Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Quando la passione rende sottomessi

Autore: Alessandra Battistel
Testata: Libero
Data: 12 gennaio 2017

Chi le pene d’amore le ha già patite trarrà conforto dalla lettura di questo libro. Chi ancora non le ha sperimentate verrà allertato dal diario di quello che, se ricambiato, sarebbe potuto diventare il più Tristano-Isotta, il più Giulietta-Romeo, il più Paolo-Francesca degli amori. Nessuno potrà sfuggire a una prosa che trafigge.

Un romanzo sull’amore, riporta il sottotitolo di Sottomissione volontaria (e/o, pp. 176, euro 15), pluripremiata opera della columnist svedese Lena Andersson. Meglio: sulla fase prodromica e a volte non bilaterale dell’amore ovvero sull’innamoramento. Quello i cui meccanismi biochimici, anticipati fin dal VI secolo a.C. («Squassa Eros l’animo mio», proclamava Saffo), sono stati enucleati dalle neuroscienze solo una ventina d’anni fa. Oggi della tempesta sinaptica che travolge corpo e mente, toglie sonno e appetito e ti fa sentire invincibile si sa ormai tutto. Colpa dei neurotrasmettitori e delle loro interazioni con il sistema ormonale che arrivano a cambiare il metabolismo.

Se l’insieme dei sintomi diagnosticabili come innamoramento può evolvere da affezione lieve a sindrome grave, quello di Ester Nilsson (la protagonista del romanzo) rientra a pieno titolo in quest’ultima tipologia. «La passione infuriava dentro di lei. I suoi motori a combustione giravano al massimo. Viveva d’aria. Non mangiava e non sentiva necessità di nutrirsi. Non beveva e non avvertiva alcuna sete. A ogni giorno che passava i pantaloni le stavano più larghi. La sua carne bruciava e non riusciva a dormire... Ricordava confusamente che fino a poco tempo prima... era interessata al mondo circostante, aveva cercato di imparare cose ed era stata felice di esistere. Adesso cercava solo di capire se lui la desiderasse oppure no».

Seguono le dispercezioni olfattive («Non sentiva gli odori e non vedeva la città»), l’idealizzazione dell’innamorato quale incarnazione di perfezione umana, la disperazione da mancanza di contatto e la totale transustanziazione nell’altro: «tutto ciò che non era contatto non aveva senso, il che comportò che la maggior parte delle cose erano senza senso poiché il contatto era sia scarso sia sporadico».

Una perfetta descrizione, dunque, del tormento da innamoramento infelice gli stessi sintomi che sono stati descritti da Saffo e Shakespeare, Catullo e Breton. Diario clinico che però, per quella strana ricorrente divergenza dei fini che incrocia il destino di molte opere d’eccellenza, non nasce come tale: in prima pagina l’autrice dichiara esplicitamente che «lo iato spaventoso fra pensiero e parola, volontà ed espressione, realtà e irrealtà, insieme con quanto cresce in questi spazi vuoti, è ciò di cui tratta questo racconto». Misteriose sono le vie attraverso cui l’arte perviene agli umani.