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La battaglia continua dei fratelli messicani

Autore: Fulvio Panzeri
Testata: Avvenire
Data: 21 aprile 2017

Dal Veneto della provincia estrema, quello dei paesi persi tra campi e fossi che raccontava nel suo secondo romanzo Piccola osteria senza parole, uscito nel 2014 e diventato una sorta di "cult book", Massimo Cuomo, scrittore veneziano classe 1974, approda a un Messico assolato e perfetto, per nulla di maniera, dove ambientare una storia di rapporti stretti ma anche ambivalenti tra fratelli.

È un tema che non trovava, nel romanzo italiano contemporaneo, una forma così netta e profonda e soprattutto una scrittura in grado di mettere in luce il dissidio delle singole anime, in un confronto serrato a partire dal tema della bellezza, che se da una parte diventa l'elemento straniante, estetico, tra attrazione e stupore, dall'altra non risolve i conti in sospeso con l'esistenza. Anzi Cuomo ha ben presente quanto illusoria possa essere la bellezza che fin dalla nascita caratterizza Miguel, il fratello minore al quale è riferito l'aggettivo che dà il titolo al romanzo, al punto che la prima parte, assai tesa come narrazione, istituisce nei colori e nella barocca e popolare tradizione del Centro-America l'idea dell'evento, la mitologia che accompagna il prodigio della nascita del bambino.

Lui che ride sempre, improvvisamente inizia un pianto che lo porterà alle soglie della morte e la sua salvezza viene attribuita a un miracolo della Vergine di Guadalupe. Accanto allo ieratico silenzio della madre c'è invece la spavalderia del padre, che trasforma la salvezza in un momento di festa cui partecipa tutto il paese, e il bambino bellissimo viene posto tra le braccia di una statua lignea della Vergine fatta scolpire da uno degli artigiani locali.

È un prologo perfetto a quel contrapporsi di modi d'essere e di incomunicabilità poi raccontato nel libro, in una forma romanzesca che diventa "omaggio" alla grande letteratura sudamericana senza cadere nel facile retaggio dello stereotipo, anzi interpretando quel tipo di tradizione che non è estraneo anche a scelte letterarie del Novecento; non siamo sul piano di un Gadda che riporta la Brianza della Cognizione nel contesto onirico sudamericano, ma vi si può trovare una relazione con certi esiti del troppo dimenticato Carlo Coccioli, che aveva deciso di trasferirsi in Messico.

Cuomo ha una capacità sottile e lucida di osservare senza retorica il tempo dell'infanzia, non forzando le barriere sentimentali ma evidenziando le ombre emotive, le frontiere delle anime in crescita, cogliendone gli strappi e lo strazio delle deflagrazioni interiori. Così il continuo confronto tra Miguel e Santiago, il fratello maggiore, vive in queste lacerazioni, quando il cadetto sembra togliere lo spazio di felicità e di sicurezza duramente conquistato. Ne è un esempio il rapporto con il piccolo randagio Pan, quei "giorni con il cane" a cui Santiago deve rinunciare. Nasce così tra loro, e Cuomo ne fa l'anima strutturale del romanzo, «una battaglia non detta che li mantiene sulla linea di una tensione costante: vittorie e sconfitte si alternano e l'esito è un pareggio senza fine».