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Turchia, il riflesso del peccato

Autore: Alessandro Zaccuri
Testata: Avvenire - Agorà
Data: 27 gennaio 2017

Non ci si preoccuperebbe di impedire un'azione, se la si ritenesse inefficace. E non ci si sforzerebbe di tacitare una parola, se in quella parola non si annidasse almeno una parte di fastidiosa verità. La storia lo insegna e la cronaca lo conferma: ogni persecuzione, specie in campo artistico, implica un riconoscimento di valore e può addirittura sconfinare in un riluttante esercizio di ammirazione. Dall'esilio di Ovidio sulle rive del Mar Nero fino alla reclusione di Solzenicyn e Salamov nei gulag sovietici, i registri delle carceri si confondono con gli schedari delle biblioteche, restituendoci un elenco di classici o, perlomeno, un criterio utile a comprendere che cosa significa, e quanto conta, la letteratura in un determinato tempo e in una certa nazione.

La Turchia di oggi, in questo senso, è un paese nel quale gli scrittori sono presi sul serio. Fin troppo sul serio, anzi, tanto da finire in prigione con capi d'accusa che si risolvono in paradossale ammirazione del potere ancora esercitato dalle parole. In alcuni casi, per esempio, si è arrivati a sostenere che nei testi degli imputati fossero presenti messaggi subliminali a favore del fallito golpe militare del luglio scorso. Della politica repressiva adottata da lì in poi sono rimaste vittime, com'è noto, numerosi intellettuali, circa 150 dei quali attualmente detenuti nelle carceri turche. È stata invece liberata a fine dicembre Asli Erdogan, la scrittrice nota anche in Italia per un tenace best seller dell'editoria indipendente (Il mandarino meraviglioso, pubblicato da Keller nella versione di Giulia Ansaldo): redattrice del quotidiano "Ozgur Gundem", era ormai considerata il simbolo della persecuzione in atto, anche grazie all'appello che dalla sua cella era arrivato in ottobre alla Buchmesse di Francoforte, suscitando una vasta eco internazionale.

È la stessa Erdogan, nelle interviste rilasciate dopo la scarcerazione, a ripetere spesso il nome di Ahmet Altan, narratore e giornalista molto popolare in Turchia, ancora detenuto per via dei famigerati segnali cifrati che avrebbe inserito in articoli e libri. Il più recente dei suoi romanzi, Scrittore e assassino, arriva ora nelle nostre librerie per iniziativa di e/o (traduzione di Barbara La Rosa Salim) e, benché si tratti di un titolo del 2013, viene pressoché spontaneo provare a leggerlo come se i messaggi subliminali ci fossero davvero, come se la cittadina di provincia in cui la vicenda si svolge fosse una riproduzione in miniatura del labirinto turco.

A suggerire un procedimento del genere è del resto lo stesso Altan, che già in passato era entrato in contrasto con le autorità turche, poco inclini ad apprezzare i suoi commenti in materia in materia di politica interna e le sue dichiarazioni a favore delle vittime del genocidio armeno. Nato nel 1950 e figlio primogenito del celebre scrittore Cetin Altan, nel libro ora proposto ai lettori italiani Ahmet Altan presenta il ritratto di un Paese nel contempo secolarizzato e arcaico, tanto propenso ad assimilare stili di vita (e vizi) occidentali quanto incrollabile nel rispetto di un sanguinario codice d'onore. Ci si inabissa negli anfratti più oscuri del web e intanto ci si impone negli affari sterminando i concorrenti, senza che una pratica escluda l'altra. Si rafforzano a vicenda, piuttosto, in un patto scellerato del quale è destinato a fare le spese il protagonista del romanzo. Che è uno scrittore, appunto, ed è anche assassino, come Altan ci lascia intendere e come il titolo italiano annuncia in modo forse troppo precipitoso (l'originale Son Oyun indicherebbe semmai la "fine del gioco").

Legato all'enigmatica Zuhal da una passione non soltanto carnale, questo narratore senza nome si ritrova spesso a dialogare con Dio, istituendo un continuo parallelismo fra il proprio lavoro di romanziere e la trama ordita dal Creatore. Non si tratta di una preghiera ma di una caparbia contestazione, che mette in dubbio e insieme invoca la ragionevolezza dell'esistenza. Nel villaggio in cui Scrittore e assassino è ambientato si osservano i precetti di un islam poco più che formale, mentre gli occhi di tutti sono puntati sul rudere di una chiesetta cristiana nella quale sarebbe nascosto un tesoro. Allo stesso modo il protagonista alterna sporadiche citazioni dal Corano ad altre ispirate ai Vangeli, anche apocrifi. Nella fattispecie, proviene dal controverso Vangelo di Barnaba la variante nella quale è riportato l'episodio dell'adultera: anziché chinarsi a scrivere sulla polvere, Gesù suscita dal terreno uno specchio nel quale gli accusatori della donna sono costretti a contemplare i propri peccati. Questo è quello che fa uno scrittore, lascia intendere Altan, alludendo in modo obliquo alla celebre definizione stendhaliana per cui il romanzo è uno specchio trasportato lungo la strada. Un racconto nel quale ciascuno può riconoscersi, sempre che se ne abbia il coraggio. L'immagine non sarà sempre lusinghiera, ma mettere sotto chiave lo specchio non contribuisce di sicuro a rendere più accettabile la realtà che vi si riflette.