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Il destino degli ebrei già scritto nella Praga del '600

Autore: Felice Modica
Testata: Libero Quotidiano
Data: 5 febbraio 2017

Si dice che, al pari di Kafka, avesse un cattivo carattere e che ciò non abbia favorito i suoi rapporti con la critica mentre era in vita. Da morto, invece, tutti gli hanno tributato onori, a cominciare da Borges, Fleming e Adorno. Leo Perutz (1882-1957), popolarissimo presso un vasto pubblico negli anni Venti e Trenta, quando pubblica i suoi libri viene quasi sistematicamente ignorato dai critici, ma non sembra importargliene molto. Di professione è un matematico assicurativo una formula porta addirittura il suo nome - e ha scritto sotto pseudonimo un manuale di bridge bestseller nei Paesi anglosassoni. Lui è ebreo, figlio di un industriale tessile di Praga, trasferitosi a Vienna alla fine dell'Ottocento a causa di un incendio che gli ha bruciato la fabbrica; è costretto dall'Anschluss, l'annessione del 1938 alla Germania nazista, a emigrare a Gerusalemme. Ma, nonostante vi abbia trascorso pochi anni d'infanzia, Praga resta la sua città, e le radici ebraiche e boeme saranno la personale ossessione letteraria.

Di notte sotto il ponte di pietra (e/o, pp. 236, euro 16, traduzione di Beatrice Talamo e postfazione di Marino Freschi) è il capolavoro, che comincia a scrivere già nel 1927, completandolo solo all'inizio degli anni Cinquanta. Romanzo storico, ambientato nel Cinquecento, assieme al Processo di Kafka e a Il Golem di Meyrink è il libro più rappresentativo della letteratura ebraico-praghese. Sintesi di un'epoca e di un'atmosfera che non torneranno, tutte e tre le opere - come nota Freschi - sono state concepite nel secolo che ha visto la tragica scomparsa dell'ebraismo praghese e, pur nella loro diversità, rievocano «l'essenza spirituale di quella misteriosa koinè di popoli, lingue, etnie e religioni che era la Praga asburgica». Personaggi storici popolano il libro di Perutz, che si snoda per 14 racconti autonomi, ma tutti legati da un comune filo conduttore. È l'epoca di Rodolfo II (1552-1612), malinconico imperatore del Sacro romano Impero che ha spostato la sede dell'impero da Vienna a Praga. Qui il sovrano, amico degli ebrei, già colpito da malattia mentale, raccoglie una gigantesca collezione di opere d'arte e curiosità di ogni specie (la maggior parte delle quali andranno distrutte nella guerra dei Trent'Anni. Ma alcune, tra cui quadri di Brueghel il vecchio, Durer, Correggio, il Parmigianino, si trovano ancora nella pinacoteca di Praga).

L'imperatore è uno dei protagonisti del romanzo, innamorato di Esther, la bella ebrea moglie di Mordechai Mesl, la sua «banca privata», l'uomo che gli presta tutto il denaro di cui ha bisogno. Ma questo amore esiste solo nei sogni e, nondimeno, è qualcosa di reale, di perfettamente iscrivibile nella Praga magica e perduta di Perutz. Così infatti ha voluto Rabbi Low, il Il ponte Carlo, sulla Moldava, a Praga all'alba: collega la Città Vecchia al quartiere di Mala Strana ed è probabilmente il più celebre monumento della capitale della Repubblica Ceca. A sinistra, la copertina del romanzo dello scrittore praghese Leo Perutz mitico Judah Loew ben Bezalel, rabbino, alchimista, esperto nella Cabala, nonché creatore del Golem. Rabbi Low è un personaggio reale, ancora oggi venerato. Sullo sfondo, il ghetto di Praga, dove l'imperatore cristiano e il ricco ebreo Mesl si scontrano quasi senza accorgersene: due facce della stessa medaglia; due grandi perdenti a lungo inconsapevoli della loro rivalità. Sarà nel ghetto che il sommo Rabbi Léiw (che, annota ancora Freschi, «nella sua mistica pienezza» compare nel primo, nel settimo e nel quattordicesimo capitolo, rispettando la frequenza cabalistica del divino sette), nel racconto del quarto capitolo, intitolato «La sarabanda», compirà il prodigio di materializzare con un gesto un Ecce Homo giudaico, «che non era il Salvatore, non il figlio di Dio né il figlio del falegname giunto nella città santa dai monti della Galilea per insegnare alla gente e per patire la morte a causa del suo insegnamento », ma un Ecce homo di tipo diverso. «No, non andare nel ghetto», ammonisce l'autore, «lo cercheresti inutilmente. Gli anni, il vento, il tempo lo hanno distrutto e non ne sono rimaste tracce. Ma va' per le strade, dove vuoi, e quando vedi un vecchio venditore ambulante ebreo che trascina il suo fardello di casa in casa mentre i ragazzi di strada gli corrono dietro, gridando "Ebreo! Ebreo!" e gli buttano addosso pietre ed egli si ferma e li guarda con uno sguardo che non è il suo, che proviene dai suoi avi e antenati, che, come lui, hanno portato la corona di spine del disprezzo e hanno sopportato i colpi di frusta della persecuzione se vedi questo sguardo, allora, forse, avrai visto qualcosa, poco, pochissimo, dell'Ecce homo del sommo Rabbi Léiw». Il che, più di tante celebrazioni della Shoah, appare, insieme, la rivendicazione di una appartenenza e la descrizione perfetta - in pratica una fotografia - del destino di un popolo.