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Angelo che sei il mio custode| Giorgia Lepore

Autore: Emanuela Chiriacò
Testata: Zest Letteratura Sostenibile
Data: 3 novembre 2016
URL: http://www.zestletteraturasostenibile.com/angelo-giorgia-lepore/

Puglia del Nord. Area di Foggia. Monte Sant’Angelo. Attorno al Santuario dedicato a San Michele Arcangelo si concentra la nuova indagine dell’ispettore Gerri Esposito. San Michele che deriva dall’espressione Mi-ka-El significa “chi è come Dio?”. Una domanda che trova forse risposta nell’oggetto dell’indagine. Si investiga sul ritrovamento di un piccolo scheletro. Un bambino.

Parliamo di bambini. Il mondo della purezza sciupata.

Molti simboli e un pool di investigatori e magistrati a confrontarsi e collaborare per risolvere attraverso l’ultimo ritrovamento, una catena di scomparse di minori che potrebbero essere collegate.

Giorgia Lepore, autrice di questo bel libro, è seduta attorno alla stessa scrivania dell’ispettore Gerri Esposito, del funzionario Giovanna Aquarica della sezione minori di Roma, giunta apposta per il caso nonché ex fidanzata di Alfredo Marinetti, vice questore aggiunto, che coordina le indagini. Li fa muovere e agire in un gioco di incastri che li restituisce esseri umani con punti di forza e debolezza. Animati però da una passione intrisa di senso di rigore e giustizia.

Gerri Esposito è un giovane uomo irrisolto, circondato da donne che non sa amare, tormentato dal suo passato che torna e si allontana come lui fa con le donne. E non bussa, irrompe sempre quel passato in tutto ciò che vive. Soprattutto nel coinvolgimento da cui lascia prendere nelle storie su cui indaga. Sono le storie infatti a prendere il sopravvento sulla sua vita personale. E alla fine di ogni indagine, è lui, ma è un altro. Necessita di un tempo di decompressione che lo riporti ad una parvenza di normalità.

Ha già una sua complessità di fondo Gerri Esposito. È un plurisopravvissuto. Da bambino e da adulto. È vivo per miracolo, si accompagna a forti mal di testa causati da un proiettile che gli ha attraversato la testa da parte a parte. È rientrato da una lunga convalescenza e il caso che ha per le mani equivale ad una forte raffica di vento che ha spalancato la porta di quel famoso passato. Ogni bambino su cui indaga è parte di lui, del suo vissuto. E questo non gli permette di esimersi dall’immedesimazione e dal coinvolgimento totale. È lì con il suo modo di fare e investigare, di costruire schemi che non contemplano rapporti scritti e che mandano su tutte le furie Marinetti. Tuttavia, Marinetti lo apprezza per il suo fiuto, la sua empatia e bravura ma lo detesta per la sua cocciutaggine e il suo prendere iniziative senza alcun permesso. È un’artista delle indagini Esposito, che non ammette rispetto di regole e procedure. Che si stufa delle lunghe riunioni fiume, fonte spesso di inesauribili sciocchezze e insofferenze. Partecipa con il suo approccio scostante e annoiato e, a mente, dissente da affermazioni che al suo palato hanno il gusto dell’assurdo. Riserva quelle osservazioni ai bilaterali con Marinetti.

«Il DNA? Prendere il DNA a tutti i genitori dei bambini possibili? Ma come “per ora” solo quattro! E chi ci va da questi poveracci a dire scusate forse abbiamo trovato vostro figlio mezzo mangiato dai lupi, però ci dovete dare il DNA, non siamo poi così sicuri, vi faremo sapere? Ma siamo impazziti? E se il DNA non coincide, che facciamo? Lo prendiamo a tutti i parenti dei bambini scomparsi della lista dell’Interpol?». Così aveva reagito quando Marinetti gli aveva prospettato le intenzioni della stronza. «Uè, giovane, vedi se ti dai una calmata». Era il modo del dirigente della terza sezione di azzerare ogni possibile discussione, protesta, trattativa.

