato nascosto di Mila che non conoscevamo e che nemmeno lei sapeva di avere. Quindi sono particolarmente contento di essermi cimentato in questa giostra.

Come sempre nel tuo romanzo c’è tanta musica da Like a Rolling Stone di Dylan cantata da Mick Jagger a Don’t Cry dei Guns ‘n Roses. La musica ti da la carica per scrivere? Anche nei ringraziamenti citi tanti musicisti. Cosa serebbe il pulp senza musica?

Guarda, la musica per me è fondamentale. Io sono figlio del grunge e del rock anni ’90 il che vuol dire: Nirvana, The Black Crowes, Pearl Jam, Guns’n’Roses (almeno quelli di Use your Illusion 1 e 2), Stone Temple Pilots, Soundgarden, Stereophonics, insomma il meglio del meglio. Quella musica ha segnato una rinascita e anche una rivolta, io appartengo alla generazione X, quella che è stata violentata dai propri padri, la prima alla quale è stato strappato tutto… e non dite che non è vero! Però la mia generazione ha combattuto e lo sta facendo ancora ed è sopravvissuta e quella musica è un manifesto. Il pulp e Sabot/age sono anche ribellione a un sistema, per urlare forte e chiaro che il traffico di bambini e le donne vittime non sono un’invenzione letteraria. Per quanto mi riguarda sono stanco di questo Paese in cui non cambia mai un cazzo. Renzi ha un’occasione straordinaria e la sta buttando alle ortiche perciò alla fine, forse, finiremo sconfitti anche noi, come quarantenni italiani. Il problema di questo Paese è che non capisce che la crisi si risolve ponendo al centro CULTURA, TURISMO e MADE IN ITALY ma servono strumenti che molti di noi hanno smarrito e del resto se il nostro Ministro della Cultura ha idee come La Grande Biblioteca dell’Inedito, be’ capisci che ci stiamo schiantando dritti contro un muro. Beppe Sebaste ha scritto un pezzo la settimana scorsa sul Venerdì di Repubblica che dovrebbe essere mandato a memoria. Credo che gli scrittori, i muscisti, i registi della mia generazione debbano far sentire di più la propria voce per far capire che stiamo saccheggiando il nostro Paese e andando a picco e, così facendo, sprecando una grande opportunità. In questo senso, gente come Chris Robinson, Eddy Vedder e Kurt Cobain non le mandavano certo a dire. Dobbiamo provare a fare la stessa cosa. Per quanto mi riguarda Sabot/Age è il mio modo per raccontare quello che non funziona. Mila è un personaggio dirompente, ribelle, guerriero, è un personaggio che rimette la donna al centro, spero che le lettrici se ne rendano conto, lo dico sinceramente: secondo me l’Italia femminile dovrebbe scoprire Mila, magari tirerebbe fuori un po’ di fegato e imparerebbe a fare sistema, e forse – e dico forse – ci sarebbe una speranza. Io come uomo sto cercando di urlare che vorrei le donne davvero protagoniste ma so di essere in minoranza.

La BHEG, senza anticipare troppo, subirà diversi cambiamenti, perchè questa scelta così radicale?

Non voglio scrivere una serie ma una grande saga. Non mi fa impazzire il concetto di serie, mi sembra di prendere in giro i lettori con tutto il rispetto per tutti quegli autori che scrivono serie. Il mio personaggio evolve, cambia, ogni romanzo ha un colore diverso e mostra un lato differente di Mila. Le trame si differenziano, non c’è uno schema uguale con le opportune variazioni: sono proprio storie completamente diverse. Per me è fondamentale: ogni romanzo dev’essere una sfida per me e per il lettore non l’episodio di una routine. Per questo amo anche cambiare genere e per questo i giornali mi hanno definito un autore irregolare, avvicinandomi a Joe R. Lansdale. Ovviamente la cosa mi ha lusingato, così come mi ha sorpreso che Joe apprezzasse “La ballata di Mila” fino al punto di scrivermi un blurb. Il fatto è che non sono un autore pulp o noir: sono un romanziere e scrivo storie. Poi sicuramente, troverete sangue e tormento anche nel mio prossimo lavoro, ci sarà il mio stile, certo, e di sicuro il pulp e il noir saranno suggestioni fondamentali per il mio lavoro – e di cui vado fiero – ma amo cambiare perchè solo in questo modo sento di poter dare il massimo ai miei lettori e questa, per me, è la cosa più importante.

Il romanzo si chiude con una scelta ben precisa di Mila. Sarà una scelta irrevocabile come per Nikita? Cucciolo d’uomo è il capitolo conclusivo della saga? E’ un po’ come vedere andare in pensione James Bond, hai programma nuove avventure per questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai dreadlocks rossi?

