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La ragazza libera e ferita che sfidò la Francia ipocrita

Autore: Ranieri Polese
Testata: Corriere.it
Data: 19 dicembre 2016
URL: http://www.corriere.it/cultura/16_dicembre_18/pauline-dubuisson-francia-libro-jean-luc-seigle-vi-scrivo-al-buio-06ef8bd0-c537-11e6-9663-75008b7bdc06.shtml

Nuda sotto il lenzuolo, Dominique-Brigitte Bardot seduce Gilbert-Sami Frey, studente di conservatorio e fidanzato della sorella Annie. È la scena-simbolo del film La verità di Henri-Georges Clouzot (1960). Si ispirava molto genericamente, il film, a un fatto di cronaca degli anni Cinquanta, il processo contro Pauline Dubuisson, condannata all’ergastolo — ma l’accusa aveva chiesto la pena di morte, caso unico per un delitto passionale — per aver ucciso l’ex fidanzato Félix Bailly.

Sfrontata, sensuale, priva di scrupoli e di morale, la Dominique di Brigitte Bardot è il prototipo della cattiva ragazza contro cui la società dei benpensanti si accanisce. Se le scene del processo sono abbastanza fedeli (due attori grandiosi, Charles Vanel e Paul Meurisse, si dividono i ruoli della difesa e dell’accusa), per il resto il film tralascia molti importanti avvenimenti della vita della vera Pauline, si inventa una sorella violinista e il suicidio di BB dopo la condanna, e rende tutta la vicenda abbastanza superficiale. A rimediare a questo cattivo uso di una storia vera, e anche per accusare quanti allora e ancora molti anni dopo hanno giudicato la ragazza solo una sfacciata puttanella meritevole del castigo, lo scrittore Jean-Luc Seigle ha scritto un romanzo, Vi scrivo dal buio (traduzione di Alberto Bracci Testasecca, e/o) che ricostruisce il cammino di Pauline, un percorso disseminato di violenze e soprusi che la condurranno al delitto, al carcere, al suicidio nel 1963. Seigle, comunque, non è stato il solo a riaprire il «caso Pauline Dubuisson», mentre il suo romanzo usciva nel 2015 in Francia da Flammarion, Philippe Jaenada pubblicava una biografia da Julliard (La petite femelle) che denunciava le molte incongruenze del processo.

Scritto in prima persona (Seigle finge di ricostruire il quaderno in cui Pauline raccontava la sua vita), Vi scrivo dal buio diventa la storia esemplare di una donna in una società di maschi che in diverse maniere segnano, violentano, distruggono la sua esistenza. Nasce, Pauline, in una famiglia borghese di Dunkerque, con tre fratelli maschi e un padre, uno dei pochi superstiti di Verdun e ora colonnello a riposo. Un padre che lei adora, e che fin da piccola la porta a caccia educandola come un ragazzo. Quando, nel 1939, scoppia la guerra i due fratelli maggiori vengono richiamati e tutt’e due muoiono nei primissimi giorni. Un trauma per tutta la famiglia, a cui Pauline reagisce diventando, precocissima, la ragazza che fa sesso con tutti i maschi del vicinato, quella che si dà via per niente. Senza provare piacere, solo per il gusto della sfida. E così, subito, si guadagna la fama di svergognata. Come rimedio a questa vita disordinata, il padre la raccomanda come infermiera — il sogno di Pauline è quello di studiare medicina — al medico militare tedesco. Lei ne diventa l’amante e in cambio porta a casa carne, farina, zucchero e burro. Ma arriva il giorno della capitolazione tedesca (maggio 1945) e un gruppo di partigiani cattura Pauline, le taglia i capelli e le disegna svastiche sul corpo: la gente la insulta e le sputa addosso, tutti la vogliono morta. In attesa del processo sommario, una decina di maschi la violenta. Solo l’arrivo del padre in uniforme riesce a salvarla, e lei insieme a lui lascia la città. Dopo un anno di ritiro col padre, durante il quale studia manuali di anatomia, Pauline va a Lille e si iscrive a medicina. Qui conosce Félix, si mettono insieme e al ragazzo inesperto lei insegna le cose dell’amore. Poi, un giorno, decide di raccontagli la sua vita ma Félix, inorridito, la scaccia: la sua famiglia non potrebbe mai tollerare una donnaccia come lei. Incapace di dimenticarlo, lei lo raggiunge a Parigi, ha una pistola con sé, vorrebbe suicidarsi davanti a lui; finiscono a letto e fanno ancora una volta l’amore. La mattina però lui le dice che tutto è finito, ha un’altra fidanzata e di una che è stata l’amante dei tedeschi non ne vuole più sapere. A questo punto lei spara e lo uccide. Tenta il suicidio con il gas ma viene salvata e portata in prigione. Quando il padre apprende la notizia, si uccide.

Seigle nota come durante il processo (1953) tutta questa parte della vita di Pauline Dubuisson non venne mai ricordata e nemmeno il suicidio del padre. Si ascoltano solo testimoni che ricordano la vita dissoluta della ragazza. Incombe, in quell’aula di tribunale, il tacito patto di non riaprire un passato scomodo, di non tener conto del periodo dell’occupazione, dei collaborazionisti, dell’immensa zona grigia. Anche il film di Clouzot, del resto, censura il passato di Pauline: il regista, che durante l’occupazione, aveva realizzato film prodotti dalla Continental tedesca e che dopo la guerra era stato epurato, non voleva certo riaccendere nuove polemiche. D’altra parte, ciò che preme a Seigle è mostrare come la ragazza agli occhi della gente perbene sia colpevole in quanto e solo perché sessualmente libera, senza rispetto per le regole ipocrite della morale corrente. Fa effetto, commenta la scrittore, che mentre tutti i giornali che seguivano il processo la trattassero come «l’infame», nessuno, nemmeno Simone de Beauvoir peraltro così attenta alla condizione del Secondo sesso, trovasse giusto difenderla.

Alla fine degli anni Cinquanta Pauline viene liberata per buona condotta. Ma nel ‘60 esce il film di Clouzot e lei, che non vuole correre il rischio di vedersi di nuovo aggredita dalla stampa, cambia nome — si chiamerà Andrée, evidente omaggio al padre André — e fugge in Marocco, a Essaouira. La vita sembra finalmente cominciare per davvero, lavora in un ospedale, riceve spesso le visite della mamma, incontra un ingegnere francese che le chiede di sposarlo. Ed ecco di nuovo il dilemma: dire a lui la verità o tacere? Per questo scrive il suo diario, con l’idea di consegnarglielo. Poi un giorno...

Seppure scritto da un uomo, questo racconto in prima persona ha l’intonazione e l’intensità di una voce femminile, quella di una donna umiliata e offesa, preda e vittima di un mondo di maschi che non tollerano la sua libertà, che non le perdonano di essere una femmina che non obbedisce e non si adegua. Primo colpevole, il padre, che pure lei adora: è lui che la vende ai tedeschi per procurare il sostentamento alla famiglia. Poi ci sono i violentatori che la stuprano in nome della libertà riconquistata. Infine il fidanzato piccoloborghese che ha paura di quella ragazza emancipata. Vi scrivo dal buio, con le sue belle pagine di dolente, aspro monologo, è un atto di riparazione per la vita spezzata di Pauline Dubuisson.