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La Frantumaglia – Breve Recensione.

Testata: Federica Piacentini - Tumblr
Data: 4 gennaio 2017
URL: http://federicapiacentini.tumblr.com/post/152426171990/la-frantumaglia-breve-recensione

Roma, 1612. Il pittore francese Valentin de Boulogne si trasferisce nella Capitale. La pittura di Caravaggio, morto il 18 luglio del 1610, lo entusiasma e anima; lo sconquassa a tal punto da volerne imitare lo stile, l’audacia, la narrazione, rimanendone tuttavia impelagato. Fatica a staccarsene, a trovare la sua identità, a scrollarsi di dosso quel Merisi, di cui pure si inebria, ma che ha fagocitato la sua voce. Apprezzato dai contemporanei, è considerato il più brillante tra i caravaggeschi. Vive una vita assai breve – la morte lo coglie a 41 anni – e i suoi dipinti ne sono la testimonianza. Quel che resta di un uomo, “il quale andaua imitando lo stile di Michelagnolo da Caravaggio, dal naturale ritrahendo”, è la confessione artistica, l’esposizione di incubi e visioni: un sepolcreto in cui risiede l’anima. Come fosse frantumaglia.

Ho letto avidamente La Frantumaglia, di Elena Ferrante. Ne sono un’estimatrice, e per due ragioni: una identitaria, l’altra libertaria, temi fedeli al disintegrarsi dei nostri tempi. Questo lungo testo, suddiviso in tre sezioni – Carte 1991-203, Tessere 2003-2007, Lettere 2011-2016 – in cui la casa editrice Edizioni e/o ha raccolto le numerose interviste rilasciate dalla scrittrice, è frantumaglia: cocci rotti e sparsi, vetri smussati, fogli da conservare, fili da sbrogliare e tessere. È altresì un sincero invito a comprendere la scrittrice e intellettuale Elena Ferrante, ma non nel volto: nel ragionamento. Chi sia davvero è irrilevante: più che la faccia, la scrittrice ci ha messo la testa, e questo forse ha ben più valore. Dietro la timidezza e l’inesperienza delle prime pagine, la mai celata passione per Elsa Morante – e come darle torto – le eroine Delia e Olga, protagoniste de L’amore molesto e I giorni dell’abbandono, ispezionate dall’autrice stessa in ogni parola, gesto o battuta durante lo studio delle sceneggiature, emergono i temi cari alla Ferrante e una visione della Letteratura che torni a discutere della pagina e non dell’autore, che argini quel dilagante piacere voyeuristico di voler leggere l’individuo anziché l’opera. Dove si nasconde l’identità, è il dilemma di queste ore, se nell’opera o nella persona, se nel nome di battesimo, in uno sguardo o in una stretta di mano. La nostra identità – quella individuata da pseudonimi e generalità– è di per sé sminuzzata e rivenduta come merce da due lire: non esiste più alcun sé che non sia stato dato in pasto ai social media. È dunque da ritenere reale questa identità figlia della ripetizione e del caos, della produzione e della superficie? Non è forse da preferire un’autentica identità letteraria in cui lo scrittore si mostra libero e il lettore si apre al dialogo? Citare Foucault o Calvino è un modo assai colto e garbato per dire che la Ferrante ha esagerato: non soltanto ha usato un nom de plume, non mostra neppure il viso, rispondendo con un secco “no” ai capricci di molti. Se il problema non è lo pseudonimo, di cui si fa largo uso in Letteratura – ripetono in molti – c’è da chiedersi per quale ragione Elena Ferrante non vuole mostrarsi, non vuole cedersi del tutto avendo donato quel che serve di sé, la sua parte più intima: la scrittura. «Scrivere – cito l’autrice – è un atto di superbia. L’ho sempre saputo e perciò ho nascosto a lungo che scrivevo.» Credo sia vero: bisogna essere assai superbi per pensare che qualcuno trovi interessante ciò che scriviamo. Viceversa diviene un gesto di generosità se nella scrittura troviamo un mezzo fino agli altri, un passaggio, un tassì. Un modo per osservare e stare in piedi o seduti tra le cose del mondo. «Mi sono assegnata, per motivi oscuri anche a me, il compito di raccontare ciò che so del mio tempo, vale a dire, ridotto all’osso, ciò che mi è capitato sotto il naso, vale a dire la vita, i sogni, le fantasie, i linguaggi di un ristretto gruppo di persone e fatti dentro uno spazio ridotto, dentro una lingua di poco rilievo, resa ancor più di poco rilievo dall’uso che ne faccio.» La Ferrante è chiara: la Letteratura è finzione, anche un nome può esserlo, la pagina no. Non può mentire, non può fingere se vuol parlare al e con il lettore: non muove alcun passo se non è autentica. Se fuori dai suoi libri la Ferrante è ignota, dentro è cristallina: è vetro smussato, fogli da conservare, è quel Merisi che diventa una seconda pelle. E c’è chi in Letteratura, Valentin de Boulogne insegna, resta un caravaggesco: di pennello finissimo, ma senz’anima. Questo manifesto, che è la Frantumaglia, fa emergere il talento della Ferrante di raccontare e di raccontarsi, di sentire il mondo e di esserci, tanto palese da colpire anche i non-lettori, i detrattori, i negazionisti di un fenomeno assai affascinante di cui la stessa scrittrice è parte: perché frantumarlo? Perché spezzettare un volto che nessun lettore ha chiesto? Non è forse questa una questione di libertà? Non è forse sciocco cercare una “vera identità”, due parole che insieme non stanno, poiché l’identità non è una e non è relegata al confine del proprio nome? Ti nominano e fai parte delle cose nominate, ma quando scrivi, esisti.

