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Il tramonto delle primavere

Autore: Guido Caldiron
Testata: Il Manifesto
Data: 16 marzo 2017
URL: https://ilmanifesto.it/il-tramonto-delle-primavere/

Lo si potrebbe descrivere come il romanzo del «riflusso» che racconta del naufragio dei sogni rivoluzionari in un mare di egoismo e piccole meschinità, mentre agli annunci di cambiamento e modernizzazione sociale si sostituiscono i dogmi dell’arricchimento personale e del successo come unici parametri morali. La presa d’atto della sconfitta, forse momentanea, forse parziale, delle idee di trasformazione indica però come sotto la cenere la brace possa continuare ad alimentarsi nella speranza che, un giorno torni, a essere fuoco.

Quello che Shukri al-Mabkhout mette in scena ne L’Italiano, pubblicato da e/o (traduzione di Barbara Teresi, pp. 368, euro 18,50), è un affresco della società tunisina che attraversa la lunga stagione di potere di Habib Bourghiba, con le tante promesse di democrazia non mantenute, fino alla deriva apertamente dittatoriale di Ben Ali interrotta nel 2010 dalle proteste popolari della rivoluzione dei gelsomini, atto d’inizio dell’intera stagione delle cosiddette primavere arabe. Attraverso le vicende di Abdel Nasser, tra i leader del movimento di contestazione dell’università di Tunisi, e dei suoi molti compagni, tra cui Zeina, la giovane attivista di origine berbera che spicca per lucidità intellettuale e decisione, e che diventerà sua moglie, prende corpo una disamina degli esiti dei fermenti rivoluzionari degli anni ’80 e ’90 che assomiglia molto a un bilancio di quanto avvenuto nel paese, e in tutta la regione, negli ultimi anni che hanno visto prevalere, per il momento, le istanze di restaurazione sulle speranze di cambiamento.

Romanzo a un tempo intimo e corale, che descrive sullo sfondo della politica tunisina, con il crescere della repressione e l’islamismo montante, l’educazione sentimentale di Abdel Nasser e la complessa e tormentata storia d’amore che lo lega a Zeina, L’Italiano traccia per certi versi il ritratto di una fase di transizione che ha caratterizzato molti altri paesi arabi dopo il tramonto del panarabismo e lo sviluppo di nuovi movimenti sociali. Non a caso, nel consegnare, lo scorso anno a Abu Dhabi, l’International Prize for Arabic Fiction, il più importante riconoscimento per la narrativa araba, frutto di una selezione tra oltre 180 opere, allo scrittore tunisino, il poeta palestinese Mourid Barghouti ha spiegato come «in questo romanzo i lettori arabi riconosceranno molti aspetti delle loro società».

Nato a Tunisi nel 1962, tra i critici letterari più apprezzati del suo paese, nonché rettore dell’Università di Manouba, Shukri al-Mabkhout sarà tra gli ospiti di Libri Come che si apre oggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma: interverrà domenica 19 marzo alle ore 15 all’incontro dal titolo Oltre i confini, al fianco di Parisa Reza e Buhran Sonmez.

Le traiettorie personali di Abdel Nasser e Zeina sembrano incarnare la fine delle illusioni per una generazione di militanti della sinistra che negli scorsi decenni hanno sognato di trasformare il Nordafrica. Il bilancio è così negativo anche per il paese dove è iniziata la «primavera araba»?

In realtà, si tratta di un bilancio mitigato. Da un lato la sinistra in Tunisia, e in parte in altri paesi della regione, ha contribuito in modo decisivo a un cambio di mentalità. Ha condotto una lunga «guerra di posizione» nella società civile e spesso continua a farlo, allo stesso modo dei sindacati e delle associazioni delle donne e di difesa dei diritti umani. Per capire come sono andate le cose, si deve però tenere anche conto del declino che le idee rivoluzionarie hanno subìto ovunque nel mondo sotto l’assalto del liberismo più sfrenato. Come scrittore, ho guardato a quelle storie di vita e a quei personaggi per raccontare una società in piena trasformazione e descrivere i sentimenti di una gioventù assetata di libertà che si muove, ieri come oggi, in un contesto davvero molto difficile.

