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«La funzione di un autore è tutta nella scrittura»

Autore: Chiara Gulino
Testata: Flanerì
Data: 16 gennaio 2017
URL: http://www.flaneri.com/2017/01/16/la-frantumaglia-elena-ferrante/

«Io penso che, in arte, la vita che conta sia la vita che resta miracolosamente viva nelle opere. […] La via biografica non porta al genio di un’opera, è solo una microstoria di contorno. O, per dirla al modo di Northrop Frye, la dirompente energia immaginativa del Re Lear non è minimamente scalfita dal fatto che di Shakespeare ci restano solo un paio di firme, un testamento, un certificato di battesimo e il ritratto di un tale con l’aspetto dell’imbecille».

La frantumaglia di Elena Ferrante (Edizioni e/o, 2016) è un libro sedicentemente autobiografico. Già il titolo fa parte di un lessico familiare che risale all’infanzia e si insinua nel carattere delle protagoniste dei suoi romanzi: «Il processo di frantumazione in un corpo di donna mi interessa molto dal punto di vista narrativo. Per me significa raccontare, oggi, un io femminile che all’improvviso si percepisce in destrutturazione, smarrisce il tempo, non si sente più in ordine, si avverte come un vortice di detriti, un turbinio di pensieri-parole».

Ce ne spiega la genesi al termine di una lunga lettera del 2003 indirizzata alla sua editrice Sandra Ozzola: «Mia madre mi ha lasciato un vocabolo del suo dialetto che usava per dire come si sentiva quando era tirata di qua e di là da impressioni contraddittorie che la laceravano. Diceva che aveva dentro una frantumaglia. La frantumaglia (lei pronunciava frantummàglia) la deprimeva».

Il volume esce ora a tredici anni dalla prima edizione (2003) e a nove dalla seconda (2007), ampliata di 150 pagine e contiene scritti che ci offrono nuovi spunti e nuove opportunità di lettura dell’opera della Ferrante.

Si tratta di lettere e interviste (esclusivamente via email) che narrano venticinque anni di lavoro e di vita: dalle prime lettere agli editori su L’amore molesto al carteggio con il regista Martone per la riduzione cinematografica dello stesso, dalle interviste con la stampa internazionale, ricche di riflessioni sulla letteratura, il femminismo, la maternità e la politica, ai testi non destinati alla pubblicazione, abbozzi di articoli o articoli completi come quello sul film di Chéreau-Gabrielle, confrontato con il racconto che l’ha ispirato, Il ritorno di Conrad o sulla origine di L’amica geniale, la storia di «un’amicizia che comincia col gioco perfido delle bambole e si esaurisce con la perdita di una figlia».

Elena Ferrante mette continuamente in discussione le convenzioni della comunicazione di massa, ribadisce sin dagli esordi che il suo non è anonimato ma piuttosto «assenza», rivoluzionando così il protagonismo odierno di certi scrittori e proiettando la sua persona verso la dimensione dell’invisibilità e del mistero: «…la mia è una piccola scommessa con me stessa, con le mie convinzioni. Io credo che i libri non abbiano alcun bisogno degli autori, una volta che sono stati scritti. Se hanno qualcosa da raccontare troveranno presto o tardi lettori; se no, no».

In La frantumaglia si scoprono tanti aspetti della sua vita, della sua passione per la scrittura e per la lettura, riflessioni sulla città di Napoli dove sono ambientate le vicende di cui scrive, il cui mare è un invito ad andarsene in fretta e che tuttavia non si lascia mai davvero, una città che invece di consolare non smette di perturbare, una città «senza possibilità di redenzione»: «Napoli è la mia città, e non so prescindere da essa anche quando la detesto. Vivo altrove, ma devo tornarci spesso perché solo lì ho l’impressione di redimermi e tornare a scrivere con convinzione».

La prosa della Ferrante anche in questi scritti occasionali è priva di inutili timidezze, mima la dialettica, problematizza come in un dialogo. È come se anche nel modo di pensare accadesse quello che accade nei romanzi, che si esplica in energia. Lascia che a parlare per lei sia la scrittura insieme a quel senso di presenza intangibile lontana da pose e compiacimenti.