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Isole minori

Autore: Daniele Petruccioli
Testata: Facebook
Data: 15 luglio 2016
URL: https://www.facebook.com/notes/daniele-petruccioli/isole-minori/10154213559230196/

Diciamo che l’inizio sembra fatto apposta per fregare gente come me, con la parola gozzo messa lì in prima frase e in seconda accezione, la topografia politica del porto nelle primissime pagine, l’infanzia e il blu che dominano tutto. Perciò la prima reazione è stata di diffidenza: eccoci qua, mi sono detto, sono arrivati i libri della mia generazione, che qualsiasi cazzata scrivano ti commuoveranno comunque, perché vuoi o non vuoi parlano di un periodo ormai abbastanza lontano da fare Sehnsucht al solo nominarlo. Io poi figurati, che avevo una mamma con gozzo blu a vela quadra, che il mio unico cane - portato via dalla leishmaniosi devastando la mia preadolescenza, tanto da non volerne più nessun altro e convertirmi ai gatti - si chiamava Giglio di nome e Castello di cognome, che uno dei miei primi ricordi è il concerto di Banana Republic in piazza a Grosseto sulle spalle di papà, troppo facile fregarmi stavolta. E all’inizio infatti sono andato avanti così, sospettoso e incantato, attraverso le infanzie incrociate mia e delle protagoniste del racconto di Lorenza Pieri. Epperò, sì, proprio incantato. In modo sommesso, trascinato tranquillamente avanti da frasi sicure e piane, pietre levigate, e da una storia che si dichiara subito collettiva e quindi anche tua. Sì, però: pure molto intima e tenera perché vissuta “con gli occhi di una bambina”. E qui il sospetto si acuisce. Ahhh, ci risiamo, un altro romanzo di formazione, il passaggio all’età adulta tra mare e morte delle ideologie, la scoperta della solitudine, la famiglia che - resti unita o si spezzi - sarà il muro su cui si infrangono i sogni dell’infanzia, e Freud e Marcuse e Rimbaud e Narciso e Boccadoro. No, dài, che palle. Stavolta non mi faccio fregare no. Ma intanto il libro non lo riuscivo mica a mollare. L’ho lasciato a un certo punto, per un paio di giorni, dovevo leggere due cosette al volo per lavoro. Però mi ci cascava sempre lo sguardo, posato lì sul mobile all’ingresso. Volevo continuare, non volevo ammetterlo ma ne sentivo il bisogno. Certo, pensavo schiavo delle mie diffidenze multiple, è per la storia, per il racconto, sicuramente costruito molto bene, chissà cosa succede dopo. Invece non era vero. Non era mica la storia, anche se è costruita davvero molto bene. Erano quelle frasi sicure, calme, pietre levigate, dritte al punto. Adulte, ecco. Ma come, non si trattava di una bambina? Non era un romanzo di formazione? Sì e no, perché poi, riprendendolo, e a questo punto facendomi trascinare via dal vortice, ho capito che se dal punto di vista strutturale questo romanzo non si può definire in nessun altro modo, dal punto di vista formale invece Teresa (la protagonista) parla già dalla fine dei suoi sogni, delle storie, dopo i lutti e le perdite che - questi sì - ci contraddistinguono inevitabilmente tutti quanti. Una formazione post mortem. E così mi sono ritrovato improvvisamente immerso, e improvvisamente del tutto senza difese, in una storia d’Italia degli ultimi quarant’anni che assomiglia troppo a una serie di equivoci, scelte sbagliate, amori monchi, quella roba che dopo la prima metà della vita ti toglie il respiro per la sua ineluttabilità così apparentemente indipendente da te, da noi. Un’ineluttabilità portata avanti con la sadica pulizia delle frasi di Pieri, con il loro ondeggiante nitore, la loro siccità disincantata da scoglio al sole. E quelle bambine, che poi si fanno donne e orbitano attorno alle isole minori disprezzandole senza saperne fare a meno, come facciamo tutti noi con le nostre personalissime periferie, si rivelano uno specchio crudele del nostro modo di farci belli allontanandoci dalla nostra storia, da tutto quello che ha contribuito a renderci quello che siamo, in cerca di eroismi, avanzamenti, carriere, formazioni appunto - che da genere si trasforma in crudele, irridente sarcasmo. Senza capire (ma Lorenza Pieri lo sa troppo bene, ed è il suo stile a ricoprire di questa patina tutto il romanzo, fino alla chiusa in cui questa comprensione non serve più, almeno non a livello generazionale) che non ci si dà nessuna forma, nessuna costruzione, se non si sa guardare meglio indietro, in dentro. E mi sono rivisto in quella donna ormai adulta che capisce di non saper capire, mi sono riconosciuto in tutte le sue sconfitte, nei suoi modi monchi di ricominciare fino a tornare a se stessa, nell’inopinata nonchalance con cui sa rinunciare a quanto ha sempre sentito estraneo con un’alzata di spalle, che ti commuove perché è un gesto identico al tuo. E le lacrime che mi hanno velato lo sguardo non avevano niente a che fare con il cane di nome Giglio, il gozzo di mamma, le canzoni di papà. Era l’identità del gesto interiore tra me e il personaggio a commuovermi. Una prerogativa che sono abituato a riconoscere soltanto ai veri artisti.