Con il sacrificio del giovane ambulante Mohamed Bouazizi prese il via nel 2010 in Tunisia la «rivoluzione dei gelsomini». Cosa resta di quella stagione e perché con il suo romanzo ha scelto di descrivere invece la fine dell’«era Bourghiba» e il debutto del regime di Ben Ali: quel passato parla al presente?

È difficile scrivere di una rivoluzione ancora in corso, perché il ritmo del cambiamento non ci permette di cogliere le correnti profonde che sono all’opera. Detto questo, ho scelto di ambientare il romanzo nel periodo che segna la fine dell’epoca di Bourghiba e l’inizio di quella di Ben Ali, il passaggio da una fase di modernizzazione dello Stato che si era però tradotta in aperto dispotismo a una dominata dal ruolo delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali nel paese, perché aveva molte somiglianze con ciò che ha fatto seguito alla rivoluzione dei gelsomini. Al movimento rivoluzionario iniziato nel 2010 è seguita una sorta di ristrutturazione del vecchio regime. Perciò ho indagato le aspirazioni, spesso frustrate, dei giovani rivoluzionari di oggi attraverso il prisma dell’avvento della dittatura di Ben Ali.

Lungo tutto il libro si ha la sensazione che il crescere dell’islamismo sia stato favorito da una parte del potere, spesso per contrastare i movimenti progressisti. Qual è oggi la situazione?

Il pensiero arabo e islamico non ha conosciuto, perlomeno fino a ora, una critica filosofica radicale in grado di condurre a una nuova interpretazione della fede che leghi insieme l’energia spirituale dell’Islam e le trasformazioni che sono avvenute nella cultura internazionale. Inoltre, nel mondo arabo la religione ha rappresentato storicamente un fattore molto efficace nella resistenza al colonialismo. Perciò credo si possa spiegare l’attuale crescita dell’islamismo anche attraverso questa eredità di lotta contro la dimensione coloniale, realtà che in seguito ha assunto via via una forma post-coloniale e quindi neo-imperialista senza che fosse consentito in alcun modo alle persone di cambiare e migliorare davvero le proprie condizioni di vita. Sento di poter dire che l’arabo o il musulmano medio sono molto legati alla modernità e ai suoi valori, ma continuano a non avere pienamente accesso a una vita degna di questo nome e perciò trovano spesso un facile rifugio nei discorsi demagogici dei religiosi.
Quanto alla situazione tunisina, il processo di modernizzazione continua malgrado la resistenza di alcuni gruppi sociali. Sono però piuttosto ottimista perché la Tunisia, sia per la posizione geografica che occupa che per l’eredità civile che ha accumulato fin dall’indipendenza, è in qualche modo condannata a essere un paese aperto.

I conflitti e le tensioni tra uomini e donne, nella sfera più intima come in quella pubblica, caratterizzano tutto il romanzo e questo anche quando ci si muove in ambienti progressisti: i diritti delle donne sono la rivoluzione incompiuta delle società arabe?

Ci sono due aspetti principali da considerare. Da un lato, la questione dei ruoli e dei rapporti dentro la coppia ha una profondità umana, psicologica e addirittura mitica; rappresenta un asse molto interessante e prolifico per la narrativa. Dall’altro, nel concreto della realtà del mio paese, malgrado già all’indomani dell’indipendenza, nel 1956, sia stato adottato il Codice dello Statuto personale che garantiva alle donne tutta una serie di diritti, per questa libertà si è dovuto comunque pagare un prezzo.

Quel Codice rappresenta ancora oggi un evento storico rivoluzionario, e soprattutto unico, in tutto il mondo musulmano, ma ciò non significa assolutamente che le donne tunisine non continuino a subire ancora oggi ogni forma di violenza. Il cammino da percorrere è ancora molto lungo.

Il tema del festival «Libri Come» sarà quello dei «confini». Siamo abituati a riflettere sul significato che tale termine ha assunto a nord del Mediterraneo, con l’allarme crescente per le derive identitarie e le minacce xenofobe, in lei cosa evoca?

A monte di tutto ciò che sta accadendo vedo profilarsi una crisi dell’umanesimo e un ritorno inquietante del conservatorismo a livello planetario. Credo che la civiltà che contraddistingue la nostra epoca stia attraversando una crisi profonda e drammatica. E che sia necessario un rapido cambio di paradigma, altrimenti queste forme di barbarie che si fondano su di un liberismo selvaggio rischiano di mettere davvero in pericolo tutto il mondo.