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Il figlio della fortuna

Autore: Stefania Medda
Testata: Mangialibri
Data: 18 aprile 2017
URL: http://www.mangialibri.com/libri/il-figlio-della-fortuna

Konstantin Boggosch è un ex-preside in pensione molto stimato, che vive una vita tranquilla in una cittadina nei dintorni di Magdeburgo, in quella che fu la Repubblica Democratica Tedesca ai tempi del “blocco” sovietico. Lui e sua moglie Marianne non hanno mai avuto figli; ora sono due anziani con numerosi acciacchi. In particolare Marianne, dopo un’operazione all’ernia del disco fatica a muoversi, cosicché Konstantin cerca di aiutarla facendosi carico della spesa e delle incombenze ai fornelli. Sua moglie continua a complimentarsi per i suoi manicaretti, ma Konstantin sa di non essere tagliato nel ruolo di cuoco, quindi si aiuta leggendo libri di cucina sperando di memorizzare bene i passaggi delle ricette. Quella mattina, l’uomo riceve una visita inaspettata: alla sua porta bussa una giovane inviata del “Kurier”, in forza al giornale da soli quattro mesi e incaricata di intervistare i presidi e gli ex presidi del ginnasio “Pestalozzi” (in città oltre a Boggosch ne abitano altri tre) in occasione della fine della sua ristrutturazione, durata ben tre anni. I presidi dovrebbero parlare della loro esperienza al ginnasio e poi posare in gruppo per una bella foto a coronamento dell’articolo. Ma Konstantin storce il naso e non promette niente alla novellina del “Kurier”: non ha nessuna voglia di parlare di quel periodo della sua vita, e men che meno di posare sorridente e in pompa magna a fianco di gente come Cornelius o Rutzfeld, gente con cui non vuole avere assolutamente a che fare. A che scopo smuovere vecchie pietre, liberare vecchi fantasmi? Quello stesso giorno, in serata, arriva anche una lettera che costringe l’uomo a sbirciare, suo malgrado, ancora una volta nel passato. È un accertamento fiscale in relazione ad una vecchia imposta ecclesiastica, a carico di un certo Konstantin Müller. “Buttala via, non occorre rispondere”, dice Kostantin a Marianne, prendendole la lettera dalle mani. È evidente che non è lui l’evasore. Lui si chiama Boggosch. Ma Marianne ha già letto la lettera: la data di nascita dell’evasore è proprio quella di suo marito, il cui padre si chiamava Gerhard Müller, e suo fratello risponde al nome di Gunthard. Anche se suo marito le ha raccontato pochissimo del suo passato e della sua famiglia, Marianne qualcosa se l’è immaginato: sa che Konstantin ha un fratello da qualche parte con il quale non ha rapporti da molto tempo, e sa che c’è un segreto, un segreto di cui non ama parlare nemmeno con lei, la donna con cui ha passato praticamente metà della sua vita. Qualcosa che ne ha condizionato irrimediabilmente l’esistenza e le scelte, e da cui ha cercato, invano, di sfuggire da sempre. Fin da quel giorno in cui sua madre, lui aveva dieci anni, gli ha rivelato di essere figlio di un criminale di guerra fedele al regime del Terzo Reich; il figlio di un imprenditore di successo, padrone delle industrie Vulcano, che stava per trasformare il bosco di betulle nei pressi della sua fabbrica in un campo di concentramento...

A nulla vale cambiare cognome, cullare il sogno di arruolarsi nella Legione straniera, andare via da G., la città dove è nato; scappare in Germania ovest a soli quattordici anni, passare per i campi profughi, approdare a Marsiglia per vivere e lavorare nella speranza di farsi una vita indipendente. Boggosch è condannato a combattere a oltranza lo spettro cattivo di quel padre che non ha mai conosciuto se non attraverso una vecchia fotografia, ma le cui colpe e nefandezze si sono inevitabilmente riversate sulle sue spalle, frapponendosi tra lui e i suoi sogni: la volontà di studiare, il desiderio di insegnare. Gli atti parlano chiaro e la burocrazia è quasi una persecuzione: per quanto si tenti di insabbiare – con la complicità di qualche buon amico incontrato lungo la via – dalle proprie origini non si può sfuggire, così come non si può sfuggire alle derisioni, al disprezzo, al pregiudizio. Era dura nella RDT per il figlio di un SS: non poteva terminare gli studi, non poteva frequentare l’università, non gli era dato insegnare agli altri (stessa sorte per le vedove di guerra: la madre di Kostantin, pur parlando correntemente ben quattro lingue, non poteva avvalersene per guadagnarsi da vivere). Dopotutto, cosa mai avrebbe avuto di tanto positivo da trasmettere alle giovani generazioni post-guerra sulle quali, tra l’altro, il regime comunista – fortemente antidemocratico a dispetto della sigla che lo identificava – operava un costante lavaggio del cervello? Sullo sfondo grigio e pesante della Cortina di ferro, diventata poi quel muro che per quasi trent’anni ha rappresentato la contrapposizione Usa/Urss, Boggosch, tornato a casa dalla madre un attimo prima che la Germania fosse definitivamente divisa, vuole dimostrare di non essere come suo padre: colto e di spirito indipendente non aderirà mai ad un partito nonostante le pressioni di colleghi e superiori, preservando in modo esemplare e quasi eroico la sua onestà intellettuale e la sua obbiettività culturale. Scritto da Christoph Hein – classe 1944, già autore di numerosi libri e considerato uno degli eredi significativi della “Nuova oggettività” letteraria, movimento sorto in Germania tra il 1923 e il 1930 che poneva al centro dell'attenzione l’uomo comune e le sue difficoltà nello stare a galla dentro una vita spesso misera e soffocante – Il figlio della fortuna è il lungo e scorrevole flashback di una vita avventurosa, un romanzo di formazione costellato di alleati e nemici e di situazioni talvolta inverosimili: vediamo il protagonista trasformarsi da bambino insicuro, che incassa il disprezzo dei compagni senza fare un fiato, a giovane smaliziato e pieno di risorse che riesce a guadagnarsi la benevolenza di molti. Il tentativo di riscatto di Boggosch incarna in definitiva quello della stessa Germania, che dal 1945 in poi tenta affannosamente di far dimenticare al mondo gli orrori del nazismo: la speranza risiede tutta nella nuova generazione entusiasta e combattiva, schifata di farsi guidare da vecchi voltagabbana e decisa a liberarsi dalla schiavitù di pericolose ideologie. A Berlino il muro cadrà, certo, e la democrazia si farà strada nella Germania unificata: ma il viaggio per liberarsi dal senso di colpa sarà ancora lungo e difficile. Forse eterno.