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"Così ho tradotto Elena Ferrante in arabo"

Autore: Martina Strazzari
Testata: Quotidiano.net
Data: 12 aprile 2017
URL: http://www.quotidiano.net/magazine/elena-ferrante-1.3021925

Amata in Italia e adorata all’estero, tanto da essere inserita dal New York Times nella top 10 dei migliori libri del 2015, Elena Ferrante è uno dei più importanti casi editoriali degli ultimi anni. “L’Amica Geniale”, il primo volume dell’omonima tetralogia che l’ha consacrata al pubblico mondiale, racconta l’amicizia tra due bambine – Lina ‘Lila’ Cerullo ed Elena ‘Lenù’ Greco – poi adolescenti e donne, in un periferico e squallido rione napoletano. Forte di un successo internazionale, il romanzo è stato tradotto anche in arabo da Muauia Abdelmagid, siriano di Damasco, già traduttore – tra gli altri – di Italo Svevo, Erri de Luca e Niccolò Ammaniti.

Muauia, qual è stato il suo percorso per diventare traduttore? Cosa ha tradotto fino ad ora?

"Quando frequentavo l’Università per Stranieri di Siena il professor Pietro Cataldi, nel suo corso di letteratura italiana contemporanea, ci fece studiare 'La coscienza di Zeno' di Italo Svevo. Disse: "Il romanzo è molto difficile per noi italiani, figuriamoci per gli stranieri. Questi ultimi, tuttavia, possono consultare la traduzione nella propria lingua materna". I miei colleghi - francofoni, tedeschi, spagnoli - furono soddisfatti. Per me è stato un problema, Svevo non era tradotto in arabo. Dopo la laurea sono tornato a casa, a Damasco, e ho concentrato tutti i miei sforzi nella traduzione di Zeno in arabo. E da cosa nasce cosa, i traduttori arabi dall'italiano sono tuttora pochi, il che mi ha molto aiutato, così come il master in traduzione letteraria all’Università di Bologna e di Mulhouse in Francia. In seguito ho tradotto altre opere di Tabucchi, De Luca, Cattozzella, Sorrentino, e altri, ma anche Carlos Zafòn dallo spagnolo, che non era mai stato tradotto prima".

Tradurre è tradire? Umberto Eco sosteneva che il tradimento è insito nell’atto del tradurre, non tanto per la trasposizione di contenuti da una cultura a un’altra ma per l’adattamento di concetti a contesti differenti o mai esistiti prima. Cosa ha significato “tradurre” la Napoli del romanzo?

"È vero, è quello che Eco chiamava 'negoziare': scegliere tra infinite possibilità, a seconda dell'astuzia e delle priorità del traduttore. Napoli, per noi arabi, fa parte del panorama mediterraneo. I napoletani, ai nostri occhi, appaiono molto familiari: la voce alta, la tensione che hanno dentro, la passione per ogni minima cosa. Ho voluto che il lettore arabo si riflettesse in questo romanzo, magari immaginando la particolarità delle espressioni napoletane che sono state perdute nella traduzione. La Napoli della versione araba è stata solo spostata sull'altra sponda del mare".

Il difetto di Napoli, città che anticipa le patologie del mondo, nel romanzo prende le forme della cosiddetta "smarginatura". Un mondo che si scioglie perdendo consistenza e senso, che teme i cambiamenti inattesi, che trascina la genialità in inconcludenza. Come ha tradotto in arabo questo termine così significativo per il lessico del libro?

"Ho studiato l’uso di questa parola poi ho deciso di lasciarla com’è, rispettando il compito del traduttore, quello di non intromettersi tra chi scrive e chi legge. Questo termine è usato spesso per indicare lo stato consunto dei margini dei libri, ma nel romanzo la narratrice torna più volte sul suo significato, lo spiega accuratamente. In arabo viene più o meno descritto come “disfacimento dei margini”, sempre tra virgolette. In questo modo è più facile poterlo riferire sia al disfacimento delle cose che a quello degli uomini. Come mi è già capitato di dire, è stata una scelta difficile, ma responsabile".

In un’intervista al Paris Review la Ferrante ha detto che è più facile trovare l’autore in “ogni parola o violazione grammaticale o nodo sintattico nel testo”. Questo vorrebbe dire che lei, come traduttore, la conosce meglio di chiunque altro. Non sapere chi sia Elena Ferrante è stato un problema dal punto di vista della traduzione?

"Direi di sì. Di solito, quando affrontiamo un problema durante la lettura di un romanzo, ricorriamo alla biografia dell'autore, sperando di accertarci di alcune cose utili: dove ha studiato, e che cosa, in quale periodo ha vissuto, cosa ne pensava di certi eventi storici. In questo caso, invece, le certezze sono tutte ipotesi; la ricerca è un “caso” mediatico che non aggiunge niente alla prospettiva del traduttore".

Sull’identità di Elena Ferrante sono state avanzate molte teorie: il critico Goffredo Fofi, lo scrittore Domenico Starnone, sua moglie, la traduttrice Anita Raja, la docente universitaria Marcella Marmo, gli stessi fondatori della casa editrice e/o Sandro Ferri e Sandra Ozzola o addirittura un collettivo. Lei cosa ne pensa?

"Non capisco l’insistenza nel volere svelare questo segreto. Rispetto immensamente la volontà della Ferrante, qualunque sia la sua identità. Lenù, all'inizio del romanzo, parlando di Lila, dice: "Voleva volatilizzarsi; voleva disperdere ogni sua cellula; di lei non si doveva trovare più niente". E chi tra di noi non l'ha mai pensato?"

L’amicizia tra Lila e Lenù, per come viene descritta, appare molto poco femminile. Non c’è affetto, non c’è emotività. Il legame è molto intellettuale, di stimolo reciproco, di lode. Ritrova questo tipo di rapporto tra le donne arabe?

"Certo. Alcune lettrici mi scrivono di avere vissuto un'esperienza simile. La nostra cultura è molto maschilista, alle donne impedisce pressoché ogni progresso. Il libro della Ferrante è una vita aperta, spinge le lettrici arabe a pensare a soluzioni possibili".

Lenù osserva che la scrittura dovrebbe “lasciare vora­gini, costruire ponti e non finirli, costrin­gere il let­tore a fis­sare la cor­rente”, perché “a dif­fe­renza che nei rac­conti, la vita vera, quando è pas­sata, si sporge non sulla chia­rezza ma sull’oscurità”. Che ruolo hanno, oggi, secondo lei, letteratura e scrittura?

"Letteratura è l'insieme di scrittura, lettura e interpretazioni. Oggi come ieri, come domani, abbiamo sempre bisogno di riflettere, di capire e di giudicare, ma soprattutto di ricordare. L'esempio attuale che mi viene sempre in mente è l'interpretazione integralista di certi testi coranici, diventata una corrente molto pericolosa. Il conflitto interno all’Islam è stato sempre sull'interpretazione della dottrina, più che sulla dottrina stessa. Mi chiedo: se questi guerrieri, prima di impugnare le armi, avessero avuto l'opportunità di studiare il Corano in modo critico-letterario - perché in fondo si tratta di un testo letterario - forse avremmo potuto evitare tutte queste catastrofi? Non so dare una risposta certa, ma credo che le cose sarebbero andate in maniera diversa se avessimo concesso alla letteratura di giocare il suo ruolo".