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I fallimenti della Tunisia ben prima dei drammi delle primavere arabe

Autore: Alessandra Battistel
Testata: Libero Quotidiano
Data: 18 marzo 2017

Dal romanzo che nel 2015 ha vinto il più importante premio letterario per la narrativa araba, l’International Prize for Arabic Fiction, ci si potrebbe attendere una presa di posizione o perlomeno una chiave di lettura dell’opaca situazione geopolitica del Nord Africa dopo la «rivoluzione dei gelsomini» del 2011. Tanto più che l’autore, il tunisino Shukri alMabkhout (ospite domani a Libri Come), al suo esordio nella narrativa pura, è un rettore universitario, nonché saggista, editorialista, traduttore e critico letterario.

E invece no: il romanzo L’Italiano (e/o, pp. 368, euro 18,50), ambientato a Tunisi a metà degli anni ’80, in particolare durante il golpe del 1987 che vide il ministro dell’Interno Ben Alì destituire il presidente Bourghiba, non va oltre il 1990. Ripercorre il trentennio precedente attraverso la saga familiare del protagonista, Abdel Nasser, l’italiano del titolo. Perché «italiano»? Per i tratti del viso che lo fanno assomigliare, a detta del vicinato, a «uno di quei vip del canale italiano Rai Uno».

Bello e talentuoso, da studente affascina l’uditorio nelle assemblee, fa proselitismo per il Sindacato Studentesco, si laurea in Legge nel 1986 e un anno dopo già lavora come giornalista in una testata filogovernativa di cui promuove l’inserto culturale, il primo del Paese. È insomma un intellettuale organico che macina successi sociali. Eppure, nel 1990, al funerale del padre, va in crisi di autostima e confessa al fratello: «Io sono un buono a nulla, un fallito, un incapace, un disilluso... e non voglio ammetterlo neppure con me stesso».

Da qui la rilettura critica del proprio percorso biografico e di quello della giovane nazione tunisina (indipendente dalla Francia dal 1956), entrambi densi di errori e fallimenti. Non è dunque il protagonista maschile la figura-transfer del romanzo, bensì quello femminile, Zeina, la moglie dell’italiano. Figlia di contadini berberi poverissimi, precoce autodidatta, Zeina negli anni Ottanta è critica sia con la sinistra sia con l’islamismo. Alle sue lucide analisi socio-politiche va tutta l’empatia del narratore non a caso al-Mabkhout ha dichiarato in una recente intervista che è in lei che si identifica, e non nel protagonista Abdel. Zeina, che ha potuto studiare «grazie agli aiuti della sezione del Dustur (il partito di Bourghiba, ndr), alla beneficenza e alle borse di studio per gli indigenti», vuole a ogni costo diventare filosofa e insegnare all’Università. Ci riuscirà?

Senza togliere il gusto della trama al lettore, anticipiamo che il romanzo riesce a farci immergere nelle vite di Abdel e Zeina, mettendo a nudo aspetti della loro quotidianità coniugale-lavorativa-sociale che diventano universali. Singolare la capacità di penetrare i secretati labirinti dell’eros femminile e di tipizzare i personaggi “corali”, che definire secondari sarebbe riduttivo.