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Scrittore e assassino - Ahmet Altan

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: SoloLibri
Data: 10 febbraio 2017
URL: http://www.sololibri.net/Scrittore-e-assassino-Ahmet-Altan.html

Gli scrittori turchi hanno la capacità di raccontare storie attuali conservando un tono fiabesco, incantato, sognante, anche se la materia è dura, violenta, intrigante, spesso sconcertante: è certamente il caso di Ahmet Altan, che in “Scrittore e assassino”, il suo lungo romanzo appena tradotto da Barbara La Rosa Salim ci accompagna in una sorta di viaggio simbolico di uno scrittore alla ricerca della sua vera identità in una cittadina di provincia sulla costa turca, dove si è appena rifugiato forse per scrivere il suo nuovo romanzo, o forse per ritrovare se stesso e una nuova fonte di ispirazione.

Il protagonista è dunque un famoso scrittore, che nel raggiungere la sua meta, viaggia su un piccolo aereo in un piccolo aeroporto: qui incontra una ragazza, bella, dal volto interessante e dagli occhi luminosi, e da quel momento nascerà fra i due un legame forte, strano, morboso, che attraversa l’intera narrazione. Zuhal presto diverrà nella cittadina l’oggetto della sua passione segreta, perché lei in realtà dichiara subito si essere innamorata di Mustafa, il potente sindaco della cittadina, e di non poter fare a meno della sua ossessionante gelosia, del suo desiderio di possesso sin da quando i due ragazzi s erano conosciuti all’università. Mustafa è un uomo dolce e violento, capace di nefandezze e di grandi gentilezze, e ignorando che Zuhal e lo scrittore hanno iniziato una relazione virtuale che si nutre di una grande intimità attraverso lunghe chat notturne, vuole diventare amico dello scrittore, con cui ama parlare di letteratura, di arte, per sentirsi alla pari con un intellettuale che viene da fuori e non è coinvolto nelle violenze terribili che il paese vive quotidianamente. Avvengono molti delitti, anche in peno giorno, e i potentati locali sono circondati da uomini armati che girano su Mercedes dai veri oscurati: ci sono diversi partiti, e anche se l’arroganza di Mustafa sembra prevalere, c’è pure un altro gruppo che gli contende il potere: un’intera famiglia il cui membro più potente sembra essere la moglie, Kamile Hanim, una cinquantenne sensuale e sfrontata, ricchissima, che domina marito e figli, sicura di poter sedurre anche lo scrittore appena stabilitosi in paese, ironizzando su gustose caramelle che offre al suo ospite in cambio di intense prestazioni sessuali. Il sesso sembra dominare l’intera comunità: oltre a Kamile, c’è una cameriera stravagante, Hamiyet, che parla con gli oggetti e si fa guardare dallo scrittore mentre gli governa la casa; una prostituta con pochi clienti, Sumbul, diventa amica dello scrittore e gli racconta, rigorosamente nuda davanti a lui, molto dei segreti del paese, di cui riesce a sapere i grovigli tramite i suoi potenti clienti; e infine la sfuggente Zuhal, falsa, vera, sincera, doppia, sensuale, bellissima, libera, innamorata dell’amore, pronta a fare progetti che si sciolgono come neve al sole, promessa sposa, e poi davvero sposa in una moschea con il velo bianco, giocatrice raffinata con i sentimenti degli uomini a cui sembra legarsi e poi abbandonare… Ma la parte più originale e coinvolgente del romanzo è il dialogo continuo tra lo scrittore e Dio, che egli sente come un rivale. Anche Dio ha scritto un romanzo, ma forse quel romanzo è imperfetto come quello dell’uomo, che continua quasi ossessivamente a porre domande che sembrano non avere risposte alla divinità:

“Tu mi ami quanto ti amo io? Mi ammiri quanto ti ammiro io? Vai fiero del mio romanzo quanto io lo sono del tuo? Io sono la tua brutta copia. Io sono te. Scrivo, creo e uccido, proprio come fai tu. Sono uno scrittore e un assassino”. “La paura della morte è una delle contraddizioni più drammatiche del romanzo che Dio ha scritto”.

In mezzo alla sensualità e alla violenza, alle passioni e agli assassini, alle lotte di potere, alla ricerca di un mitico tesoro nascosto in un labirinto che sovrasta il paese, intere citazioni bibliche risuonano come una specie di filo rosso che sottende l’intera narrazione: un lungo brano della Genesi, un brano del Vangelo di Barnaba, Abramo e Isacco… E poi grande attenzione nel libro alla scrittura, alla letteratura occidentale, al mestiere dello scrittore. Ecco un brano del dialogo tra il feroce Mustafa e lo scrittore:

“«Quindi le piace leggere?» Riuscii a stento a dire. «C’è qualcosa di più importante? Ritengo che la letteratura sia l’attività più nobile dell’uomo. Ancora più della scienza. Prendiamo Jules Verne. Ci ha portati nello spazio ancor prima che la scienza lo facesse!»”

Un romanzo ricco di suggestioni, quello di Ahmet Altan, pieno di valori e di affettività, di Bene contrapposto al Male, di amore e sesso, di ricerca della essenza della divinità in dialogo continuo con l’uomo, che si scopre imperfetto, limitato, e, alla fine, costretto a diventare un assassino per amore. Un personaggio minore, ma non per questo meno determinante nella storia, è un vecchio falegname che immobile davanti alla sua bottega continua ad intagliare una culla per una creatura non ancora nata: il simbolo della speranza in un futuro che nella Turchia odierna sembra davvero un miraggio, sembra dirci l’autore, ripetutamente perseguitato ed arrestato nel 2016 per la sua attività in favore delle minoranze armene e curde. Un libro dalle grandi caratteristiche letterarie, certamente, ma soprattutto un libro di forte impegno politico, potente e coraggioso. Speriamo che il suo autore, difeso da Ohran Pamuk, possa continuare da uomo libero la sua attività di romanziere.