Qui negli Stati Uniti il dibattito sulla Ferrante si ferma ai testi e alla sua capacità di creare personaggi e storie di ampio respiro, riportando gli odori e i suoni di quella Napoli che a me non è mai parsa da cartolina – «certi ambienti poveri erano affollati, sì, e chiassosi.» Un luogo che lei rivendica, una nascita che è stata insieme un battesimo alla vita. Un luogo che è frantumaglia, pseudonimo, identità. Seguendo pedissequamente le interviste rilasciate dalla scrittrice il miracolo si compie: la scrittrice si abita, arreda il corpo e il nome, pur difendendo il giardino privato della propria esistenza. È un diritto, una libertà, cui a volte non siamo disposti a rinunciare. Ci introduce alle sue idee riguardo la famiglia e la violenza – «la famiglia è di per sé violenta, lo è tutto ciò che si fonda sul legame di sangue» – Napoli, gli “scugnizzi”, gli ultimi – «il fatto nuovo è che i poveri non hanno più altro orizzonte di vita che il sistema capitalistico e altro orizzonte di redenzione che quello religioso» – i diritti umani, la democrazia, il femminismo, il femminile e la maternità; discute sul senso della speranza al giorno d’oggi, sulla fede in nessun Dio e in un qualche destino che pure si compie. Non è più affascinante questo pensiero, quest’officina da cui sorgono come tanti Pinocchio storie e realtà, di molte altre vite raccontate nel dettaglio? «Se la meta deve essere una vita non dico felice ma agevole per tutti, non c’è capolinea, ma un continuo ripensare il percorso che non riguarda solo le singole vite, ma le generazioni. Io e lei – dunque – non siamo solo questo “tempo-adesso” e nemmeno “gli ultimi decenni”.» Elena Ferrante torna anche sul tema del tempo, a me caro. Il tempo che non è “adesso”, non è “gli ultimi decenni”, né riguarda singole vite, ma una inafferrabile onda sulla battigia dell’esistenza che travolge intere generazioni per condurre a un cambiamento. Il pensiero sopravvive al tempo ove esso influisca sulla società; la scrittura sopravvive alla morte fisica o intellettuale. «L’unica possibilità – insegna la Ferrante – è imparare a ridimensionare il proprio io», in decenni in cui io equivale a ego e non a un’assunzione di se stessi durante il proprio tempo. «Rovesciarlo nell’opera», continua la Ferrante, ed è qui che esiste l’io ed esiste davvero, con anima e spirito riflessi nel linguaggio, «e tirarsene via», avvisa la Ferrante, con il coraggio richiesto agli eroi e alle madri nel doversi separare dall’opera come da un figlio, permettendo a questi di rendersi utile al mondo. «Siamo frammenti eterogenei che grazie a effetti di compattezza stanno insieme malgrado la loro casualità e contraddittorietà. La colla più a buon mercato è lo stereotipo.» Mostrare la propria immagine, privandosi dell’anima, è uno stereotipo. Siamo frammenti, siamo frantumaglia, siamo forme smarginate, descrive la Ferrante, in cui si annullano i concetti di separazione e unione e si palesa a mio avviso l’indefinito leopardiano: «Lo smarginarsi delle forme è un affacciarsi sul tremendo, come nelle Metamorfosi di Ovidio, come in quella di Kafka.» E in questo diluirsi di linee, confini, nomi, mi resta impressa quest’ultima frase: «A me sembra inevitabile vivere sul bordo del caos, è ciò che tocca a chi sente, e chi scrive non può non sentirlo – il verbo ‘sentire’ ha qui, a mio avviso, il senso profondo del vivere e del ricordare nell’invisibilità dell’anima – l’equilibrio precario di tutte le esistenze e di tutto l’esistente.» Questi che considero versi, poiché gravidi di grazia e di una verità semplice e devastante, sono per me un binocolo verso l’alto senso dell’uno e della vita.

Dunque, “sii meno curioso della gente e più curioso delle idee”, suggeriva Marie Curie. Il The Guardian e il New Yorker lo ribadiscono: non abbiamo alcun interesse a conoscere l’identità della Ferrante. L’anonimato è parte di questo contratto con il lettore, di questo rapporto che nell’autrice de L’amica geniale è paritario. Ci si incontra, scrive la giornalista Alexandra Schwartz, sul terreno neutrale dell’immaginazione, aperto a tutti. Non solo: è lei, la Ferrante, a dettare le regole del gioco, a decidere se mostrarsi oppure no, ed è anche questa una libertà, un diritto, una identità. Non entro nel merito della signora Raja: se anche fosse lei, le sarei ugualmente grata per le sue opere e per quanto ho imparato leggendole. La Letteratura si è frantumata in una lunga sequela di numeri e quei numeri sono lettori. E per certi scrittori i lettori contano più di se stessi, per altri il Sé sovrasta l’opera e la sua utilità, estetica, sociale, umanitaria. Ho molti libri nella mia libreria, sulla destra: degli autori mi importa poco, delle pagine e del loro contenuto moltissimo. In questi giorni, ragionando di identità e libertà, ne ho tenuto uno accanto a me: Confesso che ho vissuto, la biografia edita da Einaudi del poeta cileno Pablo Neruda, pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto. Ma noi amiamo le poesie di Pablo Neruda, restano sue, e il titolo delle sue memorie – Confesso che ho vissuto – racconta di quanto la Letteratura deve saper di vita e quanto la vita, con le sue maschere, non è che Letteratura, gioco di ruoli e identità. Quale poi si conceda agli altri e quale si tenga nascosta è soltanto una questione di libertà.