Esposito cede infatti alla richiesta del DNA e la vista di quei genitori lo turba. Osserva quelle trasparenze aggirarsi nel commissariato e ne percepisce il dolore. Nuovi indizi tuttavia aprono nuove possibilità di indagine. Indizi del piccolo scheletro, incisioni che aprono a svariate congetture e consultazioni, tra cui una mammana con poteri divinatori.

“La donna era vestita di nero, magra, alta, età indefinibile. A guardarla da una certa distanza sarebbe potuta sembrare anche giovane; poi, da vicino, il viso, sotto quella veletta nera e anacronistica che si ostinava a portare, dava l’impressione di una vecchia, un po’ per le rughe, un po’ per i denti che le mancavano, ma soprattutto per la pelle smorta, senza colore. La gente del posto diceva che lei ne sapeva più di tutti di riti, malocchi […]Si guardarono negli occhi, Gerri avrebbe voluto strapparle dal viso quella ridicola veletta per vederla meglio, per vedere se barava o era reale; ma lei continuava a tenergli poggiata la mano sulla faccia, e quella mano bruciava. […] Vide che la donna gli sorrideva, con quel sorriso strano, sgangherato, gli venne d’istinto di piegare leggermente il capo, dalla parte della sua mano. «No t preoccupà, bell… ca no succid nint… la grott, va alla grott e lu signor cu t’accumbagn».[…] Andate alla grotta, aveva detto la mammana. E nel rapporto c’era scritto che lo scheletro era stato trovato a trenta-quaranta metri da una “cavità naturale”.

Dalla spelonca riparte la corsa verso la verità. Si aprono nuovi scenari ed è lì che Esposito conosce un ingegnere con la passione per l’archeologia, estremo conoscitore di San Michele e della sua storia. Grazie a quest’uomo, l’ing. Anselmi, l’indagine della nuova scomparsa si potrà approfondire. Si giungerà nei meandri più nascosti della chiesa di San Michele Arcangelo proprio nel giorno della sua celebrazione. Gerri Esposito sarà ingoiato dalle viscere della terra insieme a Niccolò, l’ultimo bambino scomparso. Ne verranno fuori vivi? L’arcangelo Michele, ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana, comandante delle milizie celesti; dapprima accanto a Lucifero con cui forma la coppia angelica, dal quale si separa, come dagli angeli che con lui operano la medesima scissione da Dio. L’arcangelo Michele che a Dio rimarrà fedele, mentre Satana e le sue schiere precipitano negli Inferi, lo guiderà verso la risalita e la salvezza sua e del bambino?

Per scoprirlo, bisognerà leggere Angelo che sei il mio custode. Un libro che si legge d’un fiato. Un racconto diviso per mesi, strutturato come la sua autrice. Colta e speciale. Ben organizzato tanto da apparire semplice alla lettura perché è Giorgia Lepore a fare un gran lavoro di ricerca storica, archeologica e umana che riporta fatti, luoghi e personaggi a imprimere sulla carta una narrazione scorrevole. Lei si fa carico della complessità e di restituirla paragrafata come un dialogo anche nella grafica. Un incentivo alla lettura.

Un linguaggio fluido, capace di attraversare l’interiorità dei personaggi. Una penna che si fa lama. Sì, la lama della spada di San Michele che fende, protegge o colpisce le membrane porose e dense di cui sono fatti i personaggi. Ne tocca le corde più umane e piccole e le fa vibrare di quel vibrato della vita piccola, quotidiana e contingente. Ne stuzzica le debolezze, ne esalta le qualità e ne restituisce il respiro. Pullula di vita la carta di Angelo che sei il mio custode. Lepore ha il suo narrare illuminato dal fuoco lento della scrittura; sempre attenta all’equilibrio degli ingredienti, al loro mescolamento per farne una pietanza letteraria fusion. Più generi e più sapori. Più possibilità di gusti da incontrare.