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Recensione: Hugo e Rose, di Bridget Foley

Testata: Diario di una dipendenza
Data: 21 settembre 2015

Mi aspettavo l'inaspettato. Immaginavo sin dall'inizio che Hugo e Rose mi avrebbe infatti sorpreso, mostrandosi – se non subito, comunque dopo un po' – non la banale storia d'amore che alcune sinossi riassumevano e che i lettori d'oltreoceano, vagamente amareggiati, spesso reclamavano. E rivelandosi, a conti fatti, speciale, coraggioso, originale: a modo suo. Il romanzo d'esordio di Bridget Foley, ai primi passi appena ma bravissima, sfiora corde semplici e ha un suono familiare, come se fosse un lento già ballato. O così si pensa. La storia che passa dalle parti di Domeniche da Tiffany e Se tu mi vedessi ora – la prima a opera di un Patterson che quel giorno si sentiva romantico, la seconda dell'amatissima Cecilia Ahern: entrambe con protagoniste femminili innamorate di amici immaginari che, si scoprirà a lungo andare, così immaginari non sono – non è quel che sembra. A conferma di un'impressione iniziale sorta per determinate aspettative legate a una determinata casa editrice: coloro che pubblicano, tra gli altri, il fenomeno Elena Ferrante e che mai sono soliti darsi a frivolezze, credevano in questa fiaba moderna e un giorno, per email, mi hanno chiesto e tu ci credi?. Poche pagine appena e sì, ci credevo di già. Hugo e Rose passeggiava su spiagge incantate e tra generi confinanti, il rosa e il fantastico; era diverso, ma volevo capire diverso in che senso. L'ho messo da parte per pochi giorni – per una causa, e un romanzo, di forza maggiore – e prima del momentaneo standby di cui mi dispiacevo infinitamente avevo postato una foto su Facebook, con il romanzo in anteprima in bella mostra e, accanto, quel che rimaneva di un bouquet disfatto e messo, come andava andava, in un vaso. Perché nei giorni direttamente precedenti i miei genitori avevano festeggiato le Nozze d'argento e mia mamma ci teneva ad avere una foto, un'altra, delle sue rose bianche; perché con un libro delicato – che sa renderti ispirato e emotivo senza eccessi – andava bene l'ombra di quei petali delicati che adesso, disfatto del tutto il mazzo, seccano tra queste pagine. Chissà se sono capitati nel punto in cui i due protagonisti stanno per incontrarsi, o chissà se diventano gialli, quasi di carta pesta, nel capitolo – più o meno a metà – in cui devono scegliere, combattuti, tra realtà e fuga. Chiariamoci, non che la trama menta. Abbiamo sì una Rose casalinga disperata dall'immaginazione iperattiva e sì un incontro surreale: il bambino che sogna da tutta la vita – diventato adulto insieme a lei – esiste anche a occhi aperti. Ma Rose, mamma a tempo pieno e moglie insoddisfatta, è fatta di carne (stando a lei, troppa) e non di nebulosi cliché. Il marito non la tradisce con la migliore amica: Josh – chirurgo impegnato, ma uomo di gran cuore – cerca ancora i suoi fianchi a letto e, ogni tanto, cucina per tutti i suoi famosi fagiolini con erbe aromatiche; se Rose è a un bivio, infelice, è perché i suoi bambini fanno più cacca e capricci che nei film per famiglie e i chili di troppo, causati da una vita sedentaria e dolci caldi, le hanno formato un morbido salvagente intorno al girovita di cui si vergogna profondamente. Come mai si è lasciata andare, e dov'è – nella vita reale – l'eroina snella e impavida dei suoi sogni? Da trent'anni si addormenta pensando al suo Hugo – compagno di mille avventure – e alla dettagliata geografia di un mondo fantastico: sabbia rosa, castelli irraggiungibili, acque limpide e belve che si uccidono con spade forgiate con fili d'erba.

Bridget Foley descrive il magico tran tran di una famiglia comune di cui avremmo potuto leggere, magari, in un romanzo borghese vecchio stile con straordinaria fantasia. Due coniugi intimi e fedeli l'un l'altro che non hanno troppo a cui pensare – scuola pubblica o privata per i bambini, quand'è che Penny smetterà di usare il vasino, sarà giusto acquistare la bici della discordia per il compleanno del primogenito – che, sin dalla prima notte insieme, hanno una persona a dividerli. Josh, il personaggio maschile più affabile incontrato quest'anno, vive un bizzarro ménage sentimentale: condivide il letto con sua moglie, che ama perdutamente anche con le smagliature e le pappe dei neonati tra i capelli, e i suoi sogni segreti. Si può essere davvero gelosi di un semplice frutto dell'inconscio? Finché Hugo non si presenta a cena su invito – anche lui studiato per essere contro i luoghi comuni, appesantito, sfiduciato e impiegato in un poco nobile fast food – e coi suoi vividi disegni e tutto un trascorso insieme non diventa importante per Rose. Prima di andare a dormire e al risveglio. Non dico oltre, croce sul cuore. Ma – cosa che ha destabilizzato i più, me neanche un po' – arriva il momento in cui da uno stile fiabesco, rassicurante, si passa a una scrittura cupa e angosciosa. In trecento pagine, Hugo e Rose sa essere tenerissimo e inquietantissimo senza bisogno di una parola di troppo. Quello, forse, l'unico nèo: un passaggio brusco da un estremo all'altro. I sogni sono fatti di materiale invisibile, fuggevole: sono imprevedibili, come la Foley. All'improvviso, diventano incubi e non si prendono la briga di avvertire. La vita di coppia si carica di complicazioni, mentre i sogni hanno strascichi percepibili anche quando si è vigili e attenti.

Nel mondo di Morfeo e nelle cucine di angeli del focolare spazientiti, ma non per questo madri cattive, si compie un salto stupefacente. Da Cecelia Ahern a Stephen King, passando su una voragine in cui pulsano le piccole faccende quotidiane, le grandi frustrazioni, i mostri del mare aperto. Si giungerà dall'altra parte sani e salvi – anche se qualche segno del folle volo resta, sottoforma di livido – ma niente sarà più lo stesso. Il fantasy tradizionale con belve da fumetto, la narrativa d'autore con donne medie allo specchio, il giallo di un misterioso principe azzurro (medio anche lui), in una narrazione semplice e complessa insieme dove il sogno è metafora, diretta conseguenza, meditata elaborazione. Chi è ospite nel sogno dell'altro, infatti? Chi l'architetto, chi il costruttore, tra lui e lei? Ancora prima dei fiori secchi, ancora prima di un finale visionario e giustissimo, quando comunque era già arrivato il tempo di consigliarlo, i protagonisti mi aveva fatto pensare a The Babadook, l'horror australiano – miracolo che sia stato distribuito anche da noi, e miracolo un po' anche quel film per me grande – in cui una mamma in lutto proteggeva il suo bambino pestifero dal mostro nell'armadio. Hugo e Rose è il Babadook innamorato. Lì c'era l'uomo nero, qui un eterno Peter Pan. Ma sono entrambi racconti che travalicano i generi d'appartenenza e prendendo due opposti, da un lato l'odio incarnato e dall'altro l'amore personificato, ci si accorge pian piano di come parlino in maniera nuova, personale, di vuoti, mancanze e però.
Però, solo successivamente, si potrà dire se vinceranno responsabilità o amour fou.
Però, in assenza di polvere fatata, si potrà provare a volare su una bici, inforcata dopo secoli di paure.

http://diariodiunadipendenza.blogspot.it/2015/09/recensione-hugo-e-rose-di-bridget-foley.html