Onestamente non lo penso: Mila ha sette vite come i gatti. Credo comunque che siano in definitiva i lettori a stabilire se un personaggio debba tornare o meno. Se “La ballata di Mila” non fosse stato un successo di pubblico oltre che di critica be’ non sarebbe tornata, poco ma sicuro. Volete altri romanzi di Mila? Svaligiate le librerie! Diffondete il verbo, fatele sentire il vostro affetto. Poi è chiaro, Mila comincia ad avere cammini editoriali anche in altri Paesi, c’è un’opzione per una serie TV su due romanzi e stiamo ragionando su un gioco di carte. C’è il fumetto che presto o tardi continuerà, insomma Mila non muore mai perché è semplicemente un personaggio TROPPO forte. Io ho già in mente la prossima storia per cui…

Chiude il libro l’appassionata prefazione di Victor Gischler all’edizione americana della Ballata di Mila, da esperto di pulp, che differenze e parallelismi trovo tra il pulp a stelle e strice e quello europeo?

In parte rispondo sotto ma in generale credo che nel pulp europeo ci sia una punta di amarezza e allucinazione che in quello americano manca: penso a Allan Guthrie o a Ray Banks e ancora a un autore pazzesco come Adrian McKinty che in “Dead I well maybe” tocca suggestioni pulp interessanti pur ambientando tutto a New York anche se nel giro della mafia irlandese e si sente! E lo stesso potrei dire per Stuart Neville. Se poi andiamo a scomodare Sua Maestà Tim Willocks e pensiamo a romanzi come “Il fine ultimo della creazione” oppure alla pietà per le vittime di un maestro assoluto come Derek Raymond che non rinuncia a punte di violenza ferina in “Il mio nome era Dora Suarez” be’ direi che è piuttosto chiaro quanto più amaro e tragico sia comunque il pulp europeo. Credo sia l’eredità di autori come Hoffman, Stevenson e Stoker che sono imprescindibili per un autore europeo che desideri occuparsi seriamente di pulp e crime fiction.

Gischler è stato senz’altro per te un maestro e una fonte di ispirazione, in cosa pensi il tuo stile differisca dal suo? E che effetto ti fa essere così apprezzato da un autore come lui?

L’effetto è pazzesco. Lui è uno Spirito Guida per me e sentire quello che ha scritto mi riempie di orgoglio e felicità, tanto più perché quando un grande autore americano scrive certe cose sul tuo stile pulp-noir, be’ è veramente il massimo. Certo, lui è una grande fonte d’ispirazione per il mio lavoro: dalle sequenze action a un certo tipo di dialogo, anche se poi io ho una serie di riferimenti europei che amo sperimentare e iniettare nelle mie storie e che inevitabilmente rendono la miscela diversa e – nel complesso – forse meno abrasiva e sarcastica ma più dark e cupa, specie pensando a “Regina nera” o magari a certe pagine di “Cucciolo d’uomo”… e poi io ho molti più personaggi femminili di lui eh eh.

Altri progetti per il futuro, oltre Mila?

Dunque citerei senz’altro “I cavalieri del nord”, il mio primo esperimento di fantasy storico in uscita a fine ottobre per Multiplayer Edizioni. Si tratta di una storia che racconta il viaggio – geografico e interiore – di un giovane Cavaliere Teutonico nell’Europa del 1240 fra Russia e Transilvania. Insieme a Wolf – questo il nome del personaggio – tanti co-protagonisti con due figure femminili che spaccano, almeno a mio modo di vedere, tanto che alla fine abbiamo deciso di intitolare il libro “I cavalieri del nord” perché il romanzo è diventato un affresco corale su un periodo storico poco frequentato dalla letteratura italiana. Naturalmente il Medio Evo onirico e violento di quel periodo lascia aperta la porta a notevoli commistioni fantasy di modo che ne esce un lavoro meticcio che secondo me ha una buona componente di originalità. Dopo di che, direi che Mila uscirà per Suhrkamp l’anno prossimo in Germania, Austria e Svizzera, ecco l’ho detto e francamente andare in catalogo in lingua tedesca con Don Winslow, Elmore Leonard e Joe R. Lansdale è una soddisfazione immensa, a dimostrazione di quanto poi questo personaggio abbia davvero sette vite. Adoro Mila per questo. Ho poi un progetto top secret in fase di definizione più un lavoro che dovrebbe coinvolgere anche Victor Gischler sui fumetti e che spero trovi presto il publisher giusto negli States. Dai, mi fermo qui.

https://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2015/06/26/un-intervista-con-matteo-strukul-2/