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Razzismo e povertà? A volte si vincono con la danza

Autore: Micaela De Medici
Testata: Corriere della Sera
Data: 16 aprile 2017

MILANO – Il tono è lieve, il ritmo agile. Eppure, Babylon Sisters non può essere definito una commedia in senso stretto. Non è nemmeno un documentario, sebbene mescoli riso e dramma come solo la vita reale sa fare. Il film di Gigi Roccati, in uscita a fine maggio nei cinema italiani, è, prima di tutto, la storia di un cambiamento. Un cambiamento che inizia dall’incontro- scontro fra culture diverse, ma diventa fecondo solo grazie a un forte elemento catalizzatore: le donne. Liberamente ispirato al romanzo Amiche per la pelle di Laila Wadia (Edizioni e/o), scrittrice indiana da trent’anni a Trieste, Babylon Sisters è, infatti, un film al femminile sulla forza della multiculturalità e sulla sfida di un’integrazione possibile. Al centro della vicenda, Kamla, una ragazzina indiana sveglia e curiosa che si è da poco trasferita con i genitori alla periferia di Trieste, in un palazzo decrepito abitato da altre famiglie di immigrati e dal vecchio professor Leone che odia tutto e tutti. Il punto di rottura arriva con una lettera di sfratto, alla quale gli abitanti, determinati a non lasciare le proprie case, reagiscono in modo diverso: alle minacce del padrone fuorilegge gli uomini rispondono con rabbia, mentre le donne scelgono un’altra via e si uniscono per salvare il destino delle proprie famiglie. Non sarà un percorso privo di ostacoli, vista la loro provenienza da Paesi e culture completamente differenti – India, Cina, Turchia, Croazia –, ma, strada facendo, scopriranno di avere in comune più del previsto. Nel frattempo, un altro filo si intreccia alla narrazione: Kamla e il professor Leone – ancora una volta, in barba agli stereotipi – diventano amici contro la volontà del padre della ragazzina, mentre la madre Shanti rivela il dono di saper ballare come una star di Bollywood. Così, piano piano, con l’aiuto di un’operatrice sociale italiana, prende forma il progetto di una scuola di danza.

«Mi sono subito innamorato di questa storia di amicizia e sorellanza tra donne che celebra il valore dell’accoglienza», racconta il regista Gigi Roccati. «Volevo un titolo musicale. Nel libro non si parla di danza, presente invece nella parte finale del film. La musica è simbolo di condivisione, un elemento che unisce e travalica i confini. Così ho pensato a una sorta di rock band di quartiere che, mettendo in campo risorse legate alle diverse origini, potesse generare un’idea di glamour di periferia, una bellezza diversa, perciò più autentica. Le Babylon Sisters un po’ come le Supremes». Roccati – laureato alla London Film School, autore di documentari già premiato nel 2013 dal Ministro della Difesa e dalla Rai come miglior documentarista di guerra della televisione Italiana per il suo lavoro tra Afghanistan e Russia La strada per Kabul – tocca nel film un argomento difficile qual è l’immigrazione.

