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Il «Trittico» di Pablo Montoya tra storia violenta e immagini

Autore: Luca Scarlini
Testata: Alias - Il Manifesto
Data: 19 marzo 2017

Scrittore e saggista colombiano, Pablo Montoya ha debuttato come romanziere nel 2004 con il curioso La sete dell'occhio, centrato sulla figura del pioniere della fotografia Auguste Belloc, ricercato dalla polizia per una sua variopinta collezione di immagini pornografiche connesse a esperienze estreme nella Parigi più underground. Anche in ambito saggistico, la memoria dell'immagine è un suo tema di ricerca privilegiato, cui si lega anche la sua prima opera tradotta in italiano, Trittico dell'infamia (nella efficace versione di Ximena Rodriguez Bradford, e/o, pp. 272, €18,00). L'epoca è quella dei tumultuosi cambiamenti tra Cinque e Seicento, quando il continente era squassato da guerre di religione e da conflitti di interesse.

Tre sono i ritratti di artisti francesi che Montoya sceglie come protagonisti della sua narrazione, sempre sul filo della ricerca storica e geografica. Nel 1564 Jacques Le Moyne, protestante, pittore e cartografo, salpa con altri correligionari nel primo tentativo di una colonizzazione calvinista delle Americhe. Nella precipitosa fuga, al momento del ritorno, dopo un conflitto aspro con gli spagnoli, che eliminano subito con la massima violenza il corpo estraneo dai loro domini, egli riporta nei suoi disegni, salvati a fatica, le fattezze delle popolazioni locali, rappresentate in una chiave di ricerca etnografica, insieme ai loro usi e costumi. François Dubois, rifugiato a Ginevra dopo la strage della Notte di San Bartolomeo in cui ha perduto la moglie che attendeva un figlio suo, continua a ricordare ossessivamente quel momento di orrore e poop prima della morte, crea il quadro che rimane la rappresentazione più vivida del massacro, visto come montaggio di scene giustapposte sullo sfondo di una città resa in modo sintetico. Théodore de Bry, maestro incisore, in fuga verso il Nuovo Mondo, avrà il compito di trarre delle stampe da quella bruciante memoria e divulgarle al mondo.

L'infamia è quindi quella della Storia, vista come una sequenza di massacri, stragi, attacchi, portati in nome delle fedi e delle religioni, abusati e manipolate, in un mondo sottosopra, in cui la violenza è la regola spietata e quotidiana. All'artista testimone resta un compito principale di testimonianza: il romanzo si chiude con il rito dell'accensione di due fiammelle, a celebrazione del libro di padre de Las Casas, la celebre Brevissima relazione della distruzione delle Indie, che richiedeva di rispettare la cultura locale, come non era mai accaduto prima, di cui De Bry aveva firmato le illustrazioni. La scrittura di Montoya indaga quindi acutamente nella relazione tra l'evento bruciante e l'immagine che lo tramanda, intrecciando vicende incise nella precisione di una dettagliata ricerca storica, con precisa forza di invenzione narrativa.