Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Il doppio volto di Bartolomeo

Autore: Alessandro Zaccuri
Testata: Avvenire
Data: 10 marzo 2017

A chi lamenta la vastità e la profondità delle trasformazioni in cui siamo immersi non farebbe male, forse, un viaggio nel tempo. Un'escursione nel periodo che dalla metà del Quattrocento si estende a tutto il Cinquecento, per la precisione. È allora che il mondo cambia veramente, per sempre. Comincia Gutenberg con la stampa (possibile che un libro non debba più essere ricopiato a mano?), poi Colombo scopre l'America (possibile che ci sia un altro continente di là dal mare?) e poco dopo Martin Lutero scuote la Chiesa dalle fondamenta (possibile che qualcuno osi dirsi cristiano e intanto disobbedire al Papa?). Nell'arco di due, massimo tre generazioni nulla è più al suo posto e subito si capisce che niente tornerà più come prima. Non è un parto indolore, questo della modernità. Passa per la tempesta degli scismi, attraversa il fuoco delle persecuzioni, conosce lo scandalo delle guerre e delle stragi. Cruciale, fra tutte, la notte di San Bartolomeo (23-24 agosto 1572), con le strade di Parigi sconvolte dall'eccidio dei protestanti ugonotti per mano dei cattolici. Anche di questo Giovanni Paolo II volle chiedere perdono durante il Giubileo del 2000: della violenza che i cristiani avevano esercitato gli uni contro gli altri, oltre che delle forme oppressive che,in passato, avevano caratterizzato alcune fasi dell'evangelizzazione. E qui il pensiero va di nuovo all'America, in particolare alla Brevissima relazione della distruzione delle Indie con la quale, già nel 1542, il vescovo domenicano Bartolomé de las Casas denunciava la ferocia dei conquistadores. È lo stesso nome. Bartolomeo, che ritorna in contesti diversi, per proclamare una coraggiosa fedeltà al Vangelo oppure per contraddistinguere un episodio di intollerabile brutalità. Una coincidenza, si potrebbe obiettare, e con le coincidenze non si scrive la storia. Suggestioni come questa sono più adatte ai romanzi e infatti è di un romanzo che stiamo parlando, tanto bello quanto doloroso. Si intitola Trittico dell'infamia e in Italia è pubblicato da e/o nella traduzione di Ximena Rodriguez Bradford. L'autore, Pablo Montoya. è uno scrittore nato nel 1963 in Colombia. A un certo punto, mentre il libro pare avviarsi alla conclusione, decide di entrare in scena nel ruolo di se stesso, come si direbbe al cinema. Durante una delle sue ricognizioni tra i musei e gli archivi d'Europa, si imbatte in una studiosa curiosa di sapere come mai, per raccontare quel secolo terribile, abbia voluto adottare il punto di vista dei protestanti: è protestante anche lui, per caso? No, Montoya è ateo, ammette una prevedibile simpatia per il buddhismo, aggiunge che il cristianesimo gli risulta troppo complicato, troppo concentrato sulla sofferenza. Perché dedicargli un romanzo, allora? E un romanzo come questo, documentato e addirittura partecipe, costruito su tre figure di artisti realmente esistiti, che si sfiorano e si incontrano negli anni tremendi in cui l'America viene saccheggiata e l'Europa va in fiamme. La parola chiave del titolo, "infamia", ha un ruolo centrale nella tradizione letteraria latinoamericana. Rinvia immediatamente alla Storia universale dell'infamia di Jorge Luis Borges (1935), con la realtà analogamente mescolata all'invenzione e le vicende degli uomini viste nella prospettiva del tradimento e dell'empietà. I protagonisti del Trittico di Montoya. al contrario, sono testimoni e non attori della malvagità che si manifesta davanti a loro. Tutti e tre artisti. Jacques Le Moyne, François Dubois e Théodore de Bry contemplano la desolazione della propria epoca, la raffigurano e in questo modo, misteriosamente, la riscattano. Ancora una volta i loro destini si intrecciano tra l'America, dove Le Moyne si lascia tatuare il corpo pur di impadronirsi dei segreti dell'iconografia indigena, e l'Europa. dove il vecchio De Bry compie l'impresa di illustrare la Brevissima relazione di Las Casas con una serie di incisioni strazianti ed esatte, basate a loro volta su quel che sopravvive dei disegni di Le Moyne. A conquistarsi la posizione centrale, e non soltanto per motivi di cronologia, è però Dubois, protestante anche lui come i colleghi. Scampato alla notte di San Bartolomeo, descrive quello scempio in un dipinto oggi conservato a Losanna. con uno stile che sembra sempre indeciso tra la reticenza e lo sdegno. Montoya immagina che tra le vittime della strage ci fosse anche Ysabeau, la donna amata prima da Le Moyne e poi da Dubois, trasformata da entrambi nell'emblema di una purezza perduta. Ma contro il vento della storia non si può andare, come sa fin troppo bene il disincantato De Bry. Si può solo attendere che la bufera si plachi, almeno per qualche istante. Non è molto, ma è di queste intermittenze che si nutre la speranza.