«La mia professione mi ha portato a viaggiare molto, dall’Afghanistan al Libano, dalla Mongolia alla Cina, all’Africa. In quei luoghi mi sono trovato a essere io il diverso, lo straniero. Siamo una società multietnica, l’Italia è al centro della storia e del Mediterraneo: l’immigrazione è un tema inevitabile nel confronto con la realtà. Non volevo però trattarlo in chiave drammatica o pietistica, ma raccontare di chi è già qui e cerca di integrarsi, di trovare un futuro, pur avendo radici altrove. Una volta scritto il soggetto, abbiamo scelto dove girare: Monica Ghiretti – cui è ispirato il personaggio dell’operatrice della Casa delle culture interpretato da Lucia Mascino – ci ha aiutato a entrare nel tessuto sociale e umano di Ponziana, un quartiere di Trieste socialmente disagiato ma ricco di storia e di vita. È così che abbiamo incontrato i personaggi che sono poi entrati nel film, portando il loro contributo di verità». Un’alchimia speciale. Già, perché una delle caratteristiche peculiari di Babylon Sisters è proprio il mix tra attori di professione e persone che, nella vita, fanno tutt’altro. La giovane protagonista, Amber Dutta, già finalista dello show Italia’s Got Talent, è stata la prima a essere scelta: un colpo di fulmine, tanto da convincere Roccati a scritturare il suo vero padre – nella vita e nel film – Rahul Dutta, che lavora nella security a Milano. «La tensione e, al tempo stesso, l’amore che ho visto trapelare negli scambi tra i due hanno arricchito il film di un altro livello di verità», spiega Roccati. Nav Gothra, invece, che nel film interpreta la madre Shanti, è una studentessa indiana immigrata in Italia, andata via di casa a 18 anni da una famiglia molto legata alle tradizioni per studiare e mantenersi lavorando, mentre coltivava il sogno di fare l’attrice. «Ho studiato con Mike Leigh e, prendendo esempio da lui, mi piaceva l’idea di modellare assieme ai miei personaggi una storia che avesse come linee guida l’umorismo e la gioia di vivere senza esimersi dal raccontare conflitti e difficoltà», continua Roccati. «Tra attori e non attori sul set si è creata un’alchimia straordinaria».

Il cambiamento è femmina. Il contatto col reale è infatti un tratto del film che, pur trasmettendo un messaggio positivo, non indulge nella retorica dei buoni sentimenti. I personaggi sono caratterizzati nella loro evoluzione, tutti cambiano e imparano qualcosa gli uni dagli altri – «è la chiave del nostro tempo, dobbiamo ascoltarci per capire il futuro»; e tuttavia, Roccati mette in luce stereotipi e pregiudizi non solo da parte degli italiani verso gli stranieri, ma anche da parte degli stessi immigrati – basti pensare al padre di Kamla che non vede di buon occhio l’amicizia tra la ragazzina e il vecchio professore. «Vero: la volontà di portare a galla le contraddizioni sta già nella scrittura del film. L’ignoranza è portatrice di luoghi comuni. Tutti siamo identificabili attraverso stereotipi che, magari, contengono un pizzico di verità,ma rappresentano solo una visione superficiale. Solo nell’incontro e nella conoscenza c’è il superamento dello stereotipo. Solo così cresciamo e diventiamo forti. Il punto è che tutti siamo diffidenti, non abbiamo l’abitudine a metterci in gioco per migliorare le cose. In difficoltà lo fai per forza. Ti metti in gioco e scopri altro».

A guidare il cambiamento, nel film, come spesso nella vita, sono le donne. A loro appartiene la capacità di aprirsi a ciò che è altro da sé; a loro si deve quel mutamento nello sguardo che, solo, permette di scoprire la bellezza della diversità. Al tempo stesso, sotto traccia, il film può essere visto come una sorta di romanzo di formazione: «è la storia di una bambina che diventa ragazza e cresce attraverso l’amicizia con un vecchio. Di rimando, il professor Leone, che odia il mondo intorno a sé perché lo ha visto cambiare, trova in lei una speranza che fa battere il suo cuore antico». E, forse, proprio in questo incontro tra Kamla e il professore – un Renato Carpentieri intenso nella sua ruvidezza – si nasconde uno dei messaggi più importanti di Babylon Sisters: l’importanza dell’educazione e della cultura per superare le divisioni. «Il professor Leone apre il suo cuore a Kamla e le lascia in dono tutti i suoi libri. La storia, intesa in senso ampio e alto, e, insieme, l’educazione alla cosa pubblica, ci aiutano a trovare le soluzioni ai conflitti», conclude Roccati. «La storia, così come il cinema, la musica, la cultura, sono linguaggi universali che travalicano le frontiere. Solo attraverso questa lente riusciremo a migliorare il nostro futuro e a considerare le diversità come risorse».